Un puzzle di storie parallele in un mondo di artisti inquieti: un dramma elegante e colorato, in cui la maniera soffoca la malinconia. In concorso al Festival di Cannes e, da oltre un mese, nelle sale italiane, con un buon successo di pubblico
di Giovanni Ottone
Pochi giorni dopo la presentazione in concorso al Festival di Cannes, già il 21 maggio, Amarga Navidad (Natale amaro), venticinquesimo lungometraggio del settantaseienne spagnolo Pedro Almodóvar, è stato distribuito in circa 300 cinema italiani. E, avendo registrato un buon successo di pubblico, oltre 160.000 spettatori e un incasso totale pari a circa 1.100.000 euro, è tuttora in programmazione in un centinaio di sale. Evidentemente questa commedia drammatica, in cui si alternano note malinconiche e sprazzi umoristici, animata da personaggi tormentati e stratificata in un meccanismo “sorprendente” di storie interconnesse, sta incontrando il favore di vari settori di pubblico. La vicenda di un filmmaker omosessuale che cerca di superare un blocco creativo, scrivendo una sceneggiatura in forma di intima e dolorosa auto fiction e facendo i conti con le tensioni della propria vita personale, si intreccia con quella da lui stesso immaginata in cui la protagonista è una regista che si rifugia nel lavoro per evitare di affrontare i propri problemi personali. Gli spettatori si ritrovano immersi a contemplare un gioco di specchi in cui i traumi emotivi, il dolore, il desiderio e l’identità, si confondono progressivamente. Senza dubbio occorre riconoscere che la combinazione di trame narrative, tra “realtà” della vicenda e finzione immaginata e rappresentata dalle storie che vi si intrecciano, sembra straordinariamente complessa e attraente, anche perché si svolge con un ritmo lento e con molte conversazioni ed è intercalata da momenti ironici. Tuttavia, come spiegheremo, questo dramma non rappresenta affatto una novità, essendo un’ulteriore declinazione di temi cari ad Almodóvar, da quella della figura materna, alla malattia, alla vecchiaia incipiente, al suicidio, al lutto e alla crisi creativa in termini di incompiutezza. E, purtroppo, la narrazione, che presenta un intreccio di situazioni e di personaggi irrisolti, poco a poco diventa poco credibile e convincente.
L’ispirazione da una canzone della cantautrice Chavela Vargas
Amarga Navidad riprende il titolo di una nota canzone della cantautrice lesbica Chavela Vargas (1919 – 2012), nata in Costarica e naturalizzata messicana, molto amata da Almodóvar. E si svolge in un ambiente – microcosmo rappresentativo di una tipologia umana e cinematografica ben conosciuta dal regista, fin dall’epoca della straordinaria “movida” culturale e di costume a Madrid, alla fine degli anni ’70 e durante gli anni’80. Gli artisti protagonisti, che hanno vissuto quell’epoca quando erano ai loro esordi, oggi invecchiati e imborghesiti, e coinvolti in relazioni di vario genere con personaggi più giovani, vivono in appartamenti impeccabilmente arredati nei quartieri bohémiens e benestanti della capitale spagnola. La storia intreccia due trame parallele, che si svolgono a vent’anni di distanza l’una dall’altra, con personaggi ed eventi che si rispecchiano a vicenda. All’inizio di Amarga Navidad, a Madrid, nel dicembre 2004, Elsa (Barbara Lennie), un’affascinante quarantenne che è diventata una regista di successo di spot pubblicitari televisivi, e che non ha superato il trauma della mote di sua madre, soffre a causa di una forte emicrania e di attacchi di panico. Su suggerimento di una psichiatra decide di prendersi una pausa. Quindi approfitta della festività del 6 dicembre in cui si celebra la Festa della Costituzione spagnola, e si reca a Lanzarote, la suggestiva isola con paesaggio vulcanico dell’arcipelago de Las Canaris. Nella magnifica villa che ha affittato ospita Patricia (Victoria Luengo), un’amica trentenne in crisi perché ha appena scoperto che il marito la tradisce. Elsa ha scelto di separarsi temporaneamente dal suo fidanzato trentenne, Bonifacio (Patrick Criado), un tipo sexy e disinibito, ma delicato e devoto, che lavora come pompiere, ma che, occasionalmente si esibisce anche in spettacoli di strip – tease in un locale frequentato da un pubblico di donne e di gays. In realtà, attraverso un gioco di continui flashbacks e flashforwards, si scopre che la storia di Elsa è la bozza della sceneggiatura di un film, intitolato appunto “Amarga Navidad” che, nel 2025, Raúl (Leonardo Sbaraglia), un famoso regista gay cinquantenne sta scrivendo faticosamente per superare una prolungata crisi di ispirazione. È un personaggio ambivalente che ostenta una studiato compiacimento, ma che in realtà si è auto isolato nella propria bolla dorata. Vive in una magnifica villa con una piscina in cui Santi (Quim Gutiérrez), il suo devoto fidanzato quarantenne ama esibirsi in lunghe nuotate. Tuttavia la principale confidente di Raúl è Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), la sua vera amica e storica assistente, che, purtroppo, dopo vent’anni di collaborazione, ha deciso improvvisamente di dimettersi, lasciando il proprio posto a Santi.
Tornando repentinamente alla storia di Elsa, quest’ultima comunica a Patricia l’intenzione di scrivere una sceneggiatura ispirata ai continui tradimenti che quest’ultima ha subito da parte del coniuge. Ma l’amica si offende e torna da suo marito. La vicenda sembra avviarsi a un epilogo, ma l’angosciato Raúl, autore della sceneggiatura che la racconta, è pieno di dubbi perché la considera incompleta. Quindi giunge un primo macchinoso espediente. Mónica rivela a Raúl, che la vera ragione delle sue dimissioni riguarda la necessità di stare vicina a Elena, la donna di cui è innamorata, che, già stremata dall’aver dovuto assistere il figlio adolescente gravemente malato, dopo la morte di quest’ultimo, ha tentato il suicidio. Raúl, impressionato da quella rivelazione, ne trae ispirazione per scrivere una seconda parte della sceneggiatura di “Amarga Navidad”, creando il personaggio di Natalia (Milena Smit), un’amica trentenne di Elsa depressa per aver causato la morte del proprio bambino nel corso di un incidente stradale. Ne deriva un’estensione della storia: Natalia subisce un tragico crollo emotivo ed Elsa, per starle vicino, interrompe la relazione con Bonifacio. Per altro, nel corso di un ennesimo flashforward, Mónica legge la nuova versione della sceneggiatura e affronta Raúl, accusandolo di non aver avuto pietà e rispetto per la sua amante Elena, perché si è cinicamente appropriato della sua tragedia per ottenere un exploit artistico.
L’inconfondibile stile di Almodovar
Da oltre due decadi Pedro Almodóvar propone ostinatamente melodrammi – pastiche, complicati da nervature noir e thriller. Ci riferiamo soprattutto a Habla con ella (2002), Los abrazos rotos (2009),La piel que habito (2011) e Los amantes pasajeros (2013), film baroccheggianti e arzigogolati che inscenano freddi teatrini basati su un gioco di relazioni bizzarre tra i personaggi, con continui flashbacks, coups de théâtre, trappole intellettuali e divagazioni. Nel corso dell’ultimo lustro Almodóvar ha realizzato due film più impegnativi che affrontano i temi della nascita, della malattia e della morte, ma senza rinnegare davvero la sua scelta a favore di un cinema pseudo affabulatorio. Dolor y gloria (2019) è un dramma esistenziale nella forma dell’auto fiction crepuscolare e malinconica. Il regista rappresenta sé stesso nel personaggio fittizio di Salvador Mallo (Antonio Banderas, attore feticcio di molti fra i suoi film migliori) un famoso regista ormai cinquantenne, depresso, sfibrato da lancinanti dolori alla schiena e privo di energia mentale e persino del desiderio sessuale. Propone un lungo excursus in cui i ricordi del protagonista si mescolano e si sovrappongono, con numerosi andirivieni narrativi. E al tempo stesso racconta disagi, sofferenza e motivazioni della crisi attuale e un faticoso percorso di ricerca di pacificazione in cui incontra due vecchi sodali, con cui aveva interrotto i rapporti: il vecchio hippie, tossicodipendente, Alberto Crespo (Asier Etxeandia), attore protagonista di un suo vecchio film, e uno dei suoi amanti, Federino Delgado (Leonardo Sbaraglia), stabilitosi a Buenos Aires da oltre vent’anni, sposato e padre di una bambina. E, riesce, con modalità diverse, a stemperare gli antichi rancori e a rimarginare le ferite dell’anima. Dolor y gloria è costruito con cura e rappresenta certamente una gradevole sorpresa che pare interrompere l’involuzione di un autore molto ambizioso, ma ormai prigioniero da anni di una logica cinematografica autoreferenziale, ben lontana dalla geniale creatività e dalla spontaneità dei suoi melodrammi atipici degli anni ’80. Madres paralelas (2021), è un melodramma al femminile. Racconta la storia di due donne, la quarantenne Janis (Penélope Cruz) e la teenager Ana (Milena Smit) che condividono la stanza di ospedale nella quale stanno per partorire. Sono entrambe singles e al termine di una gravidanza inattesa. Un clamoroso scambio di neonati produce effetti esistenziali drammatici e sorprendenti nella vita di entrambe segnando i loro destini che si intrecceranno più volte. Il tema prevalente è quello della relazione madre – figlia, ma Almodóvar non riesce a frenarsi. Complica l’asse centrale della storia con altri temi, più o meno sviluppati: la multiforme identità femminile, la relazione padre – figlia, il passato che ritorna, la gelosia, il tradimento, il senso di colpa, il destino, la relazione lesbica tra le due donne singles, il fanatismo religioso, ecc. The Room Next Door /2024), il primo lungometraggio in lingua inglese di Almodóvar, con un cast di interpreti americani e britannici, adatta il romanzo “What Are You Going Through” della scrittrice americana Sigrid Nunez, pubblicato nel 2020. È anch’esso un melodramma al femminile, con una sfaccettatura noir, dedicato al tema della morte, più precisamente del fine vita e della eutanasia. Si tratta di un’opera molto elegante ed esteticamente curata, con morbidi eccessi di manierismo nella scenografia, nell’arredamento, nei costumi e nelle scelte della messa in scena, ma è anche fortemente didascalica, fredda e controllata. La vicenda, complicata da riferimenti a storie e temi paralleli inizia con il nuovo incontro tra due vecchie amiche sessantenni che non erano più in contatto da molto tempo: due donne appartenenti all’élite letteraria e culturale di New York. Ingrid (Julianne Moore) è una scrittrice di romanzi semiautobiografici di successo. Un giorno scopre che Martha (Tilda Swinton), un’amica, già reporter di guerra, con cui anni prima lavorava nella redazione della stessa rivista, è affetta da un cancro al terzo stadio. The Room Next Door è un melodramma calligrafico e programmatico, privo di vero pathos e di convincente disanima dei personaggi. Ancora una volta Almodovar propone un cinema prosaico e, al tempo stesso, à la page, con ammiccamenti al dibattito “politico” e ideologico, tra raffinate geometrie architettoniche, colori primari, che ammaliano lo spettatore senza emozionarlo, e una ridda esuberante di citazioni pittoriche, letterarie e cinematografiche.
Amarga Navidad vorrebbe essere una riflessione – confessione di Pedro Almodóvar sull’arte e sull’etica dell’artista. Tuttavia, pur presentandosi, come una auto fiction intensamente personale mostra una narrazione fredda ed emotivamente carente e inefficace. Si sviluppa nella descrizione di impedimenti e di disagi legati a circostanze drammatiche e tristi, ma con una connotazione fortemente artificiosa, tra frammenti di “realtà” e frammenti narrativi, ironia leggera, spunti estrosi di kitsch retrò, e alcune scene molto calibrate e ipercolorate, ben lontana dalla complessità, in cui convivono angoscia e introspezione, tipica dei drammi moderni dei migliori autori in campo teatrale e cinematografico. Si tratta di frammenti di situazioni che si limitano a riproporre tematiche già espresse con maggior completezza e convinzione nel cinema di Almodóvar: dalla incapacità di elaborare il lutto per la perdita della madre da parte di Elsa, al dolore di Natalia, una madre che tenta il suicidio a causa della perdita del figlio, allo scontro tra Raúl e Mónica che riguarda le questioni della natura parassitaria della scrittura e del cinismo dell’artista che si appropria dei drammi di persone che ben conosce e che si fidano di lui per conseguire il proprio successo. E, anziché insistere sulla caratterizzazione dei personaggi, Almodóvar cerca disperatamente di ottenere intensità attraverso situazioni contingenti.
Ne è un esempio la scelta di imprimere un forte significato simbolico alle canzoni dolci, ma malinconiche, presenti nel film, in particolare alle “rancheras”, le canzoni popolari e folkloriche messicane interpretate dalla citata Chavela Vargas, già utilizzate dal regista in suoi film precedenti per cercare di intensificare le emozioni degli spettatori spesso interdetti di fronte alla problematicità delle storie narrate. Per altro la tristezza che promana da quelle canzoni non corrisponde a una profondità di sentimenti dolorosi che emergano genuinamente dalla descrizione delle vicende che coinvolgono i personaggi. Inoltre le coppie emblematiche di tali personaggi non sembrano ben affiatate e presentano squilibri intellettuali ed emotivi. Raúl, che chiaramente è un alter ego di Almodóvar, è inquieto e agitato. Inizia a scrivere una sceneggiatura su un’altra regista, Elsa, che diventa, come detto, un esercizio di auto fiction che inverte i ruoli di genere ma che per il resto sembra palesemente autobiografica, sforzandosi di essere intima e dolorosa. Raúl convive con Santi, il suo fidanzato più giovane di 15 anni, che sembra un tipo discreto e paziente. E anche la stessa Elsa che vive con Bonifacio, un fidanzato più giovane affascinante e dedicato a lei, non esita a sacrificare la relazione con lui prima privilegiando il lavoro e poi occupandosi delle disgrazie delle sue amiche. Sia nella trama “reale” che in quella fittizia, Elsa e Raúl sono circondati da affetti e amici intimi vittime di traumi personali, tragedie familiari, lutti improvvisi e rotture sentimentali, ma, seguendo un’indole irrefrenabile di cineasti senza scrupoli, utilizzano impunemente quelle vicende per impreziosire le loro sceneggiature.
Tuttavia questo gioco di vampirizzazione reciproca con l’espediente della flessibilità gender, nello specifico quella di un uomo omosessuale che si confessa attraverso il personaggio di una donna, finisce ben presto di avvitarsi su sé stesso in una logica di “crisi di nervi” che appare stanca e ripetitiva e ben poco consistente e emozionante. In sostanza il gioco di “scatole cinesi” di Amarga Navidad diventa progressivamente meno convincente perché le ansie egocentriche di alcuni artisti nevrotici e benestanti, e dei loro più o meno assortiti amici o amanti, sembrano pretestuose e tendenziose, rispetto alla vita reale a cui vorrebbero ispirarsi. E il film non riesce a riscattarsi , neppure quando il crescendo drammatico dell’epilogo, sembrerebbe contenere un’intenzione genuina di autoanalisi con venature didascaliche. Accade quando Mónica, l’assistente storica di Raúl che si è dimessa dal proprio incarico, lo rimprovera aspramente per essere diventato un individuo spregevole, che si nutrirebbe egoisticamente delle vite tragiche di amici, amanti e familiari senza il loro consenso. E questa inedito commento auto fittizio sull’etica dell’auto fiction stessa, con Almodóvar che sembra rivolgere a sé stesso alcune critiche, a metà strada tra narcisismo e vittimismo, appare del tutto stucchevole, anche perché si accompagna a una chiosa “scherzosa” in cui Raúl pentito, solo nel proprio studio, ricomincia a scrivere la sceneggiatura da capo.
Essendo Amarga Navidad una sorta di auto fiction in cui la maniera soffoca le migliori intenzioni di mettersi a nudo e di confessare la propria eventuale mancanza di etica rispetto alle vicende altrui, non sono sufficienti i valori estetici del film per poter rivalutare i personaggi stereotipati che animano storie nelle storie, e il finalismo didascalico che strumentalizza il dolore e l’amore per fornire un melodramma piuttosto vuoto. Ma non si può negare che il film presenti uno stile visivo raffinato grazie alla brillante messa in scena di Almodóvar, ben coadiuvato da Teresa Font, attiva dai primi anni ’80 e stabile collaboratrice di Pedro dal 2018, che gestisce con una certa fluidità le transazioni temporali tra le due trame principali, che, come detto, si svolgono a vent’anni di distanza. E, inoltre, si deve apprezzare il prezioso lavoro del direttore della fotografia Pau Esteve Birba che privilegia ardite tonalità cromatiche di ambienti caratterizzati da arredamento eccentrico modernista con oggetti di Pop Art, concepiti con cura dalla scenografa Antxón Gómez, e che sfrutta magistralmente le distese di lava nera modellate dal vento di Lanzarote per mostrare lo sfondo della relazione empatica tra Elsa e Patricia.
Rimani aggiornato su Pubblica Now


