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	<title>Attualità - Pubblica Now</title>
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	<description>Articoli, news e consigli da Pubblica Now</description>
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	<title>Attualità - Pubblica Now</title>
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		<title>Progressi e proposte per la Sanità alla grande fiera Welfair di Roma. Ma il problema resta la collaborazione tra ospedali e assistenza territoriale </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 10:54:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[La stanza delle opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La settima edizione di Welfair, la grande fiera annuale della sanità svoltasi a Roma dal 14 al 16 ottobre, ha discusso di governance,  tecnologie, prevenzione, problemi di organizzazione e professionali e rapporti tra operatori e pazienti ma in Italia le criticità del Servizio sanitario nazionale sono soprattutto la collaborazione tra ospedali e assistenza territoriale e l’implementazione di progetti [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>La settima edizione di Welfair, la grande fiera annuale della sanità svoltasi a Roma dal 14 al 16 ottobre, ha discusso di governance,  tecnologie, prevenzione, problemi di organizzazione e professionali e rapporti tra operatori e pazienti ma in Italia le criticità del Servizio sanitario nazionale sono soprattutto la collaborazione tra ospedali e assistenza territoriale e l’implementazione di progetti per la verifica e il miglioramento della  qualità delle cure  </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">di <em><strong>Giovanni Ottone</strong></em><strong> </strong>(medico ospedaliero di Pronto Soccorso in pensione, specialista in Medicina Interna)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>B-Sanità</strong> è una nota piattaforma nazionale di networking professionale e di informazione dedicata  al mondo della sanità e della salute digitale. Questa rete di collaborazione e di scambio di esperienze  tra attori, dirigenti di aziende sanitarie pubbliche e private, operatori medici, tecnici e infermieristici,  imprese di tecnologie e di strumentazioni sanitarie, formatori, associazioni di pazienti, ecc. è stata  istituita nel 2020. Il network opera durante tutto l&#8217;anno per favorire l&#8217;innovazione e il miglioramento  della governance sanitaria, collegando aziende del settore, decisori pubblici e privati, aziende  sanitarie locali (ASL), Aziende ospedaliere (AO), Aziende ospedaliere universitarie (AOU), società  scientifiche e associazioni di pazienti. <strong>B-Sanità</strong> organizza annualmente a Roma <strong><a href="https://www.romawelfair.it/">Welfair</a> (La fiera  del fare Sanità</strong>), un grande appuntamento espositivo di tecnologie industriali ed esperienze del  settore e, al tempo stesso, un simposio di gruppi di lavoro che discutono temi cruciali di  organizzazione e di problematiche scientifiche e assistenziali. L’evento coinvolge enti istituzionali e  del management pubblico e privato, imprese e start up, organizzazioni dei medici e dei vari operatori  sanitari, enti di formazione, società scientifiche e associazioni dei pazienti. <strong>Welfair</strong> riunisce centinaia di attori coinvolti nel sistema e nella filiera sanitari: medici, rappresentanti di dirigenti  amministrativi, di enti e istituzioni, di cooperative e del terzo settore che lavorano a stretto contatto  con i leader di mercato nell’High Tech, nella Information Technology e nei settori biomedicale e  farmaceutico e anche con aziende Health Care, Med Tech e Bio Tech, per trovare soluzioni sui singoli  processi sanitari e sui grandi assi di sviluppo del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e dell’intero  sistema sanitario. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Welfair 2026: un osservatorio qualificato sulla sanità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La settima edizione di <strong>Welfair</strong> si è svolta presso la Fiera di Roma dal 14 al 16 ottobre. L’edizione  2026, intitolata “Il Sistema che Cura”, ha voluto definire temi e strumenti che possano essere utili  oggi alla Sanità italiana ed europea per essere sostenibile, internazionale, competitiva e capace di  prospettare un futuro. Il “Sistema che Cura”, in sintesi, dovrebbe essere un sistema che previene,  protegge, connette e include. Un sistema capace non solo di rispondere al bisogno di cura, ma anche  di generare salute prima che la malattia intervenga. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il programma ha compreso una settantina tra tavoli di lavoro e panels con circa 500 relatori in&nbsp; presenza. Citiamo i principali: intelligenza artificiale nei percorsi di cura; tutela della fertilità;&nbsp; nutrizione in oncologia; medicina della longevità; sostenibilità ambientale degli ospedali; gestione&nbsp; della non autosufficienza. <strong>Welfair</strong> ha presentato anche due proposte di iniziativa concreta elaborate&nbsp; dei Gruppi di Lavoro permanenti di <strong>B-Sanità</strong>: un insieme di pratiche per la sostenibilità ambientale&nbsp; degli ospedali; una proposta di legge per la tutela della fertilità.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">I simposi più significativi in termini di governance e di professionalità, sono stati i seguenti: la riunione plenaria di alcuni Direttori Generali di grandi aziende sanitarie e ospedaliere di Roma e di  alcune altre sedi urbane del nord e del sud del Paese, dedicata ai temi della autonomia, delle competenze, delle alleanze e delle responsabilità per governare la complessità del SSN; il panel  dedicato al modello organizzativo, dell’assistenza territoriale nel quadro delineato dal DM 77/2022 e  dagli investimenti del PNRR, con la istituzione delle Case della Comunità e il ruolo della medicina  generale di base; il panel intitolato “Governare la domanda: il nodo (ir)risolto della sanità”, riguardante le liste d’attesa per esami diagnostici ed interventi chirurgici; il tavolo di lavoro,  coordinato dall’Istituto Superiore della Sanità (ISS) e intitolato “La Clinical Governance come  catalizzatore di soluzioni”, in cui si è discusso di ruolo e funzioni delle Linee Guida di diagnosi e  cura redatte dalle Società Scientifiche; la riunione plenaria di varie Associazioni dei pazienti,  promossa da Fiera Roma e B-Sanità by Experience che ha considerato le tre prospettive di chi  governa, chi produce conoscenza scientifica e chi vive la cura.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">La collaborazione tra ospedale e territorio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso delle discussioni avvenute nei tavoli di lavoro di <strong>Welfair</strong>, dedicati a modelli, competenze e ruoli per la sanità territoriale e al governo della domanda, con particolare riferimento al nodo  irrisolto delle liste di attesa, sono emerse interessanti esperienze sul campo in alcune Asl e ASO di  Roma, del Lazio, del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, della Toscana e della Campania, ove si  registra, ad esempio, il grande rilancio dell’ospedale di Avellino. Si è registrata una positiva ulteriore  implementazione della cultura e della pratica organizzativa in applicazione dei postulati del  fondamentale DL 502 / 92, riguardante l’aziendalizzazione del SSN, e del DM 70 / 2015, riguardante  gli standard relativi all’assistenza ospedaliera, e anche numerose proposte ed esperienze di utilizzo  della telemedicina e della intelligenza artificiale (IA) per migliorare la gestione delle risorse, degli esami diagnostici e dei servizi ospedalieri. Viceversa si deve prendere atto che la questione essenziale della collaborazione e integrazione tra Ospedale e Territorio, purtroppo sconta ritardi e carenze, ma  anche ostacoli, a causa di un paradigma ideologico da parte di molti esperti e dirigenti del settore che  enfatizzano l’integrazione tra servizi sociali dei Comuni e servizi sanitari territoriali delle ASl, già  male impostata nel DL 229 / 1999, curato dall’ex ministro della sanità Rosy Bindi., mentre non  attuano sufficienti iniziative concrete e necessarie per la collaborazione tra Territorio e Ospedale.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde esistono le note carenze derivanti dalla discutibile redazione della Missione 6 del PNRR&nbsp; (nella componente M6C1), completata nell’estate del 2022, e le gravi criticità del DM 77 / 2022,&nbsp; riguardanti modelli e standard dell’assistenza territoriale del SSN, in primis le Case di Comunità&nbsp; (CdC), ovvero gli ambiti organizzativi che dovrebbero offrire più e migliori servizi rispetto agli&nbsp; ambulatori delle ASL. In effetti l’ex ministro della salute Roberto Speranza, autore e responsabile di&nbsp; entrambi i suddetti provvedimenti, non ha previsto e stabilito precisi standard, modelli organizzativi&nbsp; e piani di lavoro, con relativi finanziamenti, per il personale medico e sanitario delle CdC. La&nbsp; conseguenza è stata la loro la loro costruzione o ristrutturazione, con i fondi del PNRR,&nbsp; sostanzialmente come progetto edilizio con nuove strumentazioni e tecnologie: apparecchiature&nbsp; radiologiche, elettrocardiografi, ecografi, ecc.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi nelle circa 1200 CdC, considerate operative a livello nazionale, dopo la verifica avvenuta&nbsp; nel luglio scorso, si sono verificate forti disparità di personale e di livelli di attività sia tra le varie&nbsp; Regioni sia tra gli ambiti territoriali di una stessa Regione. E, soprattutto si registra una mancata&nbsp; integrazione tra le strutture e i criteri previsti dal DM 77 72022, che regola la sanità territoriale, e&nbsp; quelli previsti dal DM 70 / 2015, che regola gli ospedali con i loro standard.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viceversa il nesso decisivo per un miglioramento della assistenza territoriale e per limitare la  moltiplicazione di ricoveri e di accesi inadeguati ai servizi di Pronto Soccorso (PS) deve essere la collaborazione operativa tra le Case di Comunità e i servizi, i reparti e i dipartimenti di cura degli  Ospedali.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le <strong><a href="https://www.vocedellasanita.it/case-di-comunita-tra-resistenze-e-carenze-di-personale-la-riforma-procede-a-rilento-e-in-modo-disomogeneo-tra-le-regioni/">Case di Comunità</a></strong> possono rappresentare un miglioramento dell’assistenza territoriale solo se  verranno strutturate con specifiche “unità operative” per garantire:  </p>



<p class="wp-block-paragraph">a) la gestione congiunta, in accordo e in collaborazione con équipes di medici e di infermieri  ospedalieri, delle dimissioni protette e delle cure per il follow up post-ricovero e preventivo di riacutizzazioni e recidive per i pazienti dimessi dagli ospedali con patologie croniche  dismetaboliche, cardiovascolari, oncologiche, neurovascolari, articolari, ecc.;  </p>



<p class="wp-block-paragraph">b) il miglioramento, d’intesa con i medici di medicina generale, in termini di adeguatezza quantitativa, in relazione alla domanda, efficienza ed efficacia, della assistenza domiciliare  specialistica (AD) per le patologie croniche suddette e ai pazienti disabili e psichiatrici; </p>



<p class="wp-block-paragraph">c) l’organizzazione di esami e visite specialistiche ambulatoriali programmati, efficienti ed  efficaci, utilizzando in primis medici ospedalieri specialisti<strong>,</strong> come proposto dall’ANAAO (il sindacato più rappresentativo dei medici ospedalieri italiani). </p>



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		<title>In Italia oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta: il Mezzogiorno resta il più colpito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 11:44:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2025 la povertà assoluta, secondo i dati Istat, coinvolge l’8% delle famiglie e il 9,3% della popolazione residente, senza variazioni significative rispetto all’anno precedente. Oltre 8,7 milioni di persone vivono invece in famiglie in povertà relativa. Minori, famiglie numerose e nuclei in affitto risultano tra i gruppi più vulnerabili, mentre il divario territoriale continua [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel 2025 la povertà assoluta, secondo i dati Istat, coinvolge l’8% delle famiglie e il 9,3% della popolazione residente, senza variazioni significative rispetto all’anno precedente. Oltre 8,7 milioni di persone vivono invece in famiglie in povertà relativa. Minori, famiglie numerose e nuclei in affitto risultano tra i gruppi più vulnerabili, mentre il divario territoriale continua a penalizzare il Sud</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La povertà in Italia rimane sostanzialmente stabile, ma continua a interessare una parte significativa della popolazione. Secondo le stime diffuse dall’<a href="https://www.istat.it/">Istat</a>, nel 2025 poco più di <strong>2,1 milioni di famiglie</strong> vivono in condizioni di povertà assoluta, pari all’8% delle famiglie residenti. Gli individui coinvolti sono oltre 5,4 milioni, il 9,3% della popolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro, invariato rispetto al 2024, conferma la persistenza di un fenomeno che limita la possibilità di sostenere le spese essenziali. La stabilità dei dati nazionali, tuttavia, nasconde differenze marcate tra territori e categorie sociali, con situazioni particolarmente critiche per le famiglie più numerose e per quelle con figli minorenni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il Mezzogiorno resta l’area più fragile</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il divario geografico continua a rappresentare uno degli elementi centrali del fenomeno. Nel Mezzogiorno l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 9,6% delle famiglie, pari a circa 813 mila nuclei. Seguono il Nord-ovest, con il 7,7%, e il Nord-est, con il 7,4%. Il Centro registra invece il dato più contenuto, pari al 6,3%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche considerando gli individui, le percentuali più elevate si osservano nel Sud e nelle Isole, dove superano l’11%. Sul fronte della povertà relativa, la distanza è ancora più evidente: nel Mezzogiorno l’incidenza familiare arriva al 19,5%, contro il 7% del Nord e il 5,9% del Centro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le regioni, la Puglia registra il valore più elevato di povertà relativa familiare, con il 25,2%, seguita dalla Calabria al 23,1% e dalla Campania al 20,6%. All’estremo opposto si collocano la Valle d’Aosta, con il 3,3%, il Veneto con il 5,4% e la Toscana con il 5,7%.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Minori e giovani tra le fasce più esposte</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’età è un altro fattore determinante. Nel 2025 la povertà assoluta riguarda il 12,5% dei minori, per un totale di circa 1 milione e 136 mila bambini e ragazzi. Tra i giovani dai 18 ai 34 anni l’incidenza si attesta al 12,1%, coinvolgendo quasi 1 milione e 198 mila persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La percentuale scende all’8,9% nella fascia tra i 35 e i 64 anni e al 6,1% tra gli over 65, per oltre 891 mila individui. I dati evidenziano quindi una maggiore esposizione delle generazioni più giovani, mentre la popolazione anziana presenta un’incidenza inferiore, pur non essendo immune dal rischio di indigenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Famiglie numerose e nuclei monogenitoriali più vulnerabili</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La composizione familiare incide sensibilmente sulla probabilità di vivere in povertà assoluta. Il fenomeno raggiunge il 19,2% tra le famiglie con almeno cinque componenti e il 10,5% tra quelle con quattro. Per i nuclei di tre persone la quota è dell’8,4%, comunque superiore alla media nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolarmente difficile è la condizione delle coppie con almeno tre figli, tra le quali la povertà assoluta interessa il 16,9% dei nuclei. Un’incidenza elevata si registra anche nelle famiglie in cui convivono più nuclei o altri componenti, pari al 16,4%, e in quelle monogenitoriali, dove la quota raggiunge l’11,5%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’età della persona di riferimento del nucleo familiare contribuisce a delineare ulteriori differenze. La povertà assoluta supera il 10% nelle famiglie con persona di riferimento fino a 34 anni e in quelle con età compresa tra 45 e 54 anni. Si riduce invece al 6,1% nei nuclei in cui la persona di riferimento ha almeno 65 anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’affitto pesa: povertà assoluta per una famiglia su cinque</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>costo dell’abitazione</strong> emerge come uno dei principali elementi di fragilità economica. Nel 2025 il 18,1% delle famiglie residenti vive in affitto, mentre il 73,3% possiede la casa in cui abita. Il restante 8,6% vive in un alloggio in usufrutto o concesso gratuitamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le famiglie in affitto, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 20,9%, contro il 4,5% di quelle proprietarie dell’abitazione. In termini assoluti, le famiglie povere che pagano un canone sono circa 999 mila, mentre quelle proprietarie sono oltre 875 mila.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione è ancora più critica per i nuclei con figli minorenni: tra quelli che vivono in affitto, la povertà assoluta arriva al 28,7%, mentre tra le famiglie proprietarie si ferma al 6%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la cittadinanza è associata a differenze significative. L’incidenza della povertà assoluta è pari al 32,8% nelle famiglie con almeno uno straniero, più del doppio rispetto al 14,9% rilevato tra quelle composte esclusivamente da italiani. Tra le famiglie povere con stranieri, inoltre, il 76% vive in affitto e appena il 12,2% possiede una casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il canone medio mensile sostenuto dalle famiglie in povertà assoluta è di circa 379 euro, contro i 454 euro delle famiglie non povere. Anche quando l’abitazione è di proprietà, il mutuo può incidere sulle risorse disponibili: il 16,2% delle famiglie povere proprietarie paga infatti un finanziamento per la casa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nei piccoli comuni segnali di miglioramento</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto alla stabilità complessiva, le stime Istat evidenziano alcune variazioni positive. Nei comuni fino a 50 mila abitanti, esclusi quelli periferici delle aree metropolitane, l’incidenza della povertà assoluta scende dall’8,9% del 2024 al 7,4% nel 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il miglioramento è sostenuto soprattutto dal Centro, dove il valore diminuisce dal 7,9% al 5,4%, e dal Mezzogiorno, in cui passa dall’11% all’8,2%. La situazione rimane invece sostanzialmente stabile nei comuni con oltre 50 mila abitanti e nelle diverse tipologie di comuni delle aree metropolitane, sebbene con differenze territoriali. Nel Centro, in particolare, si osservano andamenti divergenti: nei comuni capoluogo di area metropolitana la povertà assoluta sale, mentre in quelli più piccoli si registra una riduzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dell’intensità della povertà assoluta, indicatore che misura quanto la spesa delle famiglie povere sia mediamente inferiore alla soglia di riferimento, il dato nazionale resta stabile al 18,5%. Nel Mezzogiorno aumenta però dal 18,5% al 19%, soprattutto per effetto della crescita registrata nelle Isole.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un quadro stabile, ma con disuguaglianze persistenti</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">I dati del 2025 restituiscono l’immagine di un Paese in cui la povertà non mostra un peggioramento generalizzato, ma continua a colpire milioni di persone e a distribuirsi in modo diseguale. La maggiore vulnerabilità del Mezzogiorno, le difficoltà delle famiglie numerose e monogenitoriali, la condizione dei minori e il peso dell’affitto delineano le principali aree di criticità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sostanziale stabilità delle percentuali nazionali non equivale quindi al superamento dell’emergenza sociale. Le differenze territoriali e familiari confermano quanto le condizioni abitative, la composizione del nucleo e le risorse economiche disponibili possano influenzare concretamente il rischio di povertà.</p>



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		<title>&#8220;L’inferno addosso&#8221;: l’indagine noir e antropologica di Lorenzo Sartori. Fino a che punto possiamo mentire a noi stessi per sopravvivere?</title>
		<link>https://www.pubblicanow.it/2026/10/08/linferno-addosso-lindagine-noir-e-antropologica-di-lorenzo-sartori-fino-a-che-punto-possiamo-mentire-a-noi-stessi-per-sopravvivere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 13:11:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’inferno addosso di Lorenzo Sartori è un thriller psicologico che scava nelle ferite del passato e nei segreti che la memoria cerca di cancellare. Ambientato nella provincia del Nord Italia, il romanzo parte da un drammatico episodio del 1984 e segue un’indagine che riporta alla luce traumi, colpe e verità sepolte di Claudia Proietti Ogni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pubblicanow.it/2026/10/08/linferno-addosso-lindagine-noir-e-antropologica-di-lorenzo-sartori-fino-a-che-punto-possiamo-mentire-a-noi-stessi-per-sopravvivere/">&#8220;L’inferno addosso&#8221;: l’indagine noir e antropologica di Lorenzo Sartori. Fino a che punto possiamo mentire a noi stessi per sopravvivere?</a> proviene da <a href="https://www.pubblicanow.it">Pubblica Now</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>L’inferno addosso</em> di Lorenzo Sartori è un thriller psicologico che scava nelle ferite del passato e nei segreti che la memoria cerca di cancellare. Ambientato nella provincia del Nord Italia, il romanzo parte da un drammatico episodio del 1984 e segue un’indagine che riporta alla luce traumi, colpe e verità sepolte</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>di Claudia Proietti</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni thriller psicologico che si rispetti segue dei meccanismi che vanno a smontare, se non a distruggere, determinate strutture della psiche e spesso della morale. Il tipico labirinto di segreti inconfessabili e verità taciute assume ne <em>L’inferno addosso</em> – ultima fatica letteraria di Lorenzo Sartori per <a href="https://fazieditore.it/">Fazi Editore</a> – una connotazione particolare, diventando qualcosa di ulteriormente strutturato: un palazzo che si erge in verticale, costruendo piani su piani di realtà e tensione, e, contestualmente, un tunnel sotterraneo che scava nel profondo sommerso, fino ai recessi più intimi e celati dell’anima.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;inferno addosso prende forma nella provincia del Nord Italia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La provincia del Nord d’Italia, statica e sonnolenta, si è trasformata negli anni, grazie alla narrativa noir contemporanea, in una dimensione oscura e claustrofobica dove a prendere forma è spesso qualcosa di abominevole e innominabile, che emerge dal fango di un passato irrisolto e ci catapulta in un vortice psicologico denso e pericolosamente profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato spazio-temporale della provincia, che amplifica il senso di isolamento del trauma mai superato, emerge come un microcosmo chiuso in sé stesso, una dimensione dove i segreti non si dissolvono, ma affondano oscure radici fermentando nell’ombra, protetti da una reticenza collettiva e dall’indifferenza generale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’autore sceglie la strada tanto insidiosa quanto fascinosa dell’inchiesta, che non è fine a sé stessa ma che diventa ricerca quasi delirante di una verità per troppo tempo dimenticata e bloccata nella lontana estate del 1984, quando l’atmosfera giocosa di ragazzini appena adolescenti si è tramutata di colpo in un oblio di morte e paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre, però, la peculiarità di un certo tipo di passato è che, quando viene sollecitato oltre un certo limite, si presenta a reclamare il conto in compagnia dei fantasmi e degli spettri più oscuri, quelli volutamente dimenticati ma che in realtà non sono mai andati via, e che tornano per dissezionare l’identità di chi li ha evocati.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il caso del protagonista, che si trova coinvolto coercitivamente in un’indagine che andrà a scardinare l’equilibrio precario che ha faticosamente costruito nel tempo. Uno degli aspetti più potenti e affascinanti del romanzo risiede nell’indagine psicologica attorno alla memoria divisa e al trauma infantile. Come reagisce la mente umana quando l’orrore supera la soglia della sopportabilità? Lorenzo Sartori lascia che a rispondere siano i personaggi, attraverso le loro azioni, tra carne, sangue e fango. La memoria si rivela un campo minato protetto da barriere invisibili. C’è chi sceglie la via della rimozione radicale, sigillando interi blocchi di vissuto dentro “scatole” mentali impenetrabili; chi si cuce addosso una biografia – nuova o di seconda mano poco importa – pur di continuare a respirare; e chi si rifugia in un silenzio ostinato, ritirandosi da un mondo che rifiuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il romanzo gioca con il concetto del doppio e dello specchio: <strong>ogni personaggio sembra portare con sé un’ombra</strong>, una sorta di alter ego, che incarna la colpa, la paura o il desiderio inconfessabile di redenzione. I giochi di cortile e il grande albero che fa da tana a un gruppo di bambini si contrappongono alla brutalità della perdita dell’innocenza, rappresentata da gabbie, e scantinati bui, in questa storia che somiglia al risvolto macabro e oscuro di una fiaba. I bimbi sperduti dell’<em>isola che non c’è</em>, in queste pagine, si perdono del tutto in una dimensione infernale che diventa, loro malgrado, parte integrante delle loro vite. È così che il confine tra vittima e carnefice si assottiglia, dissolvendosi in una zona grigia dove nessuno può dirsi completamente innocente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista stilistico, ciò che rende riconoscibile e inconfondibile la penna di Sartori è la sua indiscussa capacità di mantenere una tensione costante, quasi magnetica, senza mai cedere alla tentazione dell’effetto speciale gratuito. La suspense è generata, tra le altre cose, dalla dimensione ambientale e da quella circostanziale: la nebbia che inghiotte i casolari isolati, il ticchettio ossessivo di un orologio, i silenzi pesanti tra i banchi di una scuola o lungo i filari di un pioppeto. Ogni elemento scenografico assolve a una funzione narrativa precisa. Spazi chiusi e rifugi isolati diventano proiezioni fisiche della psiche dei personaggi, labirinti da cui sembra impossibile uscire senza smarrire una parte di sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>L’inferno addosso</em> si inserisce a pieno titolo in quella filiera di <em>romanzi noir </em>che nobilitano il genere, elevandolo a strumento di indagine antropologica. Ci interroga su una questione scomoda: fino a che punto siamo disposti a mentire a noi stessi per sopravvivere? Il libro evita accuratamente le risposte facili e i moralismi di facciata. Ci consegna invece personaggi imperfetti, spaventati, braccati da un passato che non fa sconti. È un romanzo che, pur tenendo il lettore incollato alla pagina con il ritmo incalzante tipico dei migliori thriller, lascia addosso, a lettura terminata, un sedimento malinconico e profondo. Una riflessione lucida e spietata sul fatto che le ombre, per quanto profonde si decida di seppellirle, trovano sempre il modo di tornare alla luce e, nel peggiore dei casi, di riportarci nel buio in cui le abbiamo relegate. Sta a noi trovare un finale alternativo.</p>



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		<title>Studenti in rivolta in Francia, le proteste sbarcano a Science Po: l&#8217;onda può arrivare anche in Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 10:36:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle aule dell&#8217;élite parigina alle strade di Parigi, la mobilitazione della Gen Z francese supera i confini della scuola e diventa una protesta politica. Dopo le prime occupazioni in Italia, cresce il timore di un effetto contagio La prima immagine arriva da rue Saint-Guillaume, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés. È quella delle barricate davanti a Sciences [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dalle aule dell&#8217;élite parigina alle strade di Parigi, la mobilitazione della Gen Z francese supera i confini della scuola e diventa una protesta politica. Dopo le prime occupazioni in Italia, cresce il timore di un effetto contagio</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima immagine arriva da rue Saint-Guillaume, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés. È quella delle barricate davanti a Sciences Po, l&#8217;università d&#8217;élite di Parigi dove ha studiato anche Emmanuel Macron. Gli studenti bloccano la sede centrale del campus, mentre video e immagini della protesta rimbalzano sui social. La chiusura delle altre sedi dell&#8217;ateneo, secondo alcune fonti citate dalla stampa francese, avrebbe contribuito a concentrare la mobilitazione proprio davanti allo storico edificio di <a href="https://www.sciencespo.fr/en/">Sciences Po</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un&#8217;immagine destinata a pesare oltre i confini dell&#8217;università. Perché la protesta francese non sembra più essere soltanto una questione legata alla scuola, alle condizioni degli edifici, alle classi troppo numerose o alla carenza di insegnanti. Nelle piazze sta prendendo forma una mobilitazione generazionale che coinvolge soprattutto adolescenti e giovanissimi e che, rapidamente, si è trasformata in una contestazione più ampia nei confronti della politica e delle istituzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola d&#8217;ordine, nei cortei, è semplice: <strong>«Andremo avanti»</strong>. E il messaggio è quello di una generazione che vuole essere ascoltata. «Non siamo abbastanza adulti per fare politica ma lo siamo per farci picchiare dalla polizia?», è una delle domande che riassumono il sentimento della mobilitazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri raccontano una protesta ormai difficile da ignorare. In tutta la Francia, secondo il ministero dell&#8217;Interno, sono scese in piazza circa <strong>250mila persone</strong>, il doppio, secondo gli organizzatori. A Parigi il corteo tra République e Nation ha visto la partecipazione di decine di migliaia di manifestanti. Accanto ai ragazzi sono arrivati insegnanti, genitori, sindacalisti, esponenti politici e rappresentanti della cultura. Una saldatura che porta la protesta oltre il perimetro strettamente studentesco. Ottantotto i membri del personale scolastico <strong>ferit</strong>i, poco meno della metà dei quali sono presidi o vicepresidi, e 24 scuole danneggiate a tal punto che, dopo essere state &#8221;incendiate o saccheggiate&#8221;, non possono riaprire nell&#8217;immediato, privando &#8221;quasi 30mila studenti della possibilità di frequentare le lezioni in presenza&#8221; ha spiegato il ministro dell&#8217;Istruzione francese Edouard Geffray</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio nelle piazze che emerge la contraddizione della mobilitazione. Da una parte una protesta in larga parte pacifica, dall&#8217;altra le frange più radicali che hanno trasformato alcuni cortei in scenari di scontro. A Parigi, Lione e Strasburgo non sono mancati vandalismi e violenze. Nella capitale, dopo il passaggio della maggior parte dei manifestanti, un gruppo di black bloc ha affrontato la polizia: sassi e cassonetti incendiati da una parte, lacrimogeni e granate assordanti dall&#8217;altra. Il bilancio comprende centinaia di fermi e decine di agenti feriti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tensione è aumentata anche per alcuni episodi che hanno coinvolto direttamente i giovanissimi. Particolarmente grave il caso dello studente ferito a Lens, nel nord del Paese, che ha riportato la mutilazione di una mano dopo l&#8217;esplosione di una granata utilizzata dalla polizia. Un&#8217;inchiesta dovrà stabilire la dinamica dell&#8217;accaduto. È invece già sotto indagine un agente accusato di aver sparato un lacrimogeno a distanza ravvicinata contro un ragazzo, provocandogli gravi lesioni al volto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo francese prova a tenere insieme due messaggi: fermezza contro le violenze e apertura verso le rivendicazioni degli studenti. Il Primo ministro <strong>Sébastien Lecornu</strong> ha promesso di ascoltare i giovani, annunciando anche una sospensione delle lezioni per favorire un momento di confronto. Ma ha accusato Jean-Luc Mélenchon e La <em>France Insoumise</em> di voler «creare il caos nel Paese», chiedendo allo stesso tempo responsabilità individuale anche ai manifestanti minorenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La lettura della destra francese è diametralmente opposta a quella della sinistra. <em>Le Figaro</em> descrive la mobilitazione non come il risveglio di una generazione, ma come il sintomo di un Paese in difficoltà, denunciando quello che definisce un «crollo dell&#8217;autorità» e dell&#8217;istruzione. La protesta diventa così anche il terreno di uno scontro politico che va ben oltre le scuole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda francese interessante anche per l&#8217;Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre Parigi si prepara a nuove giornate di mobilitazione, i primi segnali arrivano anche dall&#8217;altra parte delle Alpi. A Torino e Roma sono già partite le prime occupazioni studentesche. E tra gli studenti italiani c&#8217;è chi guarda esplicitamente a ciò che sta accadendo in Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio, o per qualcuno l&#8217;opportunità, è quello dell&#8217;effetto imitazione. La protesta potrebbe attraversare il confine non necessariamente replicando le stesse forme francesi, ma intercettando un malessere comune: scuole e università percepite come inadeguate, spazi insufficienti, difficoltà economiche, futuro incerto e una crescente distanza tra giovani e istituzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ora sarebbe prematuro parlare di una vera mobilitazione nazionale italiana. Le occupazioni e le proteste rappresentano ancora episodi circoscritti e non è detto che riescano a trasformarsi in un movimento strutturato. Ma la cronaca francese dimostra quanto rapidamente una protesta nata dentro le scuole possa allargarsi, coinvolgere famiglie e insegnanti e trasformarsi in una questione politica nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, quindi, non è soltanto se gli studenti italiani scenderanno in piazza. È se ciò che sta accadendo in Francia possa offrire loro un linguaggio, uno slogan e soprattutto la convinzione che la piazza possa diventare di nuovo il luogo in cui una generazione fa sentire la propria voce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dalle barricate davanti a Sciences Po alle prime occupazioni italiane, la distanza geografica è ancora grande. Ma il confine, almeno sul terreno della protesta studentesca, potrebbe essere meno solido di quanto sembri.</p>



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		<title>Cinema, un bilancio della Mostra di Venezia 2026 tra coraggiosi documentari, tematiche esistenziali, “politicamente corretto” e nuovi film italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:13:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’83ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è stata caratterizzata da una selezione ufficiale ricca di film dedicati a temi esistenziali, familiari, sociali e politici. La Mostra ha confermato la forte presenza del cinema d’autore americano, del cinema asiatico e soprattutto di quello francese, insieme a numerosi documentari di rilievo.  Particolare attenzione è stata dedicata [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’83ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è stata caratterizzata da una selezione ufficiale ricca di film dedicati a temi esistenziali, familiari, sociali e politici. La Mostra ha confermato la forte presenza del cinema d’autore americano, del cinema asiatico e soprattutto di quello francese, insieme a numerosi documentari di rilievo.  Particolare attenzione è stata dedicata anche al cinema italiano, con film che affrontano la solitudine, le difficoltà familiari, l’immigrazione, il lavoro e le crisi personali. Tra le opere apprezzate vengono citati <em>Scherzetto</em>, <em>I figli della scimmia</em> e <em>Una storia</em>, mentre <em>Nessun dolore</em></strong> <strong>è una fiaba sociale distopica e umanistica, piuttosto problematica</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>di Giovanni Ottone</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In sede di bilancio si deve riconoscere che la<a href="https://www.labiennale.org/it/cinema/2026"> 83ª Mostra internazionale d&#8217;arte cinematografica di Venezia</a> ha presentato&nbsp;una selezione ufficiale interessante e stimolante, con numerose opere&nbsp;riguardanti tematiche esistenziali, rispetto alle crisi famigliari e&nbsp;ad adolescenti e giovani, sociali, rispetto al lavoro, e politiche, rispetto a eventi storici e&nbsp;a tragici conflitti contemporanei&nbsp;non privi di risvolti delicati e controversi. La selezione ufficiale ha quindi compreso alcuni lungometraggi eccellenti, in termini di scrittura e di messa in scena originali, ma anche opere non prive di forti&nbsp;accenti didascalici e di stereotipi “politicamente corretti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Forte presenza del Cinema d’autore americano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Festival ha riconfermato solidi legami con il cinema d’autore americano, nonostante la presenza di&nbsp; 2 soli <em>feature films</em> in Concorso, realizzati da filmmakers statunitensi, <strong>Company</strong>, di Casey Affleck, un arzigogolato e noioso apologo dark con&nbsp; presenza di vampiri “filosofici” e <strong>Primetime</strong>,&nbsp; una pretenziosa e sensazionalista opera di esordio del documentarista Lance Oppenheim, che diventa un pamphlet contro l’abuso del diritto di cronaca attraverso&nbsp; le montature di un giornalismo televisivo d’inchiesta senza scrupoli, e nonostante l’assenza di grandi registi di Hollywood. Una carenza compensata&nbsp;dalla&nbsp;presenza, nella sezione Fuori Concorso, di coraggiosi documentari di qualità, realizzati da alcuni tra i più noti e affermati registi di&nbsp;cinema non fiction del mondo. <strong>Musk</strong>, di Alex Gibley,&nbsp;analizza compiutamente l’impero aziendale e finanziario del controverso imprenditore miliardario Elon Musk, privilegiando l’articolazione&nbsp;delle questioni nodali rispetto a una semplicistica condanna didascalica. <strong>Union Town</strong>, della ottantenne Barbara Kopple, conclude la sua trilogia dedicata ai diritti dei lavoratori, descrivendo le lotte sindacali dei lavoratori dell’industria e di quelli del commercio, impiegati nelle consegne a domicilio, per ottenere diritti e condizioni di lavoro inalienabili di fronte a imprese, spesso multinazionali, che tendono a negarli per&nbsp;non intaccare i loro profitti. E, in aggiunta, sempre nella sezione Fuori Concorso, è stato presentato <strong>The Basics of Philosophy</strong>, dell’ottantenne Paul Schrader, che risulta coerente con la sua poetica che privilegia personaggi enigmatici e controversi,&nbsp;con un oscuro passato e con sensi di colpa, ma senza possibilità di vera redenzione. Propone il ritratto doloroso, ma anche sottilmente sarcastico, di un professore universitario che affronta una crisi di identità personale e sessuale&nbsp;dopo anni di finzione e di adeguamento a modelli comportamentali di apparente “normalità”. Al tempo stesso la Mostra ha &nbsp; ribadito la sua vocazione di vetrina di una quota significativa del miglior cinema&nbsp;d’autore e indipendente mondiale, soprattutto di quello presente in Europa e in Asia. Rispetto alla produzione asiatica si segnala una costante attenzione e capacità di proposta che ha consistito la presenza nella selezione ufficiale di: 6 film di autori e produzione dal Giappone, 2 da Hong Kong, 1 da Taiwan,&nbsp;1 dalla Sud Corea, 1 dall’Iran, 1 dalle Filippine, 1 dall’India, 1 dal Bangladesh e&nbsp;1 dalla&nbsp;Thailandia.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ampio spazio al cinema francese</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, si è&nbsp;rinnovata la consueta presenza del cinema francese. La sezione Concorso, di cui abbiamo già scritto, considerando i migliori film presentati, e di&nbsp;cui abbiamo commentato successivamente i film premiati, ha annoverato 4 film francesi. I premiati <strong>Un bon petit soldat</strong>, di Stéphane Brizé&nbsp;e <strong>15 /18</strong> di Cédric Kahn. <strong>Bunke</strong>r, terzo lungometraggiodel drammaturgo e romanziere Florian Zeller, che racconta, con incertezze di toni e con stereotipi rispetto alla gelosia, le divergenze&nbsp;in una coppia di agiati professionisti, marito e moglie, interpretati da Javier Bardem e&nbsp;da Penelope Cruz, rispetto alle opportunità di lavoro, alla fiducia nei confronti degli altri, ai pericoli per la sicurezza personale e all’educazione dei figli preadolescenti. <strong>Un peu avant minuit</strong>, quarto lungometraggio di Nicolas Pariser, è un incerto dramma esistenziale.&nbsp; Léo (Melvil Poupaud) è un giornalista&nbsp;quarantanovenne, piuttosto irresoluto ed egocentrico. Trovandosi a Parigi per qualche giorno, ove in gioventù ha vissuto un’epoca soddisfacente, si dedica a un bilancio della propria vita incontrando vecchi amici, le donne con cui ha avuto relazioni di vario tipo e&nbsp;sua figlia ventenne, che vive con la madre ed è una femminista e un’attivista&nbsp;militante della estrema sinistra. Nella sezione&nbsp;Fuori Concorso segnaliamo altri 2 film. <strong>Jupiter</strong>, opera prima di Alexandre Smia, è un efficace ed emozionante <em>chamber</em> drama politico, con un cast di ottimi attori, fra cui Denis Menochet, André Dussollier, e Reda Kateb.&nbsp; Smia e Thomas Finkielkraut, autori della sceneggiatura, immaginano, con grande simulazione realistica della contingenza geopolitica attuale, le fasi di un drammatico gabinetto di crisi in cui il Presidente della Repubblica francese, un politico di orientamento molto simile a quello di Macron, deve confrontarsi con i vertici del governo e con quelli militari. Deve decidere come rispondere quando il Presidente della Russia, modellato sulla figura di Putin invasore della Ucraina, dopo aver subito quello che sembra essere stato&nbsp;un attentato, da cui è miracolosamente uscito incolume, infine fa lanciare un missile nucleare che è diretto nel Mar Nero. <strong>Un bon avocat</strong>, sesto lungometraggio&nbsp;di Tristan Séguela, è&nbsp;un incalzante commedia drammatica, con venature thriller, ma è anche buddy movie, in cui si intrecciano toni&nbsp;angosciosi e sarcastici. Racconta la&nbsp;tragica vicenda di Léonard Landry (Laurent Lafitte), un affermato avvocato penalista parigino cinquantenne, brillante e senza scrupoli, tossicodipendente da cocaina e alcolista e difensore di alcuni tra i peggiori narcotrafficanti. Dopo essere &nbsp; svenuto a causa di una overdose&nbsp;nel corso di un’udienza&nbsp;in tribunale, deve affrontare un processo penale come imputato di vari reati contrari all’etica professionale con grande probabilità di essere radiato dalla professione e di essere condannato ad alcuni anni di carcere.&nbsp; E si trova a poter contare solo sull’aiuto di un giovane e perspicace stagista alla vigilia&nbsp;dell’esame finale per diventare avvocato, per architettare, nel corso di una settimana, una serie di abili ricatti&nbsp;al fine di condizionare a proprio favore l’esito del processo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I documentario e la sezione &#8220;Orizzonti&#8221;</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto al cinema non fiction si segnalano, considerando in primis la sezione Fuori Concorso, diversi documentari significativi e interessanti. Ne citiamo alcuni. <strong>Oasis Don’t Look Back in Anger,</strong> dei britannici Dylan Southern e&nbsp;Will&nbsp; Lovelace, è dedicato alla reunion della notissima rock band Oasis e al trionfale tour” Live ‘25” con i fratelli Liam e Noel Gallagher, di nuovo insieme dopo anni di liti&nbsp;e di contrasti. Si&nbsp;concentra sulle prove e sui concerti, offrendo ottime sequenze, ma senza ulteriori approfondimenti. <strong>My Unesirable Friends: Part II Exile</strong>, della documentarista americana, di origine russa ed ebrea, Julia Loktev, è la seconda parte di un dittico, della durata complessiva&nbsp;di 11 ore e 19 minuti,&nbsp;girato a Mosca nel 2021 e poi in dodici Paesi, nei successivi quattro anni e mezzo. &nbsp; Racconta le vicende&nbsp;di un gruppo di giovani giornalisti russi, in prevalenza donne,&nbsp;oppositori del regime, costretti a vagabondare dopo il forzato esilio dalla Russia per effettuare il loro lavoro di inchiesta e di controinformazione sulla guerra in Ucraina e sulla politica criminale di Putin. <strong>Shumei. The Living Legacy of Kabuki</strong>, primo documentario realizzato dal noto regista giapponese Takashi&nbsp;Miike, offre un bellissimo ritratto intimo del quarantottenne Ichikawa Danjūrō XIII Hakuen, uno dei più prestigiosi attori del teatro Kabuki, la forma classica di teatro giapponese, che mescola la recitazione drammatica con la danza tradizionale. Ichikawa Danjūrō appartiene&nbsp;ad&nbsp;una una famiglia di attori, che ha iniziato l’attività artistica nel 1660, con la fondazione della casa di recitazione Naritaya. Miike ha documentato, nell’ottobre 2022, la cerimonia Shumei, ovvero la successione di Ichikawa Danjūrō con acquisizione di un&nbsp;nuovo titolo e nome,&nbsp;documentando sia la grandiosità dell’evento sia le responsabilità personali, le pressioni e i sacrifici che comporta l’attività artistica del protagonista.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sezione Orizzonti segnaliamo 2 eccellenti film. <strong>Moragheb</strong> (<a href="https://cineuropa.org/film/494048/"><strong>Falling House</strong></a><strong>)</strong>, terzo lungometraggio&nbsp;di&nbsp;Mohsen Gharaei, ha ottenuto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile attribuito a Laleh Marzaban. Questo piccolo capolavoro, ambientato i un quartiere popolare alla periferia di Teheran,&nbsp;è un dramma familiare molto duro, realistico e convincente, con precisi risvolti sociali, culturali, esistenziali e psicologici. Racconta la vicenda di una famiglia di condizione modesta comprendente Rashid (Farhad Aslani), un agente penitenziario del carcere locale, sua moglie, Zirat (Rima Raminfar),&nbsp;sarta a domicilio, Ensi (Laleh Marzban) la figlia ventenne e Janan (Elena Khakbazan), l’altra figlia adolescente. Da un lato il pacioso Rashid, che intrallazza con i detenuti, viene accusato di corruzione e di aver favorito l’evasione di un&nbsp;carcerato e viene sospeso con la prospettiva di perdere il lavoro. Dall’altro l’intera famiglia è oppressa da una terribile evenienza: entro pochi&nbsp;giorni devono traslocare&nbsp;perché la casa verrà demolita per consentire l’avanzare di un enorme progetto di riqualificazione urbana per far posto a un’autostrada. In effetti&nbsp;i bulldozer lavorano a pieno ritmo, con un rumore assordante, realizzando le demolizioni previste. Ma quando scopre che Ensi sta per recarsi in aereo in&nbsp;Turchia per intraprendere una carriera&nbsp;come modella, senza intenzione di tornare a Teheran e che sua madre e&nbsp;sua sorella ne sono al corrente, Rashid subisce un trauma. E, nonostante tutti i guai e i debiti relativi all’imminente trasloco, si trasforma in aguzzino, precipitando la vita di moglie e figlie e anche la propria in un incubo di paura, ricatti e disperazione. Tra bugie, orgoglio ferito, accuse reciproche e irresponsabilità, la spirale di rovina affettiva, morale e materiale della famiglia si avvita in una tragedia angosciante. Per altro Mohsen Gharaei&nbsp;non vuole prospettare&nbsp;una dicotomia definitiva tra il Bene e il Male. E anche l’epilogo non è affatto catartico. Perché il regista, pur senza tralasciare i particolari della&nbsp;gravissima frattura familiare e delle azioni distruttive e autodistruttive&nbsp;di Rashid, ma anche la determinazione assoluta delle figure femminili, non giudica o incasella i personaggi, né orienta strumentalmente la&nbsp;narrazione con il fine di influenzare lo spettatore con un intento didascalico. <strong>Lovers in The Blue Night</strong>, opera seconda della regista indiana, bengalese, Anuparna Roy, è un convincente dramma esistenziale e sociale. Racconta con grande realismo e credibilità, le vicende di due immigranti bengalesi, sfuggiti a una devastante alluvione, e di due piccoli furfanti che&nbsp;sopravvivono in uno slum sovraffollato e miserabile, ai margini di Mumbai, la grande&nbsp;e sfavillante metropoli. La trama esplora temi&nbsp;cruciali: la solitudine, le caste, l’immigrazione, la sessualità, la povertà, il desiderio e il bisogno di&nbsp;affetto e di appartenenza, che può determinare anche dolore e tradimento. Tra sfruttamento del lavoro, mercificazione del sesso, piccole attività criminali, illusioni e delusioni, i problematici legami affettivi, che &nbsp; si sono stabiliti&nbsp;tra i protagonisti, vengono meno, fino a un&nbsp;sorprendente epilogo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il cinema&nbsp;italiano tra conferme e nuovi autori</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto ai film italiani, avendo già&nbsp; recensito&nbsp; in un precedente articolo dedicato alla Mostra le opere in Concorso (<strong>Ritorno a Buenos Aires</strong>, di Marco Bechis, <strong>Succederà questa notte</strong>, di Nanni Moretti, <strong>Il fuoco che ti porti dentro</strong>, di Edoardo De Angelis, <strong>L’estranea</strong>, di Paolo Strippoli e <strong>The Echo Chamber</strong>, di Andrea Pallaoro),&nbsp;ne segnaliamo&nbsp; alcuni della selezione ufficiale presenti nelle altre sezioni, tenendo presente che tutti questi&nbsp; lungometraggi vengono distribuiti nelle sale italiane tra&nbsp; fine settembre e dicembre.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sezione Fuori Concorso&nbsp;sono stati presentati due film, che raccontano la solitudine dei rispettivi protagonisti, ma che sono molto diversi. <strong>Scherzetto</strong>, di Mario Martone, adatta l’omonimo romanzo di Domenico Starnone. È un film semplice, ma ricco di sensibilità. E contiene anche un riferimento alla poetica di <strong>Eduardo De Filippo</strong> rispetto alle relazioni tra generazioni diverse, ai fantasmi e all’orgoglio per il proprio lavoro. Descrive il confronto, dolce e burbero al tempo stesso, tra un nonno settantenne e vedovo, Daniele&nbsp;(Toni Servillo, particolarmente spontaneo e perfettamente nella parte), già pittore famoso e noto disegnatore e illustratore di libri, che vive da solo a Milano e il nipote di 5 anni, Mario (Lorenzo Perrotta), che vive a Napoli con i genitori. Daniele è un poco misantropo ed è tormentato da dubbi e da una crisi creativa che influisce sul suo rapporto con la casa editrice con cui collabora. Betta (Serena Rossi), la madre di Mario, ha chiesto a suo padre di tornare a Napoli, nella casa di famiglia, un antico appartamento in un condominio popolare vicino alla stazione centrale, per occuparsi di Mario, per qualche giorno, mentre lei e il marito (Leonardo Lidi) devono assentarsi per partecipare a un convegno. Nel corso di 72 ore nonno e nipote condividono la quotidianità, non senza piccole incomprensioni e sorprese nello sviluppo di una nuova conoscenza&nbsp;reciproca, dovuta al fatto che si vedono raramente. Per Daniele si tratta di una prova ardua, tra ricordi deformati della propria infanzia trascorsa tra quelle stanze, ove riaffiorano, diventando visibili,&nbsp;i fantasmi di sua nonna e del fratello, piccoli incidenti, fragilità e la scoperta “amara” che un bambino&nbsp;affettuoso e sincero, ma saccente e, a volte, impertinente, può sviluppare un genio artistico innato e può disegnare meglio di lui. <strong>Nessun dolore</strong>, di Gianni Amelio, è una fiaba sociale distopica, costruita come un pamphlet umanistico, emotivo e tragico, per mostrare una spiccata empatia nei confronti dei migranti, presentati come gli ultimi nella scala sociale, diversi, ma pacifici e meritevoli di aiuto. Davide (Alessandro Borghi), un quarantenne appassionato di libri,&nbsp;gestisce un chiosco per venderli in una piazza del centro di Roma. Un giorno in strada viene perseguitato dall’insistenza questuante di un bambino nordafricano. Non capisce cosa voglia da lui e&nbsp;lo scaccia. Ma poi assiste al suo tragico investimento da parte di una motocicletta. Lo veglia in ospedale. Poi, quando il bambino muore, Davide, tormentato dai sensi di colpa, offre ospitalità nel suo appartamento a una giovane donna algerina incinta. Ma, nel giro di pochi giorni, ritrova la propria abitazione trasformata in un rifugio notturno&nbsp;con decine di migranti sconosciuti, di vari Paesi, che cucinano, mangiano e dormono. Tra rappresentazione semplificata delle iniquità del mondo moderno,&nbsp;non caratterizzazione&nbsp;dei personaggi migranti e confusa crisi di coscienza, Amelio configura un ritratto&nbsp; del contesto poco credibile, in cui la carica drammatica di denuncia diventa progressivamente debole e inefficace. Nella sezione Orizzonti sono stati presentati 2 film interessanti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I figli della scimmia</strong>, opera prima di finzione di Tommaso Landucci, ha ottenuto sia iI Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura, assegnato&nbsp;allo stesso Landucci e a Damiano Femfert, sia il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile, attribuito a&nbsp;<strong>Riccardo Scamarcio</strong>. La vicenda di questo dramma familiare, il cui titolo è ispirato da una fiaba di Esopo, si svolge in un’imprecisata località, quantunque il film sia stato girato in vari luoghi della provincia di Torino. Dario <strong>(</strong>Riccardo Scamarcio<strong>)</strong> e&nbsp;Ginevra <strong>(</strong>Lidiya Liberman<strong>)</strong> sono una coppia&nbsp;di quarantenni, genitori di Enrico <strong>(</strong>Andrea Aggio<strong>),</strong> un bambino disabile di 10 anni, tetraplegico e sofferente anche di crisi di spasticità motoria, a cui riservano tutte le attenzioni e le attività di aiuto e di tutela necessarie.&nbsp; Dario si occupa del figlio con estrema dedizione: lo nutre imboccandolo, lo veste, lo lava e lo accompagna ogni giorno in auto alle sedute di&nbsp;fisioterapia in ambulatorio e in piscina. Lavora in una grande agenzia assicurativa con il fratello maggiore, Roberto (Fausto Russo Alesi). Tuttavia, le differenze caratteriali li portano spesso a discutere apertamente: il primogenito è un uomo piuttosto rigido, diffidente circa novità e rischi da affrontare e abituato ad accusare Dario di essere superficiale. In particolare, Roberto, sposato con&nbsp;Linda (Cristina Odasso), è rigoroso nella educazione di suo figlio Giacomo (Tancredi Naldini), un&nbsp;adolescente aperto e&nbsp;ottimista, che, invece, ha stabilito un ottimo rapporto con Dario. In occasione di una riunione familiare nella villa di campagna di Enzo (Luigi Diberti), padre dei due fratelli, per festeggiare il compimento di 14 anni di Giacomo, Dario riscopre la sua vecchia&nbsp;moto da trial fuoristrada. Riesce a rimetterla in&nbsp;funzione per poi regalarla al nipote. Da quel momento Dario si impegna a insegnare a Giacomo&nbsp;come guidare la moto e lo tratta con molta simpatia considerandolo come un figlio ideale. Tuttavia, questo avvicinamento tra Dario e Giacomo&nbsp;crea una forte tensione tra i due fratelli perché Roberto non accetta l’intrusione nelle sue funzioni paterne. Landucci costruisce una narrazione priva di enfasi retorica e di deriva psicologista, caratterizzando bene il gioco di proiezioni e di sentimenti dei protagonisti. La&nbsp;regia privilegia&nbsp;scene concise e un’articolazione efficace dei dialoghi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una storia</strong>, opera di esordio dell’attrice Anna Foglietta, propone il dramma della crisi di una coppia di lavoratori quarantenni che abitano in una località di provincia in Lazio. Mauro (Guido Caprino) lavora come operaio elettricista nella piccola ditta di suo padre che non lo stima e, nel tempo libero, allena i ragazzi di una scuola calcio. Erika (Alba Rohrwacher) è la cassiera di un supermercato. Lui è un uomo non particolarmente soddisfatto della propria via, ma&nbsp;ama far sapere agli altri che tiene tutto sotto controllo, mentre lei è schiva e riservata, ma sempre disponibile a svolgere le faccende di casa, ponendosi al servizio del marito e dell’anziana madre. Apparentemente sembra una coppia solida e priva di tensioni, ma quando la loro unica figlia si allontana da casa per intraprendere gli studi universitari fuori sede, emerge un senso di vuoto e la comunicazione e l’intesa tra i due coniugi entrano in crisi. Foglietta racconta,&nbsp;attraverso vari dettagli e rituali quotidiani, lo sviluppo della loro crisi. Fino a quando, in inverno, Erika non riesce più a gestire la crescente malinconia e un’incipiente nevrosi depressiva che la portano a non poter più svolgere compiutamente i lavori in casa e a dimenticarsi gli impegni che la attendono. Mauro subisce un trauma quando suo padre vende l’azienda senza informarlo e lui si trova disoccupato. Riemergono antichi dissapori tra i due.&nbsp; L’uomo inizialmente non dà peso e attenzione al disagio di sua moglie, ma poi i due devono faticosamente iniziare a parlarsi e a spiegare i rispettivi stati d’animo ed esigenze. Nonostante un’efficace descrizione del contesto nella prima parte del film, purtroppo la qualità drammatica appare incerta soprattutto perché la crisi di coppa si sviluppa&nbsp;con stilemi che appaiono piuttosto alieni all’ambiente proletario in cui si svolge la vicenda. Purtroppo, l’alienazione di Erika appare&nbsp;descritta in termini non molto credibili e l’epilogo conciliatorio appare piuttosto dissonante.&nbsp;</p>



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		<title>&#8220;Il rivoluzionario e la maestra&#8221;, l&#8217;opera di Gaja Cenciarelli porta la storia e la libertà fuori dai libri di storia</title>
		<link>https://www.pubblicanow.it/2026/09/25/il-rivoluzionario-e-la-maestra-lopera-di-gaja-cenciarelli-porta-la-storia-e-la-liberta-fuori-dai-libri-di-storia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:28:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scrittrice crea un ponte ideale tra l&#8217;Uruguay insanguinato dalla dittatura e la periferia romana. Una storia di rivoluzione e dignità: due scelte che non si piegano mai di Claudia Proietti La maggior parte dei libri racconta una storia, alcuni lo fanno meglio di altri. Poi ci sono quelli che rimangono piantati dentro, dolorosi come [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>La scrittrice crea un ponte ideale tra l&#8217;Uruguay insanguinato dalla dittatura e la periferia romana. Una storia di rivoluzione e dignità: due scelte che non si piegano mai</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudia Proietti</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggior parte dei libri racconta una storia, alcuni lo fanno meglio di altri. Poi ci sono quelli che rimangono piantati dentro, dolorosi come un chiodo ma vivi come un seme perché affondano nel terreno della coscienza e lì costruiscono. Questo è il caso de <em>Il rivoluzionario e la maestra</em> (Marsilio), opera con cui Gaja Cenciarelli compie un piccolo grande prodigio civile creando un ponte strutturale e morale, capace di far collidere due realtà geografiche lontane nel tempo e nello spazio – l’Uruguay insanguinato della dittatura e dei Tupamaros negli anni ’80 e la periferia romana contemporanea fredda e asfittica – per dimostrarci che la condizione umana segue regole universali anche in situazioni diametralmente diverse. Leggi che nessun regime e nessuna crisi riescono a scalfire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro dell’opera c’è una mappa del dolore e del riscatto che unisce destini lontani: quello di Adolfo Wasem Alaniz, dirigente tupamaro ridotto allo stremo nel Penal de Libertad dopo indicibili torture e una malattia incurabile, quello della sua coraggiosa compagna Sonia Mosquera Villamil, che oppone alle peggiori brutalizzazioni una resistenza di spirito incrollabile dal carcere di Punta de Rieles, e quello di un’insegnante precaria nella Roma di oggi, che si barcamena tra traslochi, rincari e lutti personali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’abilità indiscussa dell’autrice sta nel mostrare come due condizioni apparentemente inconciliabili – la prigionia estrema di un rivoluzionario e l’isolamento claustrofobico di una maestra precaria – finiscano per specchiarsi e sorreggersi a vicenda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La straordinaria forza del romanzo risiede nel rifiuto della retorica e del facile pietismo. Cenciarelli compie un’operazione letteraria audace: prende una pagina storica dolorosa e le restituisce carne e anima. Non cerca mai l’effetto “facile”, non c’è compiacimento nel dolore; ogni dettaglio è pesato con estrema precisione, dal secchio degli escrementi nelle celle uruguaiane fino a quella singola mattonella sconnessa e rumorosa nel corridoio della nuova casa a Roma, capace di produrre un “clic” che rimbomba come un sussulto, un piccolo arresto del sistema, una microscopica e folgorante rivelazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuno dei protagonisti vive una prigionia e ognuno sceglie di reagire: Adolfo avviando uno sciopero della fame contro lo strazio del corpo, Sonia difendendo la dignità propria e delle compagne e la maestra che risponde all’isolamento dell’appartamento con un’ostinazione testarda, affidando la sua piccola ribellione al rumore scomodo di una mattonella.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spirito resta corpo, l’ultimo e indistruttibile territorio di sovranità. La rivoluzione abbandona la sua materia ideologica per farsi pratica, corporea e rumorosa. A dare un ulteriore tocco di eleganza ci sono i versi di Mario Benedetti che accompagnano i capitoli, alternando dolorosa lucidità, profonda rimembranza e dolente ironia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fiore che sboccia dal seme di questo romanzo è la consapevolezza che, quando tutto intorno crolla – che sia una dittatura militare o la spietata mercificazione di una metropoli – l’ultima forma di rivoluzione possibile è custodire la propria umanità e tenere la schiena dritta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un panorama editoriale saturo di prodotti preconfezionati e risposte consolatorie, Cenciarelli firma un libro necessario, civile e profondamente politico, nel senso più genuino del termine. Ci ricorda che la povertà va oltre l’assenza di denaro: è la perdita di diritti e di visibilità sociale, e che l’indifferenza delle metropoli odierne somiglia pericolosamente all’insensibilità dei regimi. Soprattutto, con la sua voce tagliente e insieme empatica, l’autrice si conferma una delle penne più lucide e potenti della nostra narrativa contemporanea, lasciandoci l’eco persistente di una domanda destinata a non spegnersi più. Una domanda dolorosa come un chiodo e viva come un seme.</p>



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		<title>La crisi dello stretto di Bab el-Mandeb e il rischio di uno shock per il commercio internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 08:58:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crescente instabilità nello stretto di Bab el-Mandeb, strategico passaggio tra Mar Rosso e Golfo di Aden, rischia di trasformare il conflitto yemenita in una crisi con ripercussioni globali. Il controllo della costa yemenita da parte degli Houthi e le tensioni con l&#8217;Arabia Saudita aumentano i rischi per la navigazione internazionale. Una chiusura o una [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>La crescente instabilità nello stretto di Bab el-Mandeb, strategico passaggio tra Mar Rosso e Golfo di Aden, rischia di trasformare il conflitto yemenita in una crisi con ripercussioni globali. Il controllo della costa yemenita da parte degli Houthi e le tensioni con l&#8217;Arabia Saudita aumentano i rischi per la navigazione internazionale. Una chiusura o una grave limitazione del traffico attraverso il Mar Rosso costringerebbe le navi a percorsi alternativi, con un forte aumento di tempi, costi di trasporto, assicurazioni e prezzi delle materie prime. Lo scenario sarebbe ancora più grave in presenza di una contemporanea crisi dello stretto di Hormuz</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stretto di <strong>Bab el-Mandeb</strong> rappresenta uno dei principali punti strategici del commercio marittimo mondiale. Situato tra lo Yemen e il Corno d&#8217;Africa, collega il <strong>Golfo di Aden al Mar Rosso</strong> e costituisce quindi un passaggio essenziale per le navi che percorrono la rotta tra <strong>Asia ed Europa</strong> attraverso il Canale di Suez. La crisi yemenita e l&#8217;espansione del controllo degli Houthi sulla costa del Mar Rosso hanno trasformato questo passaggio geografico in un potenziale <strong>chokepoint</strong>, cioè un punto di strozzatura dal quale può dipendere la continuità di importanti flussi commerciali ed energetici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione è resa particolarmente grave dal coinvolgimento degli <strong>Houthi (Ansar Allah)</strong>, movimento yemenita filo-iraniano impegnato nel conflitto contro il governo yemenita e, più direttamente, contro l&#8217;Arabia Saudita. Gli Houthi hanno rivendicato attacchi missilistici e con droni contro obiettivi sauditi e hanno minacciato di aumentare la portata delle loro operazioni. Parallelamente, le forze governative yemenite hanno condotto operazioni militari nell&#8217;area di Mokha e lungo la direttrice che porta verso Bab el-Mandeb. L&#8217;arrivo di circa 1.400 persone dallo Yemen a Gibuti in sole 24 ore testimonia inoltre l&#8217;intensità dello scontro e la sua crescente dimensione regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per ora Bab el Mandeb resta aperto</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un elemento importante è però la <strong>contraddizione tra la minaccia alla sicurezza della rotta e la continuità effettiva del traffico</strong>. Secondo una fonte del Ministero dei Trasporti degli Houthi, 73 navi hanno attraversato Bab el-Mandeb nell&#8217;arco di due giorni, un volume pari al 98,6% della media precedente al divieto imposto alle navi saudite. Questi dati vengono utilizzati dagli Houthi per sostenere che il traffico internazionale non sia stato realmente compromesso. Tuttavia, la questione non riguarda soltanto quante navi riescano ancora a transitare: anche la <strong>possibilità che la rotta diventi insicura o venga chiusa</strong> può produrre conseguenze economiche molto rilevanti, perché gli operatori marittimi possono essere costretti a modificare le proprie rotte, sostenendo costi maggiori e aumentando i tempi di consegna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema assume una dimensione ancora più ampia se si considera la contemporanea crisi dello <strong>stretto di Hormuz</strong>. I due passaggi costituiscono infatti due punti strategici distinti ma strettamente collegati. Hormuz è fondamentale soprattutto per i flussi energetici provenienti dal Golfo Persico, mentre Bab el-Mandeb è essenziale per collegare questi traffici e, più in generale, le merci asiatiche con il Mediterraneo e l&#8217;Europa. La loro eventuale chiusura contemporanea produrrebbe quindi un vero <strong>&#8220;double chokepoint&#8221;</strong>, mettendo sotto pressione contemporaneamente l&#8217;approvvigionamento energetico e le principali rotte commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo alcune analisi, la chiusura simultanea dei due stretti potrebbe mettere a rischio <strong>fino a 10 miliardi di dollari di commercio globale al giorno</strong>, oltre a coinvolgere fino al <strong>30% dello shipping mondiale via container</strong>. Sarebbe inoltre minacciata una quota molto significativa delle forniture globali di petrolio e gas, indicata intorno al <strong>22% e, secondo altre stime, fino al 25%</strong>. Le conseguenze riguarderebbero anche le importazioni europee, che potrebbero subire forti ripercussioni, e merci strategiche come fertilizzanti, alluminio e beni di consumo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio non consiste quindi soltanto nella <strong>mancanza fisica delle merci</strong>, ma anche nell&#8217;aumento generalizzato dei costi. Una chiusura di Bab el-Mandeb costringerebbe molte navi a evitare il Mar Rosso e a circumnavigare l&#8217;Africa passando per il <strong>Capo di Buona Speranza</strong>. Questo comporterebbe percorsi molto più lunghi, maggiori consumi di carburante, tempi di trasporto più elevati, aumento dei costi assicurativi e potenziale crescita dei noli marittimi. L&#8217;effetto finale potrebbe trasferirsi sui prezzi delle materie prime e dei prodotti finiti, alimentando nuove pressioni inflazionistiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio questo il significato delle dichiarazioni del ministro italiano Gilberto Pichetto Fratin, secondo cui il blocco degli stretti avrebbe un effetto negativo particolarmente forte sui prezzi. La vulnerabilità dell&#8217;Arabia Saudita è significativa: anche nel caso in cui il regno riesca a utilizzare infrastrutture alternative, come l&#8217;oleodotto East-West, parte del petrolio destinato ai mercati asiatici deve comunque passare attraverso Bab el-Mandeb. Di conseguenza, un&#8217;interruzione del traffico nello stretto potrebbe limitare l&#8217;efficacia delle strategie utilizzate per aggirare la crisi di Hormuz.</p>



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		<title>Lombardia, stipendi bassi anche nella Regione &#8220;locomotiva&#8221;: un lavoratore su due guadagna meno di 25mila euro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 13:22:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto della Uil Lombardia sui dati Inps del 2024 fotografa un mercato del lavoro segnato da forti disuguaglianze. Tra i giovani la situazione è ancora più critica, mentre il divario retributivo tra uomini e donne supera i 10mila euro Anche nella Lombardia, la cosiddetta “Locomotiva d’Italia”, i livelli salariali raccontano una realtà preoccupante. Nonostante [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rapporto della Uil Lombardia sui dati Inps del 2024 fotografa un mercato del lavoro segnato da forti disuguaglianze. Tra i giovani la situazione è ancora più critica, mentre il divario retributivo tra uomini e donne supera i 10mila euro</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nella Lombardia, la cosiddetta <strong>“Locomotiva d’Italia”</strong>, i livelli salariali raccontano una realtà preoccupante. Nonostante il costo della vita sia tra i più elevati del Paese, quasi la metà dei lavoratori guadagna meno di 25mila euro all’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il rapporto della <strong><a href="https://www.uilmilanolombardia.it/">Uil Lombardia</a></strong> sugli stipendi nel 2024, elaborato sulla base dei dati Inps, il <strong>49,66% dei lavoratori</strong> non supera infatti questa soglia. Una quota consistente, pari al <strong>36,5%</strong>, guadagna invece meno di 20mila euro annui.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La crescita del lavoro non basta</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri, secondo il sindacato, evidenziano un paradosso: alla crescita nominale delle retribuzioni e dell&#8217;occupazione non corrisponde un miglioramento altrettanto significativo della qualità del lavoro. Una situazione che assume contorni ancora più critici considerando il costo della vita della regione e le difficoltà per molti lavoratori di raggiungere una reale autonomia economica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Giovani, redditi al limite della sussistenza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A pagare il prezzo più alto sono soprattutto gli under 35. In Lombardia sono circa <strong>1,25 milioni i giovani lavoratori dipendenti</strong>, pari al 33,22% del totale. Tra loro, <strong>il 50,31% non supera i 20mila euro annui</strong>, mentre il <strong>65,18% resta sotto i 25mila euro</strong>. Per la Uil si tratta di livelli retributivi che rischiano di compromettere la possibilità per le nuove generazioni di costruire un proprio percorso di autonomia. «In una regione ad alto costo della vita, questo gap limita drasticamente la possibilità di un&#8217;autonomia abitativa e familiare», evidenzia il rapporto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il divario di genere supera i 10mila euro</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A pesare sul quadro complessivo c&#8217;è anche il <strong>gender pay gap</strong>, che in Lombardia rimane particolarmente ampio. La retribuzione media annua degli uomini raggiunge <strong>34.714,35 euro</strong>, mentre quella delle donne si ferma a <strong>24.707,09 euro</strong>: una differenza di oltre <strong>10mila euro</strong>, pari al <strong>28,83% in meno</strong> per le lavoratrici. Secondo la Uil, il divario non è riconducibile soltanto alle differenze nella retribuzione oraria. A incidere sono anche il <strong>part-time involontario</strong>, la discontinuità dei percorsi lavorativi e la minore presenza delle donne nei ruoli apicali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La richiesta della Uil: più qualità e salari adeguati</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte a questi dati, il sindacato chiede che la crescita economica della Lombardia si traduca maggiormente in occupazione di qualità e in una distribuzione più equilibrata della ricchezza. «Il rapporto conferma che la crescita deve tradursi maggiormente in qualità del lavoro e in una distribuzione più equilibrata della ricchezza prodotta», commenta <strong>Antonio Albrizio</strong>, segretario generale della Uil Lombardia. Per Albrizio, dunque, salari adeguati, stabilità occupazionale e buona occupazione devono tornare al centro delle politiche regionali.</p>



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		<title>La corsa all’intelligenza artificiale e il timore di perdere il controllo. L&#8217;allarme di Coxon (ex Anthropic)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 13:50:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un ex ricercatore di Anthropic e OpenAI lancia l’allarme sui rischi di una superintelligenza capace di auto-migliorarsi. Intanto cresce la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, tra accuse reciproche e richiami alla cooperazione La corsa verso un’intelligenza artificiale sempre più potente potrebbe trasformarsi in una sfida dagli esiti imprevedibili. A rilanciare con forza questo [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un ex ricercatore di Anthropic e OpenAI lancia l’allarme sui rischi di una superintelligenza capace di auto-migliorarsi. Intanto cresce la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, tra accuse reciproche e richiami alla cooperazione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La corsa verso un’intelligenza artificiale sempre più potente potrebbe trasformarsi in una sfida dagli esiti imprevedibili. A rilanciare con forza questo timore è Jacob Coxon, ricercatore britannico di 27 anni che ha deciso di lasciare <a href="https://www.anthropic.com/">Anthropic </a>dopo aver lavorato anche per OpenAI, denunciando quella che considera una competizione sempre più difficile da controllare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una serie di post pubblicati su X per annunciare le proprie dimissioni, Coxon ha sostenuto che all’interno dei principali laboratori di IA esiste una consapevolezza concreta dei rischi legati allo sviluppo di sistemi capaci, in prospettiva, di superare le capacità umane. Secondo il ricercatore, alcune delle persone impegnate nello sviluppo di queste tecnologie ritengono persino possibile che l’IA possa rappresentare una minaccia esistenziale per l’umanità entro la fine del decennio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Coxon ha definito la situazione come una sorta di scommessa sul futuro dell’umanità. A suo giudizio, la potenza dei sistemi di nuova generazione viene ancora largamente sottovalutata: potrebbero diventare rapidamente strumenti in grado di compiere attacchi informatici su vasta scala, trasformare interi settori economici e ottenere un accesso sempre maggiore a risorse e forme di potere nel mondo reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, sostiene, non riguarda soltanto una singola azienda. Anthropic e OpenAI, pur con approcci differenti, sarebbero entrambe coinvolte in una corsa per raggiungere per prime sistemi sempre più avanzati. Coxon ritiene che OpenAI possa non aver pienamente interiorizzato la portata dei rischi, mentre Anthropic, pur mostrando maggiore consapevolezza sul fronte della sicurezza, sarebbe a sua volta condizionata dalla necessità di competere e non rimanere indietro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui la richiesta di un cambio di passo. Secondo l’ex ricercatore, non è sufficiente riconoscere i pericoli: servirebbe un coordinamento concreto tra aziende e gruppi di ricerca, fino ad arrivare, se necessario, a una sospensione temporanea dell’aumento delle capacità dei modelli. Il punto centrale della sua critica è la difficoltà di comprendere fino in fondo il funzionamento e le possibili conseguenze di sistemi di apprendimento sempre più sofisticati prima di renderli ancora più potenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’allarme di Coxon si inserisce in un dibattito più ampio sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale, proprio mentre Anthropic si prepara a una possibile quotazione in Borsa che potrebbe portare la valutazione dell’azienda a livelli straordinari. La sicurezza dell’IA è, del resto, uno dei temi sui quali Anthropic ha costruito una parte importante della propria identità pubblica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La sfida con la Cina sull&#8217;Intelligenza artificiale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Alla competizione tra i grandi laboratori occidentali si aggiunge quella geopolitica. Gli Stati Uniti hanno rivolto accuse alle principali aziende cinesi di IA, contestando in particolare l’utilizzo di tecniche di “distillazione” per trasferire conoscenze dai modelli statunitensi a quelli sviluppati in Cina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pechino ha respinto le accuse, invitando Washington a evitare quelle che ha definito “accuse infondate e diffamazioni”. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha sostenuto che i progressi dell’IA nazionale siano soprattutto il risultato dell’autonomia e dell’autosufficienza scientifica e tecnologica raggiunte dalla Cina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Pechino, lo sviluppo del settore beneficia inoltre di una politica fondata sulla condivisione, sulla cooperazione aperta e sulla collaborazione tecnologica. Una posizione che si contrappone alla crescente diffidenza statunitense e conferma come la corsa all’intelligenza artificiale non sia soltanto una competizione industriale, ma anche una partita strategica tra le principali potenze mondiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, il monito di Coxon porta la discussione su un terreno ancora più delicato: <strong>quanto velocemente è opportuno sviluppare una tecnologia le cui conseguenze future non siamo ancora in grado di prevedere pienamente?</strong> La risposta potrebbe determinare non soltanto il futuro dell’industria tecnologica, ma anche l’equilibrio tra innovazione, sicurezza e controllo umano.</p>
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		<title>Falkland, Milei riaccende la sfida a Londra: «Le Malvinas sono argentine». La risposta britannica: «Rimarranno nostre»</title>
		<link>https://www.pubblicanow.it/2026/09/04/falkland-milei-riaccende-la-sfida-a-londra-le-malvinas-sono-argentine-la-risposta-britannica-rimarranno-nostre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 14:20:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente argentino rilancia la rivendicazione sulle isole contese e annuncia nuove misure contro le società impegnate nei progetti petroliferi. Londra replica senza esitazioni: «Il diritto all’autodeterminazione degli abitanti è fondamentale». Sullo sfondo, le aperture di Donald Trump che Buenos Aires interpreta come un possibile cambio di rotta degli Stati Uniti A più di quarant’anni [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il presidente argentino rilancia la rivendicazione sulle isole contese e annuncia nuove misure contro le società impegnate nei progetti petroliferi. Londra replica senza esitazioni: «Il diritto all’autodeterminazione degli abitanti è fondamentale». Sullo sfondo, le aperture di Donald Trump che Buenos Aires interpreta come un possibile cambio di rotta degli Stati Uniti</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A più di quarant’anni dalla guerra del 1982, la disputa sulle isole Falkland torna ad alimentare la tensione tra <a href="https://www.argentina.gob.ar/">Argentina</a> e Regno Unito. Buenos Aires, che continua a chiamarle Malvinas, non ha mai rinunciato alla propria rivendicazione sull’arcipelago dell’Atlantico meridionale. E ora il presidente Javier Milei rilancia con forza la questione, sostenendo che ci siano «venti favorevoli» per la causa argentina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una posizione che ha provocato l&#8217;immediata reazione di Londra. Il segretario di Stato britannico agli Esteri, Ed Miliband, ha ribadito sui social che le Falkland «sono britanniche e rimarranno tali», sottolineando come questa sia la volontà nettamente prevalente degli abitanti delle isole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla stessa linea il ministro britannico della Difesa, che ha definito la dichiarazione di Milei soprattutto un elemento di politica interna argentina, ribadendo che «le Falkland sono britanniche perché gli abitanti scelgono di essere britannici» e che l&#8217;impegno del Regno Unito nei confronti dell&#8217;arcipelago resta «assoluto e irremovibile».</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il petrolio riaccende la contesa</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A far tornare la questione al centro del dibattito sono state soprattutto le nuove dichiarazioni di Milei sui progetti energetici nelle acque intorno alle isole. Nel corso di un discorso televisivo, il presidente argentino ha indicato il progetto petrolifero Sea Lion come una minaccia alla sovranità del Paese e come un tentativo di sottrarre risorse naturali al popolo argentino. Il giacimento è sviluppato da società israeliane e britanniche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milei ha annunciato l&#8217;intenzione di presentare un progetto di legge per inasprire sanzioni e pene nei confronti delle aziende coinvolte in attività che Buenos Aires considera non autorizzate. Il presidente ha inoltre annunciato che sarà vietato operare sul territorio argentino alle società direttamente o indirettamente coinvolte in progetti nelle Malvinas senza autorizzazione di Buenos Aires.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Coloro che operano sulle nostre isole alle spalle del governo argentino dovranno scegliere tra una scommessa illegale in un territorio conteso e un&#8217;attività redditizia e sicura in un Paese sovrano», ha avvertito Milei, sottolineando che le due attività non potranno essere portate avanti contemporaneamente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La nuova strategia di sicurezza di Buenos Aires</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova offensiva diplomatica sulle Malvinas si inserisce in un più ampio progetto di rafforzamento della sicurezza nazionale argentina. Milei ha firmato un decreto per ampliare le risorse destinate al ministero della Difesa e ha indicato come priorità la costruzione di una «base navale integrata» nella Terra del Fuoco, insieme al potenziamento delle capacità del Paese nel settore delle telecomunicazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il presidente, la nuova struttura dovrebbe trasformare la Terra del Fuoco nel «più importante polo logistico dell&#8217;Atlantico meridionale», assumendo un ruolo centrale nella proiezione geopolitica dell&#8217;Argentina. Il governo punta inoltre alla creazione di un Consiglio di Sicurezza Nazionale incaricato di coordinare Esteri, Difesa, intelligence ed economia. Milei ha annunciato che chiederà al Congresso di attribuire all&#8217;organismo i poteri necessari per consentire allo Stato di rispondere, con strumenti economici e diplomatici, alle eventuali minacce provenienti da attori statali o non statali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il presidente argentino, la sicurezza nazionale non riguarda soltanto la difesa fisica del territorio, ma comprende anche la stabilità economica, la protezione della valuta, il rafforzamento del sistema finanziario e lo sviluppo delle risorse strategiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;ombra di Trump sulla disputa</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere ancora più delicata la situazione sono le recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, stretto alleato politico di Milei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha lasciato intendere che Washington potrebbe rivedere la propria posizione sulla controversia, arrivando a mettere in discussione un eventuale sostegno al Regno Unito in caso di un futuro conflitto per le isole. Un&#8217;ipotesi legata anche alle tensioni tra Stati Uniti e Londra e al mancato sostegno britannico alle posizioni americane durante la guerra contro l&#8217;Iran. Gli Stati Uniti riconoscono che il Regno Unito esercita di fatto l&#8217;amministrazione delle Falkland, ma tradizionalmente non hanno assunto una posizione definitiva sulla sovranità dell&#8217;arcipelago.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milei ha accolto le parole di Trump come un segnale particolarmente significativo per la causa argentina, definita dal presidente una questione «sacra» per il Paese. Secondo il leader argentino, Washington starebbe valutando un cambiamento perché considera l&#8217;Argentina «un partner affidabile», allineato ai valori occidentali e collocato in una posizione strategicamente rilevante nell&#8217;Atlantico meridionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>«Le Malvinas sono argentine per storia e per diritto»</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Milei ha quindi ribadito senza ambiguità la posizione di Buenos Aires: «Le Malvinas sono argentine per storia e per diritto». Il presidente sostiene che non ci sia alcuna discussione possibile sulla sovranità delle isole e ha accusato il Regno Unito di aver instaurato una situazione coloniale che, a suo giudizio, si protrae ancora oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la ricostruzione di Milei, Londra avrebbe occupato le isole, espulso le autorità argentine e imposto il proprio controllo sul territorio. Il presidente respinge inoltre il principio secondo cui gli abitanti delle Falkland possano determinare autonomamente lo status dell&#8217;arcipelago, sostenendo che la loro presenza sia il risultato di un insediamento successivo all&#8217;occupazione britannica. Di conseguenza, Buenos Aires considera non validi, ai fini della sovranità, gli argomenti fondati sui referendum organizzati nelle isole.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La guerra del 1982 e una ferita ancora aperta</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La disputa affonda le sue radici in una storia molto più lunga, ma il momento più drammatico resta la guerra del 1982. Il 2 aprile di quell&#8217;anno l&#8217;Argentina inviò migliaia di soldati per assumere il controllo dell&#8217;arcipelago. Il Regno Unito reagì con una massiccia operazione militare che, dopo 74 giorni di combattimenti, portò alla riconquista delle isole da parte britannica. Il conflitto provocò 649 morti tra gli argentini e 255 tra i britannici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella guerra continua a rappresentare una ferita profonda nella memoria argentina. La rivendicazione delle Malvinas è inoltre sancita dalla Costituzione del Paese, elemento che rende la questione particolarmente sensibile anche sul piano politico interno.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le Falkland oggi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le isole Falkland si trovano nell&#8217;Atlantico meridionale, a circa 600 chilometri dalle coste della Patagonia argentina. L&#8217;arcipelago conta circa 3.600 abitanti e gode di un&#8217;ampia autonomia interna. Londra mantiene il controllo sulla politica estera e sulla difesa, oltre a una presenza militare permanente che comprende anche aerei da combattimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel referendum del 2013, gli abitanti delle Falkland votarono a stragrande maggioranza per mantenere lo status di territorio britannico. È proprio il principio di autodeterminazione della popolazione locale il principale argomento sul quale Londra fonda la propria posizione. Buenos Aires, al contrario, considera la controversia una questione di sovranità territoriale e sostiene che la popolazione delle isole non possa decidere autonomamente il futuro di un territorio che l&#8217;Argentina considera proprio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A oltre quarant&#8217;anni dalla guerra, dunque, la disputa resta irrisolta. E le nuove dichiarazioni di Milei, insieme alle aperture di Trump e alla crescente importanza delle risorse energetiche dell&#8217;Atlantico meridionale, rischiano di riportare le Malvinas al centro di una partita geopolitica che sembrava rimasta congelata nel tempo.</p>



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