Le città al tempo del grande caldo: come si prova a raffreddare le metropoli del futuro

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Tra alberi, vernici riflettenti, “stanze fresche” e nuove figure istituzionali dedicate al caldo, le amministrazioni urbane cercano soluzioni per mesi estivi sempre più lunghi e roventi

di Alessio Ramaccioni

Camminare in centro città in una giornata di piena estate, oggi, significa spesso attraversare un forno a cielo aperto. Lo abbiamo sperimentato in maniera definitiva questa estate, ma sono anni ormai che chi vive in città percepisce un livello di difficoltà quotidiana collegata alle alte temperature, direttamente esponenziale al progredire della stagione estiva. L’asfalto restituisce calore anche di notte, i palazzi di vetro lo intrappolano, l’aria condizionata di migliaia di edifici lo scarica all’esterno alimentando un circolo vizioso. È il fenomeno che gli scienziati chiamano isola di calore urbana: le città possono risultare dai cinque ai dieci gradi più calde delle campagne circostanti, con effetti diretti su salute pubblica, mortalità, consumi energetici e qualità della vita.

Non è più un problema di nicchia per climatologi e urbanisti, e lo abbiamo compreso chiaramente in questo 2026, con un’estate anticipata già a fine maggio: una prima, intensa ondata di calore ha investito gran parte dell’Europa occidentale, con temperature superiori di 10-15 gradi rispetto alle medie stagionali e punte oltre i 40°C in Portogallo. Un’estate caldissima, che segue quella del 2025 che gli scienziati hanno definito tra le più letali degli ultimi decenni per il continente, con decine di migliaia di morti attribuibili al caldo eccezionale, secondo le stime degli istituti di ricerca europei. Un quadro preoccupante, che rende sempre più urgente una domanda: come si può rendere una città vivibile quando le temperature estive diventano strutturalmente più alte?

Un problema non solo climatico

Il riscaldamento globale spiega solo una parte del fenomeno. L’altra parte, quella su cui le amministrazioni possono effettivamente intervenire, riguarda come sono fatte le città: superfici scure che assorbono radiazione solare, scarsità di vegetazione, edifici alti e ravvicinati che intrappolano il calore e ostacolano la ventilazione naturale, traffico e climatizzatori che riversano calore aggiuntivo nell’ambiente urbano. È la combinazione tra un clima più caldo e un tessuto urbano progettato per trattenere quel calore a rendere le estati in città sempre più difficili da sopportare, soprattutto nei quartieri più densi e meno alberati, che spesso sono anche quelli abitati dalle fasce di popolazione più fragili.

Le strategie sul tavolo

Di fronte a questo scenario, città di tutto il mondo stanno sperimentando e discutendo diverse tipologie di interventi.

Più verde, meno cemento. L’aumento della copertura arborea resta la misura più citata dagli esperti: gli alberi offrono ombra diretta e raffreddano l’aria tramite l’evapotraspirazione. Molte città europee, tra cui diverse italiane, hanno inserito nei propri piani di intervento l’espansione del verde urbano e della cosiddetta “foresta urbana”, insieme alla depavimentazione di piazze e cortili scolastici per far posto a superfici permeabili e alberate.

Superfici che riflettono invece di assorbire. Tetti e pavimentazioni chiare o rivestite con vernici ad alta riflettanza (i cosiddetti cool roofs e cool pavements) respingono parte della radiazione solare invece di accumularla. Alcune sperimentazioni condotte, come ad esempio a Phoenix, negli Stati Uniti, hanno registrato riduzioni della temperatura superficiale dell’asfalto di diversi gradi grazie a rivestimenti specifici; interventi simili sono allo studio o in fase di test anche in diverse città europee su tetti pubblici e scolastici.

Acqua e fontane come infrastruttura di raffrescamento. In diverse capitali europee, durante le ondate di calore più intense, le amministrazioni hanno reso gratuite le piscine pubbliche o potenziato l’accesso a fontane e nebulizzatori nei luoghi di maggiore passaggio, trasformando l’acqua da elemento estetico a vera e propria infrastruttura di emergenza climatica.

“Stanze fresche” e reti di rifugio. Sul modello già sperimentato in diverse città francesi e statunitensi, si moltiplicano gli spazi pubblici climatizzati — biblioteche, centri civici, alcune stazioni della metropolitana — aperti gratuitamente come rifugio nelle ore più calde, spesso pensati in primo luogo per anziani, persone sole e senza fissa dimora.

Urbanistica e regolamenti edilizi. Un fronte più strutturale riguarda le regole di progettazione: altezza e orientamento degli edifici per favorire la ventilazione naturale, requisiti minimi di ombreggiamento negli spazi pubblici, limiti alla cementificazione dei nuovi quartieri, incentivi per isolamento termico e materiali da costruzione a bassa capacità di accumulo del calore.

L’intelligenza artificiale al servizio della pianificazione. Un tema sempre più discusso è l’uso di modelli di analisi dati e intelligenza artificiale per mappare con precisione le aree più a rischio ’isola di calore’ all’interno di una città, prevedere i picchi di domanda energetica legata al raffrescamento e ottimizzare in tempo reale la gestione degli impianti di climatizzazione degli edifici pubblici, riducendo sprechi e costi.

Una nuova figura istituzionale: i “responsabili del caldo”

Uno degli sviluppi più interessanti degli ultimi anni sul piano della governance è la nascita della figura del Chief Heat Officer, un funzionario dedicato esclusivamente alla gestione del rischio caldo. La prima nomina risale al 2021, a Miami-Dade, negli Stati Uniti. Una sperimentazione che è stata recepita in fretta da altre città, sempre in America (Phoenix e Los Angeles), in Europa (Atene) e poi in altre città nel mondo. Il compito di questi funzionari è coordinare i tanti soggetti coinvolti nella risposta al caldo (sanità, protezione civile, urbanistica, servizi sociali), che spesso lavorano in modo frammentato, e dare priorità politica e comunicativa a un rischio che, a differenza di alluvioni o terremoti, uccide silenziosamente e in modo diluito nel tempo. Anche altre grandi città nordamericane, come Toronto, stanno valutando l’introduzione di ruoli analoghi.

I limiti e le critiche

Non mancano, ovviamente, gli scetticismi. Alcuni esperti di pianificazione urbana fanno notare che molte di queste misure — dagli alberi ai tetti bianchi — richiedono anni per produrre effetti misurabili e soprattutto risorse economiche significative, in un momento in cui i bilanci comunali sono spesso sotto pressione. C’è poi il tema dell’equità: senza una pianificazione mirata, gli interventi di rinverdimento e riqualificazione rischiano di concentrarsi nei quartieri già più ricchi e alberati, lasciando indietro le periferie più dense e povere di verde, che sono anche quelle statisticamente più esposte al rischio caldo. Infine, la ricerca più recente segnala che indicatori come la sola temperatura superficiale non bastano a descrivere lo stress da calore effettivamente percepito da chi cammina per strada: contano anche ombra, ventilazione e umidità, il che significa che le strategie di mitigazione vanno progettate combinando più soluzioni insieme, e non affidandosi a un’unica misura.

Uno scenario che non può più aspettare

Con estati che iniziano prima, durano di più e toccano temperature record — come mostrano sia il 2025 sia questa caldissima estate 2026 — la discussione sulla mitigazione del caldo urbano sta rapidamente passando dalla fase sperimentale a quella delle politiche strutturali. Il nodo, per molte amministrazioni, non è più se intervenire, ma quanto in fretta e con quali priorità, in un contesto in cui il caldo estremo è ormai riconosciuto come uno dei rischi climatici più letali — e meno visibili — per chi vive nelle città.

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