Dal giuramento degli Orazi al saluto fascista. La storia si ricollega tra mito ed apologia, riconducendo a reato un gesto immortalato nel celebre dipinto di Jacques-Louis David, con cui gli Orazi, tre fratelli romani, prestarono giuramento al padre con il braccio teso.
Da qui l’equivoco tanto discusso sul “saluto romano”, che in realtà poco appartiene ai nostri antenati, ma è stato adottato da fascismo e nazismo come saluto di rievocazione del grande impero.
I romani si salutavano semplicemente come facciamo noi oggi: se militari, portando la mano all’elmo; se affini, con abbracci e baci; e se ancora imperatori, alzando la mano destra con fare benedicente nei discorsi pubblici!
Il recente raduno di Acca Larenzia, con 10 denunciati e centinaia di identificati per aver fatto il saluto romano durante la 46esima commemorazione dell’anniversario della strage avvenuta a Roma, in cui furono uccisi tre giovani militanti della destra capitolina, per mano di un commando di estrema sinistra, ha sollevato un polverone tra politica ed opinione pubblica.
La Cassazione si è dunque espressa in merito alle accuse di timore di ripristino di atteggiamenti fascisti, vietati secondo l’articolo 5 della legge Scelba (n.645/1952), “idonea a integrare il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista, vietata dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione”.
Al centro del dibattito l’accusa di reato di apologia del fascismo, che, per quanto sancito dalle sezioni unite penali della Cassazione, “a determinate condizioni può configurarsi anche a delitto” previsto dalla legge Mancino (articolo 2 del decreto-legge 26 aprile 1983, convertito, con modificazioni, nella legge 25 giugno 1993, n. 205) che “vieta il compimento di manifestazioni esteriori proprie o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”
La Corte ha esaminato quanto accaduto anni addietro, a Milano, il 29 aprile 2016, per commemorare la morte di Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani, alla presenza di oltre mille persone.
Le sezioni penali unite hanno dunque annullato una condanna a carico di otto persone accusate di aver praticato il saluto romano in quella circostanza. In pratica, hanno detto che il saluto romano è reato solo a determinate condizioni che lascino paventare la riorganizzazione del fascismo, o incitare alla discriminazione e alla violenza, ma non a scopo commemorativo.
Nella giornata di ieri hanno riqualificato il fatto come violazione dell’articolo 5 della legge Scelba e annullato con rinvio la sentenza impugnata, disponendo un processo d’appello-bis, per verificare “concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista”.


