La mostra del cinema di Venezia 2026 si dimostra un concorso variegato che ha compreso 5 autori italiani, 4 francesi, 2 americani e 3 dall’Asia
di Giovanni Ottone
La Mostra del cinema di Venezia si è inaugurata mercoledì 2 settembre con una serata in gran spovero durante la quale è stato consegnato il Leone d’Oro alla carriera al noto attore americano George Clooney, un habituè del Festival.
Il 6 settembre è stato consegnato un secondo Leone d’Oro alla carriera alla straordinaria veterana, l’attrice americana novantatreenne Ellen Burstyn.
La Mostra ha riconfermato quindi il suo solido legame con il cinema americano d’autore di Hollywood, ma anche con il miglior cinema d’autore e indipendente presente in Europa e in Asia. E ha saputo conservare la propria tradizione di eccellenza, offrendo una selezione di film di qualità sia in termini di filmmakers propositivi che di rinnovati linguaggi espressivi. Da considerare anche una crescente partecipazione, tra le opere in concorso e fuori concorso, di film prodotti da Netflix, la cui futura uscita nelle sale cinematografiche non è affatto garantita.
In effetti, dal 2006, nella selezione ufficiale della Mostra, comprendente le due sezioni competitive, Concorso e Orizzonti, la sezione Fuori Concorso e quella Biennale College, sono presentati solamente film inediti.
Anche quest’anno si è registrata una rinnovata e crescente presenza di addetti professionali del settore cinematografico, compresi produttori e distributori, molti stranieri, di giornalisti e di critici e un vasto stuolo di cinefili con accredito culturale, tra cui molti giovani ventenni e trentenni.
Si è registrata infine la presenza di un nutrito gruppo di attori e attrici internazionali, specie americani, tra cui: Maggie Gyllenhall, attrice e regista, Presidente della Giuria, John Malkovich, Nick Nolte, Casey Affleck, Robert Pattison, e anche Xavier Bardem, Penelope Cruz e Vincet Lindon.
Il direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera, uomo di grande preparazione e cultura cinematografica, con ormai quasi un ventennio complessivo in questo incarico, essendo stato ulteriormente riconfermato nel biennio 2027 e 2028, ed essendo comunque ininterrottamente al vertice del Festival dal 2012, ha confezionato, insieme alla sua equipe di validi collaboratori, un programma di film in concorso che hanno affrontato varie tematiche attuali, alcune delle quali, purtroppo, in termini didascalici.
I temi e la qualità dei film del concorso
Citiamo i più significativi temi che contraddistinguono le opere della competizione ufficiale. Innanzitutto, la questione della crisi familiare che ha compresi spesso una retorica rappresentazione, pseudo politicamente corretta, di genitori, incapaci di risolvere crisi di identità e prospettive della propria realizzazione affettiva. Personaggi che si giustificano affermando che si devono innanzitutto occupare dei propri figli, come in Succederà questa notte, di Nanni Moretti, e in Bunker, del francese Florian Zeller e, in un quadro molto più grossolano e negativo, in L’estranea, di Paolo Strippoli.
Quindi vi è il tema degli adolescenti, trattato sia in forma assolutamente non credibile, come in 15/18, del francese Cedric Kahn, sia attraverso una parabola esistenziale genuina, emozionante e poetica, come in Look Back, del giapponese Kore-eda Hirokazu.
La questione del lavoro e della sopraffazione dei lavoratori da parte di logiche aziendali ciniche e utilitaristiche, come in Un bon petit soldat del francese Stephane Brizè.
E pure l’eccellente rappresentazione della dialettica tra una famiglia di lavoratori licenziati da un’impresa e una famiglia di borghesi che stabiliscono una relazione di presunta amicizia, in Possible Love, del sudcoreano Lee Chang-dong.
E inoltre la rivisitazione di fatti ed eventi storici del ventesimo secolo e contemporanei, sia attraverso ritratti convincenti di personaggi che sacrificano la propria identità per timore di essere perseguitati a causa di colpe del passato, in Woman Unknown, della danese, di padre egiziano, May el-Toukhy, sia nella convincente rivisitazione del retroscena oscuro del golpe militare dell’11 settembre 1973 in Cile, in Wild Horse Nine dell’irlandese Martin McDonagh.
E anche nella vicenda, pure credibile ed emozionante, riguardante i crimini contro gli oppositori e la questione dei desaparecidos da parte della dittatura militare argentina, dal 1976 al 1983, in Ritorno a Buenos Aires, del cileno – italiano Marco Bechis.
E purtroppo, viceversa, si devono rilevare anche le sottili manipolazioni relative alla URSS e al regime staliniano, secondo le note logiche propagandistiche di Putin, in Dau del russo Ilya Krzhabovsky.
E anche la parzialmente fuorviante tesi relativa ai bombardamenti israeliani durante la tragica guerra a Gaza dopo il massacro del 7 ottobre 2023 perpetrato dai terroristi di Hamas, in Naza, il documentario degli arabo israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor.
Il Festival è stato inaugurato da Ink, del britannico Danny Boyle. Ambientato a Londra, durante l’arco temporale dal 1969 ai tardi anni ’80, racconta la storia della vertiginosa ascesa del controverso e provocatorio editore australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce).
Un’ incalzante parabola imperniata, all’inizio, sul rilancio del quotidiano popolare scandalistico “The Sun”, affidato al direttore Larry Lamb (Jack O’Connell). Un giornale che diventa simbolo di continue provocazioni rispetto al senso comune, ma che acquista sempre nuovi lettori fino a superare il prestigioso Daily Mirror. Un film che mostra non solo un brillante ritmo narrativo, ma anche un’originale messa in scena che favorisce la caratterizzazione dei personaggi e dell’epoca.
Possible Love, di Lee Chang-dong è un vero capolavoro sia nella descrizione del contesto sociale e della condizione della classe operaia sia in quella delle pulsioni, dei desideri, delle aspettative e dei contrasti esistenti tra le due coppie protagoniste che non possono trovare un’intesa.
Wild Horse Nine, di Martin McDonagh, è un dramma sarcastico e triste al tempo stesso. Ambientato in Cile, alla vigilia del golpe militare di Pinochet nel 1973, racconta l’amicizia tra due agenti della CIA, nonché killer provetti, l’anziano, cinico e malato Chris (John Malkovich, in un’interpretazione magistrale) e il quarantenne Lee (Sam Rockwell), pragmatico, ma tormentato dalla crisi della relazione conflittuale con la propria moglie. Una black comedy – drama che riecheggia il cinema dei fratelli Coen e che propone una verità credibile sul golpe cileno.
Look Back, di Kore-eda Hirokazu, narra la suggestiva relazione, nel corso di 13 anni, tra due adolescenti, una molto determinata e l’altra timida e solitaria, entrambe impegnate, con grande talento, a disegnare strisce mangaka che commentano fatti della vita.
Kore-eda adatta l’omonimo manga scritto e disegnato da Tatsuki Fujimoto. E propone, con estrema sensibilità e con una messa in scena emozionante, un romanzo di formazione minimalista, genuino e toccante, che riecheggia i suoi precedenti Nobody Knows (2004) e Still Walking (2008).
The Woman Unknown, di May el -Toukhy è un dramma esistenziale con venature thriller ambientato nell’immediato dopoguerra in Danimarca, quando la popolazione voleva vendicarsi dei cittadini che avevano collaborato con gli ex occupanti nazisti.
La trentenne Marie (Mathilde Arce) sta per sposare un ricco industriale rimasto vedovo, dopo essere stata per anni una domestica della famiglia. Ma nasconde il segreto di una precedente relazione con un soldato tedesco. Propone il ritratto di una donna in costante allarme che, ricorre ad atti indegni per garantirsi un futuro rispettabile, ma senza riuscire a emanciparsi davvero dalla propria condizione miserevole. È privo di deriva didascalica e caratterizzato da una messa in scena stilizzata.
I film italiani in concorso
Ritorno a Buenos Aires, di Marco Bechis è un convincente dramma esistenziale e politico. Rievoca la terribile vicenda delle detenzioni illegali, delle torture e degli assassini di migliaia di oppositori durante la dittatura militare argentina negli anni ’80. Il protagonista, il medico torinese Mariano Guerra (Adriano Giannini, perfettamente nella parte), già detenuto illegalmente e torturato per 24 mesi durante gli anni ’70 nel cosiddetto “Garage Olimpo”, torna a Buenos Aires 33 anni dopo.
Deve testimoniare in un processo contro i torturatori finalmente individuati e detenuti. Nanni Moretti, in concorso alla Mostra per la seconda volta, dopo 37 anni dalla precedente (nel 1981 con Palombella rossa) ha presentato Succederà questa notte, una sorta di commedia romantica. Racconta, intercalando modesti spunti ironici e autocitazioni da suoi precedenti film (Caro Diario e Il sol dell’avvenire), la tortuosa realizzazione di una relazione extraconugale tra due quarantenni romani, Matteo (Louis Garrel), proprietario di una libreria e Greta (Jasmine Trinca), una ex attrice entrambi sposati e con figli.
Solo dopo 17 anni dal loro primo fatale incontro e dopo essere certi di essersi ben occupati dei rispettivi figli, potranno finalmente lasciare i loro coniugi e affrontare la vita insieme. Si tratta di un film piuttosto superficiale e scontato nella caratterizzazione dei personaggi.
The Echo Chamber, di Andrea Pallaoro, parlato in inglese, con una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, Ilaria Bernardini e Ludovics Rampoldi, è un dramma esistenziale mediocre.
È segnato da una dinamica affettiva, sentimentale ed emotiva semplificata e affatto efficace. Un chamber drama che racconta con scarsissima credibilità la vicenda di Leonardo (Luca Marinelli), un produttore musicale divenuto tossicodipendente da oppiacei avendoli usati intensivamente per combattere dolori articolari alla schiena.
Accanto a lui Anne (AliciaVikander), la fidanzata in crisi e Ava (Susan Sarandin) un’anziana cantante, musa intrigante e maledetta di Leonardo. L’estranea, di Paolo Strippoli, è un horror grossolano. Racconta la vicenda di un’agiata famiglia barese proprietaria di una rinomata sartoria.
Anna (Jasnine Trinca), Walter (Adriano Giannini) e il loro figli adolescenti, Tobia (Andrea Genovese) e Alice (Romana Maggiora Vergano) sono perseguitati da un’estranea (Valeria Bruni Tedeschi).
Quest’ultima, che visibilmente è una personificazione del diavolo, costringe Anna a decidere di far morire altre persone per salvare i suoi figli da terribili incidenti e infermità.
Il fuoco che ti porti dentro, del napoletano Edoardo De Angelis è una efficace dark comedy familiare. Vi si intrecciano brillante sarcasmo e una sanguigna dinamica affettiva e culturale. La vicenda si svolge tutta in una notte, quella di Natale, in un appartamento a Milano.
La protagonista assoluta è Angela (Vanessa Scalera in un’interpretazione eccellente), una vedova matriarca cinquantenne napoletana, petulante e vivacissima, molto determinata, ma anche pronta a utilizzare anche la tattica del vittimismo.
Un personaggio impossibile, ma veridico.
La donna che ha imposto di essere lei l’unica cuoca di una pantagruelica cena natalizia ricca di piatti tradizionali partenopei. Da un paio di settimane è ospite del figlio Antonio (Lino Musella), un promotore editoriale sposato con una signora milanese e padre di due liceali, maschio e femmina, che si mostrano interdetti di fronte alle continue battute e provocazioni verbali della strana nonna.
Quindi giunge anche un ospite esimio: uno scrittore (Tommaso Ragno) che entro pochi giorni dovrebbe firmare un contratto con la casa editrice presso cui lavora Antibio.
Poco a poco la tensione cresce, tra recriminazioni, rivelazioni delle cause di antichi e nuovi dissapori e propositi di revisione totale dei fragoliv equilibri di convivenza familiare. Fino a un’esplosione di nervosismo e di rabbia che si accompagna a una tragica sorpresa che riguarda la stessa Angela.
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