“L’inferno addosso”: l’indagine noir e antropologica di Lorenzo Sartori. Fino a che punto possiamo mentire a noi stessi per sopravvivere?

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L’inferno addosso di Lorenzo Sartori è un thriller psicologico che scava nelle ferite del passato e nei segreti che la memoria cerca di cancellare. Ambientato nella provincia del Nord Italia, il romanzo parte da un drammatico episodio del 1984 e segue un’indagine che riporta alla luce traumi, colpe e verità sepolte

di Claudia Proietti

Ogni thriller psicologico che si rispetti segue dei meccanismi che vanno a smontare, se non a distruggere, determinate strutture della psiche e spesso della morale. Il tipico labirinto di segreti inconfessabili e verità taciute assume ne L’inferno addosso – ultima fatica letteraria di Lorenzo Sartori per Fazi Editore – una connotazione particolare, diventando qualcosa di ulteriormente strutturato: un palazzo che si erge in verticale, costruendo piani su piani di realtà e tensione, e, contestualmente, un tunnel sotterraneo che scava nel profondo sommerso, fino ai recessi più intimi e celati dell’anima.

L’inferno addosso prende forma nella provincia del Nord Italia

La provincia del Nord d’Italia, statica e sonnolenta, si è trasformata negli anni, grazie alla narrativa noir contemporanea, in una dimensione oscura e claustrofobica dove a prendere forma è spesso qualcosa di abominevole e innominabile, che emerge dal fango di un passato irrisolto e ci catapulta in un vortice psicologico denso e pericolosamente profondo.

Il dato spazio-temporale della provincia, che amplifica il senso di isolamento del trauma mai superato, emerge come un microcosmo chiuso in sé stesso, una dimensione dove i segreti non si dissolvono, ma affondano oscure radici fermentando nell’ombra, protetti da una reticenza collettiva e dall’indifferenza generale.

L’autore sceglie la strada tanto insidiosa quanto fascinosa dell’inchiesta, che non è fine a sé stessa ma che diventa ricerca quasi delirante di una verità per troppo tempo dimenticata e bloccata nella lontana estate del 1984, quando l’atmosfera giocosa di ragazzini appena adolescenti si è tramutata di colpo in un oblio di morte e paura.

Come sempre, però, la peculiarità di un certo tipo di passato è che, quando viene sollecitato oltre un certo limite, si presenta a reclamare il conto in compagnia dei fantasmi e degli spettri più oscuri, quelli volutamente dimenticati ma che in realtà non sono mai andati via, e che tornano per dissezionare l’identità di chi li ha evocati. 

È il caso del protagonista, che si trova coinvolto coercitivamente in un’indagine che andrà a scardinare l’equilibrio precario che ha faticosamente costruito nel tempo. Uno degli aspetti più potenti e affascinanti del romanzo risiede nell’indagine psicologica attorno alla memoria divisa e al trauma infantile. Come reagisce la mente umana quando l’orrore supera la soglia della sopportabilità? Lorenzo Sartori lascia che a rispondere siano i personaggi, attraverso le loro azioni, tra carne, sangue e fango. La memoria si rivela un campo minato protetto da barriere invisibili. C’è chi sceglie la via della rimozione radicale, sigillando interi blocchi di vissuto dentro “scatole” mentali impenetrabili; chi si cuce addosso una biografia – nuova o di seconda mano poco importa – pur di continuare a respirare; e chi si rifugia in un silenzio ostinato, ritirandosi da un mondo che rifiuta.

Il romanzo gioca con il concetto del doppio e dello specchio: ogni personaggio sembra portare con sé un’ombra, una sorta di alter ego, che incarna la colpa, la paura o il desiderio inconfessabile di redenzione. I giochi di cortile e il grande albero che fa da tana a un gruppo di bambini si contrappongono alla brutalità della perdita dell’innocenza, rappresentata da gabbie, e scantinati bui, in questa storia che somiglia al risvolto macabro e oscuro di una fiaba. I bimbi sperduti dell’isola che non c’è, in queste pagine, si perdono del tutto in una dimensione infernale che diventa, loro malgrado, parte integrante delle loro vite. È così che il confine tra vittima e carnefice si assottiglia, dissolvendosi in una zona grigia dove nessuno può dirsi completamente innocente.

Dal punto di vista stilistico, ciò che rende riconoscibile e inconfondibile la penna di Sartori è la sua indiscussa capacità di mantenere una tensione costante, quasi magnetica, senza mai cedere alla tentazione dell’effetto speciale gratuito. La suspense è generata, tra le altre cose, dalla dimensione ambientale e da quella circostanziale: la nebbia che inghiotte i casolari isolati, il ticchettio ossessivo di un orologio, i silenzi pesanti tra i banchi di una scuola o lungo i filari di un pioppeto. Ogni elemento scenografico assolve a una funzione narrativa precisa. Spazi chiusi e rifugi isolati diventano proiezioni fisiche della psiche dei personaggi, labirinti da cui sembra impossibile uscire senza smarrire una parte di sé.

L’inferno addosso si inserisce a pieno titolo in quella filiera di romanzi noir che nobilitano il genere, elevandolo a strumento di indagine antropologica. Ci interroga su una questione scomoda: fino a che punto siamo disposti a mentire a noi stessi per sopravvivere? Il libro evita accuratamente le risposte facili e i moralismi di facciata. Ci consegna invece personaggi imperfetti, spaventati, braccati da un passato che non fa sconti. È un romanzo che, pur tenendo il lettore incollato alla pagina con il ritmo incalzante tipico dei migliori thriller, lascia addosso, a lettura terminata, un sedimento malinconico e profondo. Una riflessione lucida e spietata sul fatto che le ombre, per quanto profonde si decida di seppellirle, trovano sempre il modo di tornare alla luce e, nel peggiore dei casi, di riportarci nel buio in cui le abbiamo relegate. Sta a noi trovare un finale alternativo.

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