Caldo, siccità e gas: perché l’Italia è il ventre molle dell’energia europea

Data:

L’estate bollente che stiamo attraversando sta mettendo a dura prova il nostro paese e un po’ tutta l’Europa tra incendi, città rese quasi inabitabili, gestione sanitaria e costi energetici. Ma proprio riguardo all’energia, il problema non è solo il consumo, ma anche la produzione.

di Alessio Ramaccioni

L’estate 2026 ha reso visibile a tutti un rischio che gli addetti ai lavori conoscono da anni: quando il clima si surriscalda, il sistema elettrico non regge solo per il caldo che spinge i consumi verso l’alto, ma anche perché la produzione stessa vacilla. In Italia il fenomeno si è manifestato con un record: il 3 agosto il prezzo dell’elettricità ha toccato il livello più alto degli ultimi tre anni e mezzo, sopra i 197 euro al megawattora, in una giornata in cui la domanda ha superato i mille gigawattora e l’eolico ha contribuito per poco più dell’1% del fabbisogno. Non è un incidente isolato: è la fotografia di un sistema energetico che, più di altri in Europa, si scopre fragile proprio quando l’emergenza climatica si fa sentire con più forza.

Un Paese che dipende dal gas, e il gas dipende dall’acqua

A differenza della Francia, che affronta la crisi idrica con il problema — comunque serio — dei suoi reattori nucleari da raffreddare, l’Italia ha un tallone d’Achille diverso e per certi versi più strutturale: il gas naturale. Nel mix elettrico italiano il gas resta la fonte singola più importante, e nei primi mesi del 2026 ha determinato il prezzo dell’elettricità per circa l’89% delle ore, una percentuale molto più alta che nel resto d’Europa. Il problema è che quasi tutto questo gas arriva da fuori: le importazioni coprono circa il 95% dei consumi nazionali, in gran parte come gas naturale liquefatto trasportato via nave da Qatar e Stati Uniti. Questo rende l’Italia esposta non solo alle tensioni geopolitiche, ma anche — ed è il punto meno raccontato — alla stessa vulnerabilità idrica che colpisce il nucleare francese o ungherese: le centrali termoelettriche a gas, per condensare il vapore dopo la turbina, hanno bisogno di grandi quantità di acqua di raffreddamento prelevata dai fiumi, che d’estate sono più bassi e più caldi.

Il caso più emblematico è quello del Po. Nell’estate 2026 il fiume ha toccato livelli di magra severa già dai primi giorni di agosto, e gli impianti termoelettrici lungo il suo corso — diversi gigawatt di potenza installata tra Piemonte, Lombardia ed Emilia — si trovano a fare i conti con lo stesso doppio limite che blocca i reattori europei: da un lato le pompe di aspirazione non riescono più a garantire un flusso costante quando il livello scende troppo, dall’altro la temperatura dell’acqua restituita al fiume rischia di superare le soglie fissate per legge a tutela degli ecosistemi. Il risultato è lo stesso osservato in Polonia, dove a inizio agosto la siccità sul fiume Vistola ha costretto due centrali a carbone a ridurre la produzione per circa 1,3 gigawatt: un problema che non riguarda solo il nucleare, ma qualunque impianto termoelettrico legato a un fiume.

L’idroelettrico, la seconda fonte che sparisce proprio quando serve

C’è poi un secondo fronte di crisi, più diretto: l’idroelettrico. In Italia è storicamente una delle principali fonti rinnovabili, seconda solo al fotovoltaico da quando quest’ultimo lo ha superato nel 2024. Ma è anche la fonte più esposta alla siccità: quando piove poco e le riserve nevose si riducono, i bacini si svuotano e la produzione cala. Nel 2025 la generazione idroelettrica italiana è scesa di oltre il 21% rispetto all’anno precedente, e nell’estate 2026 la tendenza si è confermata, con gli impianti che soffrono proprio nei mesi di punta della domanda. È un paradosso pericoloso: la fonte rinnovabile più flessibile e pronta all’uso — capace di intervenire in pochi minuti per coprire i picchi di consumo — è anche quella che si indebolisce quando il caldo la renderebbe più necessaria, lasciando il vuoto da colmare quasi sempre con più gas.

Il conto in bolletta, e non solo

Le conseguenze si vedono nei prezzi. Nei primi quattro mesi del 2026 l’Italia ha registrato il costo dell’elettricità all’ingrosso più alto tra i grandi Paesi europei, con una media di oltre 130 euro al megawattora, contro i circa 100 euro di Germania e Olanda, i 70 euro della Francia e appena 42 euro della Spagna — un Paese che, pur non avendo il nucleare, ha investito con decisione su eolico e fotovoltaico, aumentando la produzione rinnovabile del 42% negli ultimi cinque anni, contro il 10% registrato in Italia. Il confronto è istruttivo: non è il nucleare a fare la differenza tra un sistema resiliente e uno fragile, ma la varietà delle fonti e la rapidità con cui un Paese riesce ad aggiungere capacità che non dipende dall’acqua di raffreddamento, come il fotovoltaico e l’eolico.

E il nucleare, per l’Italia?

L’Italia oggi non ha centrali nucleari in funzione sul proprio territorio, quindi la crisi che ha colpito Francia, Ungheria e Romania durante questa estate non la riguarda direttamente sul piano della produzione interna. Ciò non significa però che la questione non sia da tenere in considerazione: il ritorno del dibattito politico sul nucleare come possibile soluzione alla dipendenza dal gas si scontra proprio con le fragilità che l’estate 2026 ha reso evidenti altrove in Europa: tempi di realizzazione lunghi, costi elevati e, appunto, la stessa vulnerabilità idrica che oggi paralizza i reattori francesi e ungheresi. Un’eventuale scelta nucleare andrebbe quindi valutata anche alla luce di questo rischio strutturale, non solo dei suoi vantaggi in termini di emissioni.

Perché non è un’estate come le altre, ma la prova generale delle prossime

Il punto centrale, che rischia di passare in secondo piano nella cronaca delle singole giornate di caldo record, è che questa non è un’emergenza eccezionale ma una condizione destinata a ripresentarsi, e a peggiorare. Più le ondate di calore diventano frequenti e prolungate, più si riduce la disponibilità d’acqua nei fiumi proprio nei mesi in cui la domanda di elettricità per il raffrescamento è più alta. È la stessa dinamica osservata su scala continentale: dal Danubio, dove la siccità ha imposto lo stato di emergenza in Romania e riduzioni drastiche alla centrale ungherese di Paks, alla Vistola in Polonia, fino al Po in Italia, il messaggio è identico ovunque. Un sistema elettrico costruito in gran parte su impianti che hanno bisogno di grandi quantità d’acqua — che siano a gas, a carbone o nucleari — è per definizione più vulnerabile proprio nei momenti di massimo stress climatico.

Per l’Italia questo significa che parlare di crisi climatica non è più solo una questione ambientale, ma sempre di più una questione di sicurezza energetica. Ogni ondata di calore aumenta la domanda di elettricità e allo stesso tempo riduce la capacità di produrla: un doppio effetto che nessun sistema può assorbire all’infinito senza interventi strutturali. Accelerare sulle fonti che non hanno bisogno di acqua per funzionare — solare ed eolico in primis — insieme a investimenti su stoccaggio, reti e diversificazione degli approvvigionamenti, non è più solo un obiettivo di decarbonizzazione a lungo termine: è una misura di protezione immediata contro un rischio che, come mostra l’estate 2026, è già presente ed attuale.

Rimani aggiornato su Pubblica Now

Redazione
Redazione
L'Informazione a portata di click!

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Condividi su:

Popolari

spot_img

Ti potrebbe piacere anche
Correlati