In diversi Paesi del Mondo è utilizzata come pena per reati a sfondo sessuale, eccetto che in Italia, dove gli ultimi casi di stupro a Palermo e a Caivano, hanno indotto politica ed opinione pubblica ad interrogarsi sull’applicabilità della castrazione chimica come misura anti stupro.
Il trattamento si basa sulla inibizione delle gonadi, attraverso l’impiego di farmaci anti-androgeni, quali anti-gonadotropinici, anti-androgeni non-steroidei e gli agonisti dell’ormone di rilascio delle gonadotropine. La terapia abbassa i livelli di testosterone approssimandoli allo zero nelle cellule dei testicoli, inibendo il desiderio sessuale.
Nata come cura antitumorale del cancro alla prostata, la terapia in realtà riducendo la quantità di testosterone, comporterebbe anche una riduzione dei caratteri sessuali secondari con abbassamento della libido.
Il farmaco serve dunque per curare e non come misura coercitiva, secondo alcuni medici.
Da tempo impiegata in Germania, Svezia, Danimarca, Spagna, Polonia e in diversi stati degli Stati Uniti per pedofili e stupratori recidivi, dove il suo uso ha ridotto notevolmente il reato (nei paesi Scandinavi si è passato da un 40% ad un 5%), la castrazione chimica viene addirittura applicata con il consenso del criminale, comportando per quest’ultimo una riduzione di pena.
Agendo sul rischio di recidiva, potrebbe rivelarsi un supplemento ad una legislazione blanda che intende compiere una inversione di rotta nella tutela di donne e minori abusati.
Certamente da sola non basta, come spiega la medicina, per arginare l’istintualità violenta maschile. Accanto all’impiego farmacologico si rende sempre e comunque necessario un percorso parallelo di supporto psicologico, affinché pedofili e stupratori seguano una terapia contro la recidiva.


