Restituire dignità attraverso l’identificazione del nome dei trentatré partigiani uccisi nel giugno del 1944 nelle stragi di Fondotoce, Pogallo e Baveno e rimasti ancora senza identità.
È questo l’obiettivo prefissato dalla Casa della Resistenza di Fondotoce dove gli esperti del Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano) raccoglieranno dati, informazioni, fotografie, campioni di DNA dei parenti di partigiani dispersi. Un’iniziativa non casuale, in prossimità della festa della liberazione del 25 aprile, che sottolinea come dare un nome ai caduti sia un dovere morale così come riportato nell’articolo 6 del Codice civile e le Convenzioni di Ginevra sui diritti umani dove è sancito che il diritto al nome deve essere garantito a tutti, anche ai defunti, come segno distintivo dell’individualità di una persona.
Era il 20 giugno 1944 quando i partigiani, arrestati nei giorni precedenti durante le operazioni di rastrellamento in Val Grande, dopo essere stati torturati, vengono fucilati a Fondotoce, nel luogo esatto dove ora sorge il Sacrario “Parco della Memoria della Pace” e la Casa della Resistenza. La loro fucilazione, è una risposta di vendetta per gli oltre quaranta fascisti catturati nel presidio di Fondotoce il 30 maggio dai partigiani ma non uccisi.
A distanza di ottant’anni dalle stragi nazifasciste del 1944, dunque, il Labanof e la Casa della Resistenza, cercheranno di garantire questo fondamentale diritto attraverso la ricostruzione di una delle pagine più tristi ed indimenticabili della Resistenza partigiana.
I resti dei trentatré partigiani sono già stati analizzati dai tecnici di laboratorio durante il 2023 per ricostruirne il profilo biologico, ora la speranza è che, con la collaborazione dei famigliari mediante fotografie e l’esame del Dna, si possa arrivare all’attribuzione di una specifica identità.


