Perché “nascondere” il Natale non fa bene all’Occidente

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Da diversi anni il Natale, con tutte le sue ritualità, è vittima del “politically correct” che impedisce anche di fare gli auguri. In realtà i simboli di questa festività, a partire dal presepe, sono un inno alla tolleranza. Ma il Natale non può essere solo “la sagra del regalo e delle luminarie”. Mentre ci interroghiamo sui simboli del Natale, in Italia è pronto ad essere lanciato il “Partito islamico”. La riflessione dell’ex Direttore del Tg2 Giovanni Masotti

di Giovanni Masotti

Prima di entrare nel vivo della mia riflessione vorrei sgombrare in anticipo il campo da parole d’ ordine ed equivoci che potrebbero sorgere, più o meno montati ad arte per gettare discredito e svalutare la mia narrazione. Nessuna intolleranza. Nessuna “chiamata alle armi”. Nessun razzismo o persecuzione. Solo, questo sì, l’invocazione al rispetto delle nostre leggi, la difesa a testa alta delle nostre tradizioni e delle nostre radici, la fierezza del nostro essere cristiani. Senza proclami. Senza isterismi. Per intenderci, non condivido per esempio l’ennesima trovata del pittoresco generale Vannacci: il bistrattato (troppe volte) presepe sempre e comunque pronto nel suo zaino per sottolinearne il valore irrinunciabile. Un’esagerazione. Un viaggiare un po’ clownesco sopra le righe. Preferisco i fatti alle iperboli. Rigorosamente i fatti. Le macchiette non servono. Le provocazioni nemmeno. Non siamo all’ultima spiaggia. Ma, questo sì, alla necessità di segnalare eventuali eccessi nel quadro della crescente penetrazione islamica in Italia e in Europa.

Già, perchè la campanella cominciò a rintoccare in me durante la lunga permanenza a Londra per la Rai, tra il 2006 e il 2010. I chiassosi tabloid d’Oltremanica segnalavano adirati, e con dovizia di particolari e di esempi, quello che mi apparve il frutto di un malinteso senso del “politically correct”, sempre in agguato e pronto ad essere sbandierato come un vessillo nell’ isola multietnica per antonomasia. Si avvicinavano le festività ed era esplosa contagiosamente la voglia matta di nascondere il Natale, i suoi simboli, i suoi riti, le sue usanze, il suo stesso nome. Si cominciò con l’abolizione degli auguri natalizi. Non più il classico celebre “Merry Christmas”, diventato all’improvviso scandaloso e offensivo. Le aziende e gli uffici, con furia iconoclasta, lo vietarono per sostituirlo col generico e freddo “greetings”, che significa semplicemente “saluti”. Una vasta operazione di censura, pensai. E ne trassi alcuni servizi tv che in Italia furono seguiti con incredulità e sorpresa. Gli ineffabili british, che già avevano rinunciato al presepe per “non suscitare disagio nei cittadini islamici”, passavano ad una nuova fase, “clandestinizzare” l’atmosfera natalizia, confinata ormai in pura e semplice sfavillante sagra del regalo e delle luminarie. Nessun senso del sacro o quasi. Oggi a Londra e dintorni si sguazza felicemente nella confusione delle lingue e dei colori della pelle. Un sindaco musulmano nella capitale, per qualche mese un premier musulmano. In alcuni quartieri sembra di essere in un attimo trasvolati ad Islamabad. Il trionfo del burqa. In meno di cinquant’ anni nel Regno Unito la maggioranza della popolazione sarà composta da extracomunitari, soprattutto dai seguaci di Allah. Rischio di perdita dell’identità. Un sorpasso clamoroso.

In Italia ci stiamo velocemente avvicinando a quell’esito, non subito tuttavia. Passo dopo passo si infittiscono e mettono radici le realtà islamiche. Tra vent’anni i musulmani saranno il dieci per cento della nostra popolazione. Ed è già pronto un partito politico fondato nel segno esclusivo del profeta. Niente di male se ci sarà. Ma accanto alle rivendicazioni, sia chiara l’accettazione delle nostre regole. Anche nella meravigliosa e trascurata Roma, culla della cristianità, i sintomi del cambiamento si susseguono. Da noi gli esempi non mancano. Ne voglio sottolineare uno in particolare, che ha destato in me un minimo di interrogativi. Nella zona “calda” multirazziale compresa tra Termini e piazza Vittorio, le moschee, anche piccole e anonime dall’esterno, spuntano come funghi. Se ne contano ormai quattro. Sorgono al posto di negozi e magazzini, acquistati in moneta sonante. Un fenomeno attorno al quale cresce la curiosità. Sono esclusivamente un luogo di preghiera e di culto? Se è così, nessun problema. La libertà religiosa è garantita dalla nostra Costituzione. L’ importante è creare ponti, non trincee contrapposte.

All’anagrafe della Capitale si constata che il nome Mohammed sta diventando rapidamente uno dei più gettonati per i nuovi nati. L’impressione è forte. Ma occorre abituarcisi. Abbiamo paura del nuovo e diventiamo paranoici? No! Non commettiamo questo errore. Ragioniamo e giudichiamo, ma non visceralmente: sui fatti, solo sui fatti. Il Natale dovrebbe favorire il dialogo interreligioso. Pur ribadendo la nostra storia e il nostro essere cristiani.

Perchè nella Città Eterna – non come abbiamo descritto a Londra – il presepe, il nostro amato presepe che celebra il bambinello, la mistica Natività di Gesù nella capanna di Maria e Giuseppe, è per fortuna presente dappertutto, nelle case e nei luoghi simbolo. Ci riscalda. Ci impone una meditazione positiva contrassegnata dalla tolleranza. Come la tradizionale mostra “I presepi nel mondo”, cento e passa presepi di svariata ispirazione, mezzo secolo di vita, oggi trasferitasi da piazza del Popolo in Vaticano, nel suggestivo colonnato del Bramante, in via della Conciliazione. Un passaggio delle consegne deciso da mia cugina Maria Carla Menaglia, direttrice della multicolore “Rivista delle Nazioni”, che aveva continuato l’opera del padre fondatore Manlio, mio zio, allora funambolico e instancabile capo ufficio stampa della Croce Rossa Italiana. Fin da bambino mi aveva educato ad amare profondamente il presepe e il suo significato. Fu lui, tra l’altro, e farmi scrivere per la prima volta un articolo giornalistico proprio sulla sua creatura, appunto la “Rivista delle Nazioni”. Fu un’emozione, gli sono molto riconoscente. A sentire i romani de’ Roma, i presepi battono nettamente, nell’indice di gradimento, lo zoppicante Natale scelto dal buon Gualtieri, con il suo sbilenco albero, che viene addirittura paragonato allo sfortunato “spelacchio” che fu letteralmente sommerso di critiche e di sberleffi. Ma possibile che in Campidoglio non ne azzecchino una? Possibilissimo evidentemente.

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