Ha fatto della musica la sua ragione di vita, Aniello Misto, arrangiatore, bassista e docente. Ha superato i 40 anni di dedizione allo strumento che gli ha rapito volontà e desiderio: il basso, ed ha collezionato esperienze che lo hanno indotto a concepire la musica come vocazione al servizio dell’ascolto e della traduzione dell’intima lettura dell’essere umano. Musica e solidarietà hanno sempre camminato di pari passo nella sua carriera artistica, con un’attenzione particolare data ai bambini africani. Anche questa volta, l’interesse solidale è alla base di un progetto destinato a durare nel tempo, coinvolgendo una fucina di giovani talenti, impegnati in un disco e in una serie di concerti manifesto, con proventi devoluti all’Associazione Don Pietro Ottena per l’acquisto di uno scuolabus in Ruanda. Con queste premesse nasce E suonn so’ speranz’” , in collaborazione con i ragazzi del collettivo Sud in Sound, accademia dedicata a coltivare la nuova fucina di artisti musicali.
Ad Aniello Misto è attribuita la funzione di Dominus del progetto, con il supporto del socio, nonchè musicista e produttore, Gennaro Franco. Un video ed un brano già divulgati in rete, con featuring della cantante franco-gabanese Tita Nzebi, dà il titolo all’iniziativa “E suonn so’ speranz’”.

L’ INTERVISTA
– Aniello, sei il fautore di un progetto pensato per coinvolgere talenti ed artisti del futuro nel realizzare un sogno in modo solidale. A quale scopo nasce “E suonn so’ speranz’”?
Il progetto nasce in accordo con il mio socio Gennaro Franco e con l’Accademia Sud in sound, un’officina di giovani artisti di una bravura esagerata. I ragazzi che cantano per il disco che stiamo elaborando studiano contemporaneamente musica perché il mio motto, prima della registrazione del disco è che capiscano quanto sia importante correlare lo studio alla realizzazione di un progetto musicale. Per questo i giovani talenti studiano insieme a noi, prima di ogni prova, il solfeggio e le teorie musicali. Naturalmente l’iniziativa è concepita come qualcosa di continuativo nel tempo. La speranza non deve avere mai fine, così come la musica ed il desiderio di dare una mano attraverso essa.
-In questo progetto lavori con i giovani. Che rapporto hai con loro?
Sono anche un insegnante e adoro stare tra i giovani; mi approccio a loro come un padre. Dopo che ho terminato le mie lezioni ad un liceo musicale in cui insegno, spesso porto i ragazzi al mare ; attraversiamo la strada e lo raggiungiamo per stare insieme, perché i giovani sono la vitalità proprio come la musica. Per questo cerco di insegnare loro quanto sia importante esercitarsi e studiare ogni giorno, conservare la tecnica musicale perché in questo lavoro che è soprattutto passione, non si arriva mai.
Da cosa deriva la tua propensione per il sociale?
La musica per me è un segno di comunione; è la lingua dei popoli, perciò non bisogna mai pensare solo a se stessi nel lavorare nel nostro mondo, perché essa è una missione. Mi reputo un missionario della musica nel dare un buon ascolto al pubblico, in quanto quello che ho ricevuto è un dono dall’alto. Se dovessi riassumermi in una definizione in qualità di musicista, direi di essere un operaio del Signore che dona allegria attraverso le note.
Mi reputo come un falegname, come un saldatore (mestiere di mio padre), come un operatore ecologico… ritengo che la nostra non debba essere una professione privilegiata, ma un mestiere al servizio degli altri come tutte le altre professioni. Ogni mio concerto è dedicato ai bambini del Congo e lo sarà sempre, perchè purtroppo ne avranno ancora bisogno, dal momento che la sofferenza non può essere cancellata con un colpo di spugna, mentre la musica può farsi mattone per costruire qualcosa di positivo e portare, insieme a un messaggio d’amore, anche un gesto di opportunità.
-Che cosa rappresenta per te l’armonia fatta di note?
L’armonia è sentimento e passione. Mi alzo la mattina e già penso a cosa deve accadere nella mia musica. Anche se cammino mi muovo ritmicamente, pensando gli accenti musicali…tutta la mia vita è una fusione a cerniera di elementi musicali. Quanto ai riferimenti adoro la musica da camera con influenze jazz ed il mio mito è Pino Daniele. Un suo brano che suono con gran piacere è ‘Maggio se ne va’.
– Se potessi paragonare la musica ad un elemento della natura a cosa la compareresti?
La prima cosa a cui la paragonerei è al silenzio di Dio; se invece dovessi pensare ad un elemento della natura mi riferirei più ad un animale, ovvero all’elefante, che mi ricorda l’Africa a cui dedico tutti i miei progetti musicali. Il barrito dell’elefante è una nota di basso.




– Quando hai scoperto di avere una propensione per il basso?
Avevo otto anni ed andavo a scuola, anche se avrei desiderato dedicarmi alla musica. Ricordo che guardando Sanremo restai colpito dalle note basse suonate dall’ orchestra; mi piacevano e mi sono entrate subito dentro. Allora ho iniziato piano piano ad allontanarmi da casa per dedicarmi allo studio del basso; non avevo soldi e per questo decisi di prendere una chitarra e di togliervi le due corde, il mi e il si, proprio per simulare il suono di un basso. Rubavo i soldi del borsellino di mia madre…50, 200 lire, che puntualmente le mancavano ed andavo a comprare le corde per suonare. Il mio primo palcoscenico è stato il bosco di Portici dove andavo a studiare in un casolare abbandonato. Sul tetto le tegole erano rotte e da esse filtrava una luce che andava sul mio leggio, illuminandomi per imparare la tecnica. Ho fatto tanti lavori per iscrivermi al Conservatorio; ho conseguito due lauree ed oggi posso dire di aver fatto della musica e del basso, la mia stella polare.
– Ritornando al progetto ‘E suonn so’ speranz”, cosa sogni per te e per esso?
Non sogno il successo per me, ma voglio lanciare un messaggio con la musica ai giovani, affinchè non pensino solo a diventare una star, ma a rendere la musica strumento di dialogo. A tutti loro auguro di fare ciò che desiderano, senza mai calpestare gli altri!


