“Il rivoluzionario e la maestra”, l’opera di Gaja Cenciarelli porta la storia e la libertà fuori dai libri di storia

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La scrittrice crea un ponte ideale tra l’Uruguay insanguinato dalla dittatura e la periferia romana. Una storia di rivoluzione e dignità: due scelte che non si piegano mai

di Claudia Proietti

La maggior parte dei libri racconta una storia, alcuni lo fanno meglio di altri. Poi ci sono quelli che rimangono piantati dentro, dolorosi come un chiodo ma vivi come un seme perché affondano nel terreno della coscienza e lì costruiscono. Questo è il caso de Il rivoluzionario e la maestra (Marsilio), opera con cui Gaja Cenciarelli compie un piccolo grande prodigio civile creando un ponte strutturale e morale, capace di far collidere due realtà geografiche lontane nel tempo e nello spazio – l’Uruguay insanguinato della dittatura e dei Tupamaros negli anni ’80 e la periferia romana contemporanea fredda e asfittica – per dimostrarci che la condizione umana segue regole universali anche in situazioni diametralmente diverse. Leggi che nessun regime e nessuna crisi riescono a scalfire.

Al centro dell’opera c’è una mappa del dolore e del riscatto che unisce destini lontani: quello di Adolfo Wasem Alaniz, dirigente tupamaro ridotto allo stremo nel Penal de Libertad dopo indicibili torture e una malattia incurabile, quello della sua coraggiosa compagna Sonia Mosquera Villamil, che oppone alle peggiori brutalizzazioni una resistenza di spirito incrollabile dal carcere di Punta de Rieles, e quello di un’insegnante precaria nella Roma di oggi, che si barcamena tra traslochi, rincari e lutti personali. 

L’abilità indiscussa dell’autrice sta nel mostrare come due condizioni apparentemente inconciliabili – la prigionia estrema di un rivoluzionario e l’isolamento claustrofobico di una maestra precaria – finiscano per specchiarsi e sorreggersi a vicenda.

La straordinaria forza del romanzo risiede nel rifiuto della retorica e del facile pietismo. Cenciarelli compie un’operazione letteraria audace: prende una pagina storica dolorosa e le restituisce carne e anima. Non cerca mai l’effetto “facile”, non c’è compiacimento nel dolore; ogni dettaglio è pesato con estrema precisione, dal secchio degli escrementi nelle celle uruguaiane fino a quella singola mattonella sconnessa e rumorosa nel corridoio della nuova casa a Roma, capace di produrre un “clic” che rimbomba come un sussulto, un piccolo arresto del sistema, una microscopica e folgorante rivelazione.

Ognuno dei protagonisti vive una prigionia e ognuno sceglie di reagire: Adolfo avviando uno sciopero della fame contro lo strazio del corpo, Sonia difendendo la dignità propria e delle compagne e la maestra che risponde all’isolamento dell’appartamento con un’ostinazione testarda, affidando la sua piccola ribellione al rumore scomodo di una mattonella. 

Lo spirito resta corpo, l’ultimo e indistruttibile territorio di sovranità. La rivoluzione abbandona la sua materia ideologica per farsi pratica, corporea e rumorosa. A dare un ulteriore tocco di eleganza ci sono i versi di Mario Benedetti che accompagnano i capitoli, alternando dolorosa lucidità, profonda rimembranza e dolente ironia.

Il fiore che sboccia dal seme di questo romanzo è la consapevolezza che, quando tutto intorno crolla – che sia una dittatura militare o la spietata mercificazione di una metropoli – l’ultima forma di rivoluzione possibile è custodire la propria umanità e tenere la schiena dritta.

In un panorama editoriale saturo di prodotti preconfezionati e risposte consolatorie, Cenciarelli firma un libro necessario, civile e profondamente politico, nel senso più genuino del termine. Ci ricorda che la povertà va oltre l’assenza di denaro: è la perdita di diritti e di visibilità sociale, e che l’indifferenza delle metropoli odierne somiglia pericolosamente all’insensibilità dei regimi. Soprattutto, con la sua voce tagliente e insieme empatica, l’autrice si conferma una delle penne più lucide e potenti della nostra narrativa contemporanea, lasciandoci l’eco persistente di una domanda destinata a non spegnersi più. Una domanda dolorosa come un chiodo e viva come un seme.

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