Cinema, a Venezia trionfa la Danimarca ma è polemica sui premi a Naza e Dau

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La giuria di Venezia, presieduta dall’attrice e regista americana Maggie Gyllenhal, premia anche la manipolazione demagogica di Dau e Naza ma ignora i convincenti “Look back” e “Il fuoco che ti porti dentro”

di Giovanni Ottone

La 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia si è conclusa con un verdetto in parte sorprendente e controverso che ha suscitato vivaci polemiche, sulla stampa e sui media, che continuano da giorni. In effetti la Giuria, presieduta dall’attrice e regista americana Maggie Gyllenhal, ha attribuito i premi più prestigiosi, il Leone d’Oro e il Gran Premio della Giuria, a due tra i migliori film, rispettivamente a Kvinde Ukendt (Woman Unknown), terzo lungometraggio della danese May el-Toukhy e a Ga-neung-han Sa-rang (Possible Love), settimo lungometraggio del maestro sudcoreano Lee Chang-dong, ottimi rappresentanti dell’autorialità del cinema europeo ed asiatico.

La sorpresa consiste nel fatto che, stante un netto divario di migliore qualità a favore del film sudcoreano, riconosciuto pressoché unanimemente dalla critica e da una buona parte del pubblico di cinefili presente al Festival, ci si sarebbe aspettati un’inversione nell’attribuzione dei due Premi, con assegnazione del Leone d’Oro per il miglior film a Possible Love. Ma la stessa Giuria ha anche assegnato due premi, il Leone d’argento – Premio per la migliore regia al russo, con cittadinanza tedesca, Il’ja Chržanovskij, regista di DAU, e il Premio speciale della Giuria agli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor per NAZA, il documentario che è la loro opera seconda. Si tratta didue film molto discutibili, largamente concepiti con modalità ambigue e sensazionaliste per ammaliare il pubblico e la critica, essendo caratterizzati da un approccio di manipolazione demagogica, da contenuti poco veritieri e poco credibili o verificabili e da problematiche opache per quanto riguarda la loro produzione.

Una premiazione che apre al cinema propagandistico

Maggie Gyllehall e la sua Giuria, i cui membri hanno seguito l’orientamento della notoriamente molto determinata attrice e regista americana, nonché attivista per i diritti civili, saranno forse ricordati per aver promulgato il palmarès della Mostra privilegiando criteri squisitamente politici, che in alcuni casi hanno riconosciuto la qualità autoriale dei film premiati, mentre in altri hanno promosso film ostentatamente demagogici, ai limiti del propagandismo o del revisionismo storico. In sostanza, scorrendo la lista dei Premi, si potrebbe affermare, pur senza disconoscere la qualità di molti dei film che vi sono inseriti, che Gyllenhall e gli altri membri della Giuria, hanno privilegiato, tra i film in Concorso, soprattutto quelli che valorizzano il protagonismo delle donne, e che denunciano le imprese capitalistiche che non rispettano i diritti dei lavoratori, le tragiche malefatte dei governi degli USA e  di Israele e  una  rappresentazione pseudo critica  ingannevole del regime  stalinista russo. E si potrebbe persino pensare che Gyllenhall non sia stata insensibile rispetto alle polemiche emerse, prima e durante la Mostra, che hanno promosso due film considerati meritori soprattutto per aver rivelato in modo sensazionale presunte verità su eventi tragici, rispettivamente del passato e contemporanei, e che sono stati osannati da una significativa parte del pubblico di cinefili e di critici presenti alle proiezioni del Lido di Venezia. Commentiamo per ordine i film premiati.

Il Leone d’Oro per il miglior film è stato assegnato a Kvinde ukendt (Woman Unknown), della danese, di origine egiziana, May el-Toukhy, unico film diretto da una donna presente in Concorso. Allo stesso film è stato attribuito anche un secondo premio, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, andata all’attrice protagonista Mathilde Arcel. È un’opera che propone il ritratto di una trentenne, tormentata dall’angoscia e dalla paura, che ricorre ad atti indegni per garantirsi un futuro rispettabile e socialmente privilegiato, ma senza riuscire a emanciparsi davvero dalla propria condizione miserevole.  Premesso che a nostro giudizio si tratta di uno tra i sette migliori film del Concorso, che il ritratto drammatico della controversa  protagonista, in un’epoca tragica, l’immediato dopoguerra con la  caccia ai collaborazionisti dei nazisti, è ampiamente convincente e non didascalico o allegorico e che mostra un’ efficace messa in scena stilizzata, è del tutto probabile che Maggie Gyllenhall abbia voluto anche, e soprattutto,  affermare clamorosamente, con il doppio premio a questo film, il valore superiore delle donne registe. E, tra l’altro si tratta del secondo Presidente di Giuria americano alla Mostra di Venezia, dopo il caso di Quentin Tarantino nel 2010, che ha attribuito due premi principali allo stesso film, infrangendo la tradizionale regola del Festival grazie a un voto unanime della Giuria. Per altro questa decisione, ha indubbiamente, come già detto, non solo privato del premio più prestigioso Possible Love, l’unico vero capolavoro presente in Concorso. Ma anche non ha riconosciuto affatto, come altra possibile e migliore alternativa, l‘emozionante e toccante Look Back, del giapponese Kore-eda Hirokazu, un romanzo di formazione che descrive, con ottima scansione narrativa e con  un’estetica raffinata e sorprendente, la suggestiva amicizia tra due adolescenti, che disegnano dei manga, Si tratta   di un nuovo straordinario capitolo nel cinema del maestro nipponico, attivo dal 1991 e autore di magnifici drammi che testimoniano la continua attenzione ai temi dell’infanzia e lo sguardo dalla parte dei bambini. E inoltre, pur riconoscendo le doti interpretative di Mathilde Arcel, occorre affermare che la Giuria non ha voluto prendere in considerazione, in alternativa, per l’attribuzione della Coppa Volpi alla miglior interprete, la prova eccellente dell’attrice italiana Vanessa Scalera, protagonista del difficile ruolo drammatico di una matriarca napoletana, petulante e vivacissima, determinata e vittimista, in Il fuoco che ti porti dentro, di Edoardo De Angelis,  una convincente commedia drammatica costruita come un chamber drama molto dark.

Il Leone d’Argento Gran Premio della Giuria è stato assegnato a Ga-neung-han Sa-rang (Possible Love), del sudcoreano Lee Chang-dong, considerato da noi e da molti altri critici, di gran lunga il miglior film in Concorso. È uno straordinario dramma esistenziale che racconta la relazione amichevole, ma senza possibilità di una comunione di intenti, tra una famiglia di lavoratori, licenziati da un’impresa, che ha ignorato la loro protesta, e traumatizzati dalla violenta repressione della polizia, e la famiglia borghese di una regista che vuole girare un documentario su di loro. Da un lato Lee Chang-dong opera una riflessione sulle drastiche ristrutturazioni aziendali, con massicci licenziamenti di manodopera, operate dal capitalismo coreano e sulla lotta di classe, riecheggiando in forma drammatica temi presenti nelle dark comedies e farse tragiche No Other Choice di Park Chang-wook e Parasite di Bong Joon- ho, nel segno  del “nuovo cinema coreano”  che, da alcuni lustri, rievoca le lotte operaie durante la lunga notte di decenni di fragile democrazia con periodi  di  dittatura in Sud Corea. Dall’altro lato il maestro coreano propone una straordinaria osservazione e descrizione delle condizioni materiali e psicologiche di individui appartenenti alla classe operaia, della interazione tra i personaggi e dell’intreccio di pulsioni, desideri e aspettative sociali, economiche, sentimentali e sessuali, contrasti, fratture e traumi nascosti che segna la relazione incompiuta tra le due coppie protagoniste. È un’opera ricca di dettagli, del tutto aliena da una deriva didascalica di maniera e caratterizzata da una scrittura molto precisa e da un’emozionante messa in scena che prospetta variegate angolazioni e che contribuisce a esaltare i molteplici punti di vista.

La Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile è andata al grande attore americano John Malkovich, protagonista di un’interpretazione magistrale in Wild Horse Nine, scritto e diretto dal drammaturgo e regista irlandese, radicato a Londra, Martin McDonagh. È una black comedy – drama, graffiante e brillante, realistica e vagamente paradossale e, al tempo stesso, malinconica. È ambientata a Santiago, in Cile, nei giorni immediatamente precedenti il tragico golpe militare del generale Pinochet. Malkovich impersona Chris, un settantenne, agente e provetto killer della CIA, considerato autore dell’omicidio di John Kennedy e malato di un cancro in fase terminale. Un tipo, apparentemente cinico, che simula, in parte, gravi amnesie. L’uomo compie un ultimo viaggio a Rapa Nui, la suggestiva isola di Pasqua, insieme al collega cinquantenne, e suo unico amico, Lee (Sam Rockwell). I due si confrontano rievocando oscuri episodi in cui sono stati coinvolti, l’attuale cospirazione in Cile e anche le loro rispettive controverse vicende personali e familiari.È un film che, in qualche modo riecheggia l’approccio dark, grottesco, disincantato e provocatorio del cinema di Joel e Ethan Coen. La raffinata e meticolosa messa in scena è al servizio di una narrazione che valorizza l’ambientazione esotica e rurale e che alterna humour nero e venature thriller. Si caratterizza con alcune scene violente e crudeli girate con raro virtuosismo nei movimenti di macchina e con un’efficace direzione della coppia di ottimi attori.

Miglior Sceneggiatura a “Un bon petit soldat”

Il Premio per la migliore sceneggiatura è stato attribuito a Stéphane Brizé, Coraline Amedeo e Oliver Groce e Stéphane Brizé per Un bon petit soldat, undicesimo lungometraggio del francese Stéphane Brizé. È un dramma che affronta la questione delle logiche aziendali ciniche e senza scrupoli, nel massimizzare l’acquisizione dei clienti, che eliminano i dipendenti che non riescono ad adeguarsi ai ritmi lavorativi continuamente incrementati. Racconta l’esperienza di Carla Moretti (Alba Rohrwacher) una quarantenne nuova responsabile delle Risorse Umane in un’importante compagnia assicurativa di Parigi. È una donna in carriera, preparata, ambiziosa e dedicata instancabilmente al lavoro. Ma, dietro una facciata di efficienza e di resistenza alla pressione, nasconde una profonda insicurezza rispetto alle sue possibilità di soddisfare le aspettative di un direttore generale (Vincent Lindon) aggressivo ed esigente oltre ogni limite. Quando scopre un caso evidente di mobbing da parte di una dirigente nei confronti di una dipendente che svolge adeguatamente le sue mansioni, ma non mostra particolare entusiasmo nel partecipare a esercizi motivazionali, Carla non sa come gestire la situazione. E alla fine si adegua e accetta di raccomandare le dimissioni della dipendente vittima. Parallelamente entra in crisi anche nella sua dimensione privata perché replica lo stesso metodo che lei sperimenta in azienda, ovvero tratta suo figlio adolescente con durezza, dimostrandosi insoddisfatta di lui, nonostante sia uno studente brillante. Brizé descrive   compiutamente il mondo aziendale nell’epoca del capitalismo globale e ne indaga le relazioni e i rapporti di forza, dapprima con accenti satirici e poi, progressivamente, con toni sempre più cupi, drammatici e disillusi. Tuttavia, il messaggio di denuncia risulta in parte fragile e imperfetto. Insomma, ci sembra che la genuina poetica di Brizé, concentrata sulle condizioni dei lavoratori, emerga con maggior efficacia nei suoi film precedenti, in particolare in La loi du marché (2015) e in Un autre monde (2021.).

Il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente è stato attribuito a Malou Khebizi per  15 / 18, quattordicesimo lungometraggio del francese Cédric Kahn.  È un intenso dramma giovanile dedicato al disagio esistenziale con complicanze psichiatriche, spesso accompagnato da reati delinquenziali. Ambientato quasi completamente in un microcosmo, un reparto di neuropsichiatria per adolescenti strettamente sorvegliato in un ospedale pubblico, intende presentare, con uno sguardo sentito, uno spaccato delle tipologie di pazienti adolescenti, che soffrono di varie forme di psicosi e di psiconevrosi riacutizzate, della loro quotidianità e delle loro relazioni con il personale assistenziale.  Nonostante le dichiarazioni di Cédric Kahn, che ha scritto il film insieme a Kahina Le Querrec, dopo numerose visite e ricerche nei reparti di psichiatria per adolescenti, la sceneggiatura appare largamente non credibile. Innanzitutto, la tipologia di reparto in cui si svolge la storia appare del tutto ambigua, in quanto dovrebbe essere un reparto per pazienti acuti, ma ospita anche lungodegenti e vi si svolgono laboratori artistici che tipicamente avvengono invece nelle strutture psichiatriche territoriali. Inoltre, nel corso della narrazione avvengono vari episodi in cui il primario assume decisioni del tutto non compatibili con scelte verosimili di organizzazione delle attività o di plausibili percorsi terapeutici per pazienti psicotici. In sostanza Cédric Kahn ha realizzato un’opera che avrebbe avuto bisogno di un approccio, di una scrittura e di messa in scena molto più veritieri ed efficaci, ispirandosi ad esempio agli eccellenti instant movies esistenziali dei fratelli belgi Jean – Pierre e Luce Dardenne, caratterizzati da una intensa fisicità e da un’ambientazione scarna, da uno sguardo laico ed essenziale e da una narrazione “in presa diretta”, con un ritmo stringente.  Si tratta di racconti di adolescenti poveri e marginali, inquieti e disorientati, disperati o ossessionati e sostanzialmente “perdenti”, descritti nei loro comportamenti sconcertanti, senza perdersi in cascami psicologici o in giudizi moralistici.

Dau e Naza: due film sensazionalisti e didascalici

Il Leone d’Argento Premio per la miglior regia è stato assegnato al russo, con cittadinanza britannica, tedesca e israeliana e residente a Berlino dal 2025, Il’ja Chržanovskij per DAU. È il capitolo conclusivo di un progetto colossale multidisciplinare, all’intersezione tra cinema, arte e antropologia, iniziato nel 2006 e inizialmente solo dedicato al genio della fisica teorica Lev Davidovič Landau (1908 – 1968), detto, appunto, “Dau”, nato a Baku in una famiglia ebraica e vissuto in URSS.  Nel 1929 è stato allievo del grande fisico danese Niels Bohr e poi insieme ad altri fisici ha collaborato alla costruzione della bomba atomica sovietica e, nel 1962, ha ricevuto il Premio Nobel per la fisica. In realtà il film premiato è stato ricavato solo da una porzione minima delle 700 ore di materiale girato. Per effettuare le riprese, nel 2008, venne costruito a Kharkiv, nell’Ucraina orientale, un centro con un enorme set, denominato l’Istituto, che riproduceva un istituto di ricerca sovietico, dove hanno vissuto centinaia di attori professionisti e non professionisti. L’esperimento è durato tre anni, dal 2009 al 2011. L’intero progetto ha suscitato forti polemiche anche per le accuse di sfruttamento dei partecipanti e per le condizioni psicologicamente gravose a cui sarebbero stati sottoposti durante le riprese. È stato finanziato fino al 2019, con 25 milioni di dollari complessivi, dall’imprenditore russo Sergei Adoniev, che intrattiene legami comprovati con il regime di Vladimir Putin.  Quindi il film premiato, della durata di 195’, liberamente ispirato alle vite dei fisici sovietici che svilupparono il progetto nucleare bellico sovietico, ricostruisce episodi della vita in URSS di Lev Davidovič Landau, durante quattro decenni, dal 1928 al 1968. Il’ja Chržanovskij ha utilizzato riprese realizzate tra il 2008 e il 2011 insieme a materiale aggiuntivo girato nel 2024. È una co-produzione tra imprese di Germania, Francia e Svezia. DAU è un biopic sui generis: racconta le vicende di Lev Davidovič Landau, dando un forte rilievo al contesto storico. Articola la narrazione in quattro periodi, 1928 a Leningrado, 1933 – 1937 a Kharkiv in Ucraina, 1942 – 1952 e infine 1968 a Mosca. Chržanovskij ha  dichiarato che l’intero progetto e lo stesso film premiato, fin dalla sua ideazione, è sempre stato una riflessione sul funzionamento del totalitarismo.  Viceversa, risultano evidenti numerose manipolazioni degli eventi storici e aspetti controversi della sceneggiatura e della messa in scena.  DAU si configura come un world building d’epoca, rivelando un approccio immersivo, con raffinati décors, in parte assurdi o surreali, e architetture costruttiviste e futuriste. Ma è un film che, sostanzialmente, pur senza negare le costrizioni ideologiche e i processi che vedono imputati i fisici che rifiutano di collaborare al programma nucleare bellico del regime stalinista, presenta positivamente le motivazioni dei militari e del PCUS e mette in cattiva luce lo stile di vita di Dau. Il personaggio di Dau è interpretato da un non attore, il noto direttore d’orchestra di musica classica greco – russo Teodor Currentzis, che tuttora può risiedere in Russia. Durante la terza sezione, dal 1942 al 1952, che dà inizio alla seconda parte, che corrisponde a metà del film, Dau è costretto a mettere le sue geniali competenze e conoscenze al servizio dello Stato e del regime e a collaborare, con i suoi calcoli,  alla creazione della bomba atomica.  l’Istituto di  Problemi Fisici di Mosca, ove procede a ritmo serrato il progetto nucleare, e presso cui Dau lavorerà per tutta la vita, diventa la sede in cui può esercita la sua leadership scientifica e, al tempo stesso, è un luogo di reclusione, ove si è sorvegliati, ma si gode anche di grandi privilegi. Sempre più privato della sua autonomia, Dau cerca di trovare libertà e felicità al di fuori del matrimonio attraverso una successione senza fine di relazioni extraconiugali, accettate da sua moglie Nora. La seconda parte del film si concentra quindi quasi esclusivamente sulla vita privata e sessuale del protagonista, ormai trasformato in un uomo apparentemente privo di limiti morali. È un cambiamento che dovrebbe rappresentare il logoramento dell’uomo, sessuomane e ossessionato dalla felicità, ma la narrazione si dilunga aggiungendo episodi vari e depotenziando la tensione accumulata nella prima parte. Da una parte vi sono i militari comunisti che si presentano come patrioti e dall’altra vi sono Dau e i suoi colleghi fisici teorici che alla fine hanno accettato di collaborare con il programma nucleare bellico sovietico e che approfittano dei privilegi materiali che vengono loro concessi dal PCUS. Per altro Dau e altri sono ossessionati dal sesso e dal collezionare diversi partner. Questo schema è un tipico topos della propaganda pseudo moralista e classista utilizzata dai regimi comunisti, e anche dal regime autocratico di Putin, per screditare e demonizzare gli avversari politici veri o presunti. Girato in parte in esterni a San Pietroburgo nel 2008 e soprattutto a Kharkiv, nel 2008 – 2009, DAU mostra un notevole  sforzo  scenografico di stampo teatrale.  Intende offrire il ritratto di un uomo geniale e controverso nel quadro di una società dominata dalla violenza repressiva e dalla ideologia. Tuttavi la manipolazione degli eventi storici e della rappresentazione dei personaggi e delle loro motivazioni e azioni determina una deriva sensazionalista e didascalica che depotenzia la narrazione e la qualità drammatica del film.

Le polemiche su NAZA

Il Premio Speciale della Giuria è stato attribuito agli arabo – israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor per NAZA, il loro secondo documentario. È una produzione britannica, di “The Guardian”, il noto quotidiano progressista inglese, Jw fIlms (Jim Wilson), Placeholder Films e Unseen Hand.  Secondo i credits finali si basa sulle rivelazioni pubblicate, tra il 2023 e il 2025, dallo stesso “The Guardian” e dalle testate online israelo – palestinesi “+972 Magazine” e “Local Call (Sikha Mekomit in ebraico)”.  Il titolo del documentario corrisponde a un termine, utilizzato dalla intelligence militare, che costituisce l’acronimo delle parole ebraiche “Nezek Agavi”, tradotte come “danno collaterale”. E indica i civili non combattenti, presenti in un teatro di guerra, morti, come danno collaterale, durante azioni belliche. Ambientato interamente di notte sulle terrazze panoramiche di alcuni edifici situati nel centro di Tel Aviv, il documentario propone le testimonianze anonime di 24 soldati e ufficiali, membri dei servizi di intelligence delle IDF, l’esercito israeliano, con i volti celati, e le voci modificate, grazie ad alterazioni digitali, per cui restano non identificabili.

È un’opera che si propone apertamente di dimostrare la programmazione dei bombardamenti e delle uccisioni di migliaia di palestinesi residenti nella striscia di Gaza da parte dello stato di Israele e del governo guidato da Benjamin Netanyahu, durante la guerra attualmente in corso, tra Israele e le organizzazioni terroristiche palestinesi  che controllano  Gaza, iniziata dopo il massacro  di circa 1200 tra civili e militari e poliziotti e il rapimento di altri 250, israeliani, compiuto il 7 ottobre 2023  dai terroristi di Hamas con un attacco nel territorio limitrofo alla striscia di Gaza. Occorre quindi considerare i contenuti delle testimonianze raccolte. Gli intervistati raccontano le loro esperienze dirette che configurano un quadro ben definito e programmato di bombardamenti, con azioni innescate a distanza, che hanno determinato l’annientamento di molti terroristi, e molto spesso delle loro famiglie e di civili stazionanti in diverse aree di Gaza grazie a uno schema metodologico preciso che utilizza algoritmi e la intelligenza artificiale (IA).  Alla base di questa catena di morte vi è un programma di sorveglianza di massa dei palestinesi residenti a Gaza, che individua attività, spostamenti e contatti di ogni telefono cellulare, quindi come e quando è in relazione con altri, tramite l’ausilio della IA. Il sistema “Lavender” serve per la stesura automatica di liste di bersagli, mentre la procedura “Where‘s Daddy” serve per tracciare i sospetti terroristi attraverso le comunicazioni con i familiari,  e  indica le cifre di vittime civili attese come parte ordinaria delle procedure operative. Secondo le testimonianze i bombardamenti vengono effettuati soprattutto in orario notturno privilegiando le abitazioni private dei terroristi, dove vivono con la famiglia, con la preventiva accettazione di precise quote di civili morti, ovvero di naza, vittime collaterali, pari a circa il 20% per obiettivi di basso rango e con percentuali fino a dieci volte superiori per figure di rilievo. Più testimoni evidenziano come la priorità del sistema sia il volume dei bersagli colpiti rispetto alla precisione, riferendo anche della definizione di “aree di annientamento” entro le quali qualunque presenza, compreso in un caso quella di un adolescente che vi si era inoltrato, viene considerata un bersaglio legittimo. Appare chiaro che si tratta di affermazioni assurde o grottesche e di racconti non documentati e non verificabili.  In generale gli intervistati non forniscono mai circostanze e dati precisi rispetto a quali e quante siano state le azioni belliche di bombardamento senza preavviso dei palestinesi di Gaza da parte delle IDF israeliane e in che occasioni si siano verificate. Molti ripetono più volte che si tratta di centinaia di casi. In realtà tutti gli intervistati utilizzano notizie imprecise relative ad azioni belliche e  ai bombardamenti, enfatizzando l’uso della IA,  per cercare di dimostrare che la tragica guerra a  Gaza viene condotta dalle IDF israeliane attuando un presunto genocidio programmato e deliberato della popolazione palestinese  E, in alcuni casi, si arriva poi, da parte di alcuni intervistati e dello stesso Abraham,  a sostenere inammissibili paragoni con la Shoah e con i nazisti,  invertendo le parti, e accusando i militari  che difendono lo sopravvivenza dello stato di Israele,  di essere i criminali autori di tale presunto genocidio. Per smentirli basterebbe ricordare il significato autentico del termine “genocidio”, creato dal giurista ebreo – polacco Raphael Lemkin nel 1944: “distruzione sistematica e deliberata, in tutto o in parte, di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

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