Dalle aule dell’élite parigina alle strade di Parigi, la mobilitazione della Gen Z francese supera i confini della scuola e diventa una protesta politica. Dopo le prime occupazioni in Italia, cresce il timore di un effetto contagio
La prima immagine arriva da rue Saint-Guillaume, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés. È quella delle barricate davanti a Sciences Po, l’università d’élite di Parigi dove ha studiato anche Emmanuel Macron. Gli studenti bloccano la sede centrale del campus, mentre video e immagini della protesta rimbalzano sui social. La chiusura delle altre sedi dell’ateneo, secondo alcune fonti citate dalla stampa francese, avrebbe contribuito a concentrare la mobilitazione proprio davanti allo storico edificio di Sciences Po.
È un’immagine destinata a pesare oltre i confini dell’università. Perché la protesta francese non sembra più essere soltanto una questione legata alla scuola, alle condizioni degli edifici, alle classi troppo numerose o alla carenza di insegnanti. Nelle piazze sta prendendo forma una mobilitazione generazionale che coinvolge soprattutto adolescenti e giovanissimi e che, rapidamente, si è trasformata in una contestazione più ampia nei confronti della politica e delle istituzioni.
La parola d’ordine, nei cortei, è semplice: «Andremo avanti». E il messaggio è quello di una generazione che vuole essere ascoltata. «Non siamo abbastanza adulti per fare politica ma lo siamo per farci picchiare dalla polizia?», è una delle domande che riassumono il sentimento della mobilitazione.
I numeri raccontano una protesta ormai difficile da ignorare. In tutta la Francia, secondo il ministero dell’Interno, sono scese in piazza circa 250mila persone, il doppio, secondo gli organizzatori. A Parigi il corteo tra République e Nation ha visto la partecipazione di decine di migliaia di manifestanti. Accanto ai ragazzi sono arrivati insegnanti, genitori, sindacalisti, esponenti politici e rappresentanti della cultura. Una saldatura che porta la protesta oltre il perimetro strettamente studentesco. Ottantotto i membri del personale scolastico feriti, poco meno della metà dei quali sono presidi o vicepresidi, e 24 scuole danneggiate a tal punto che, dopo essere state ”incendiate o saccheggiate”, non possono riaprire nell’immediato, privando ”quasi 30mila studenti della possibilità di frequentare le lezioni in presenza” ha spiegato il ministro dell’Istruzione francese Edouard Geffray
Ma è proprio nelle piazze che emerge la contraddizione della mobilitazione. Da una parte una protesta in larga parte pacifica, dall’altra le frange più radicali che hanno trasformato alcuni cortei in scenari di scontro. A Parigi, Lione e Strasburgo non sono mancati vandalismi e violenze. Nella capitale, dopo il passaggio della maggior parte dei manifestanti, un gruppo di black bloc ha affrontato la polizia: sassi e cassonetti incendiati da una parte, lacrimogeni e granate assordanti dall’altra. Il bilancio comprende centinaia di fermi e decine di agenti feriti.
La tensione è aumentata anche per alcuni episodi che hanno coinvolto direttamente i giovanissimi. Particolarmente grave il caso dello studente ferito a Lens, nel nord del Paese, che ha riportato la mutilazione di una mano dopo l’esplosione di una granata utilizzata dalla polizia. Un’inchiesta dovrà stabilire la dinamica dell’accaduto. È invece già sotto indagine un agente accusato di aver sparato un lacrimogeno a distanza ravvicinata contro un ragazzo, provocandogli gravi lesioni al volto.
Il governo francese prova a tenere insieme due messaggi: fermezza contro le violenze e apertura verso le rivendicazioni degli studenti. Il Primo ministro Sébastien Lecornu ha promesso di ascoltare i giovani, annunciando anche una sospensione delle lezioni per favorire un momento di confronto. Ma ha accusato Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise di voler «creare il caos nel Paese», chiedendo allo stesso tempo responsabilità individuale anche ai manifestanti minorenni.
La lettura della destra francese è diametralmente opposta a quella della sinistra. Le Figaro descrive la mobilitazione non come il risveglio di una generazione, ma come il sintomo di un Paese in difficoltà, denunciando quello che definisce un «crollo dell’autorità» e dell’istruzione. La protesta diventa così anche il terreno di uno scontro politico che va ben oltre le scuole.
Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda francese interessante anche per l’Italia.
Perché mentre Parigi si prepara a nuove giornate di mobilitazione, i primi segnali arrivano anche dall’altra parte delle Alpi. A Torino e Roma sono già partite le prime occupazioni studentesche. E tra gli studenti italiani c’è chi guarda esplicitamente a ciò che sta accadendo in Francia.
Il rischio, o per qualcuno l’opportunità, è quello dell’effetto imitazione. La protesta potrebbe attraversare il confine non necessariamente replicando le stesse forme francesi, ma intercettando un malessere comune: scuole e università percepite come inadeguate, spazi insufficienti, difficoltà economiche, futuro incerto e una crescente distanza tra giovani e istituzioni.
Per ora sarebbe prematuro parlare di una vera mobilitazione nazionale italiana. Le occupazioni e le proteste rappresentano ancora episodi circoscritti e non è detto che riescano a trasformarsi in un movimento strutturato. Ma la cronaca francese dimostra quanto rapidamente una protesta nata dentro le scuole possa allargarsi, coinvolgere famiglie e insegnanti e trasformarsi in una questione politica nazionale.
La domanda, quindi, non è soltanto se gli studenti italiani scenderanno in piazza. È se ciò che sta accadendo in Francia possa offrire loro un linguaggio, uno slogan e soprattutto la convinzione che la piazza possa diventare di nuovo il luogo in cui una generazione fa sentire la propria voce.
Dalle barricate davanti a Sciences Po alle prime occupazioni italiane, la distanza geografica è ancora grande. Ma il confine, almeno sul terreno della protesta studentesca, potrebbe essere meno solido di quanto sembri.
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