La Fiom e la Cgil ‘mettono la kefiah’: prima la questione palestinese, poi i diritti dei lavoratori

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La recente polemica sulla kefiah indossata da Samuele Lodi, nuovo segretario dei metalmeccanici della Fiom – CGIL, riporta al centro del dibattito il ruolo e l’identità del sindacato. Da tempo la CGIL guidata da Landini ha progressivamente abbandonato la sua missione originaria di difesa dei lavoratori, concentrandosi sempre più su battaglie politiche e questioni internazionali, come quella palestinese

di Mattia Pascal

In questi giorni sta facendo molto discutere l’immagine del nuovo segretario dei metalmeccanici della Cgil, Samuele Lodi, con indosso una kefiah palestinese che riportava sul lembo sinistro della sciarpa la scritta in arabo: “Diluvio di Al-Aqsa”. Non un’espressione qualsiasi, ma il nome scelto da Hamas per identificare l’operazione terroristica del 7 ottobre 2023, quando i terroristi attaccarono Israele, uccidendo oltre 1.200 persone e prendendone in ostaggio altre 251. La Fiom ha preso subito le distanze, parlando di motto “incompatibile con la storia, i principi, e i valori” e annunciando verifiche interne a tutela dell’organizzazione. È anche possibile che Lodi non sapesse che quella scritta in arabo oltraggiava la memoria delle tante persone che hanno perso la vita nel barbaro attacco del 7 ottobre. Ma il punto non è questo. Il dato è che la Cgil ha ormai subìto una metamorfosi forse irreversibile: da movimento nato per tutelare i lavoratori ad associazione che fa politica e spesso è molto più attenta a questioni assolutamente degne e importanti, come il clima e le questioni di politica estera, ma non strettamente connesse con la vita quotidiana di migliaia di lavoratori. In Italia c’è un oggettivo problema di aziende che delocalizzano, salari bassi e contratti a termine usati a volte con eccessiva disinvoltura, ma gli scioperi o le manifestazioni vengono indetti “a sostegno della Palestina”, “contro il cambiamento climatico” o “per fermare il riarmo”.

Il risultato è quello uscito dal Congresso che ha eletto Lodi alla guida della Fiom: il simbolo da mostrare appena eletto è quello della Palestina, o meglio quello della Palestina targata Hamas, organizzazione riconosciuta a livello internazionale come terrorista. La questione palestinese assorbe in questo momento gran parte delle energie della sinistra italiana, compresa la sinistra sindacale. Questo però spiega anche la sempre maggiore disaffezione degli italiani verso un certo tipo di attività sindacale: se al centro dell’azione sindacale non ci sono le condizioni dei lavoratori questi si tramutano in qualcosa di diverso, in associazioni politiche o in movimenti di opinione. Legittimi, ma lontani dalla funzione per cui sono nati. Ci si aspetterebbe un Landini incatenato di fronte a una fabbrica che chiude, alla Stellantis che delocalizza o ai giovani ai quali viene offerto uno stipendio di mille euro alla prima esperienza lavorativa. Invece questi temi cruciali restano sempre sullo sfondo delle battaglie della Cgil che punta a creare una coalizione sociale in opposizione al governo guidato da Giorgia Meloni. Qualcuno potrebbe pensare “peggio per loro” ma in realtà non è così, il danno è per tutto il Paese. Perché se il più rappresentativo sindacato d’Italia non fa bene il proprio mestiere la domanda di rappresentanza sindacale resta insoddisfatta e sempre più lavoratori possono essere indotti a guardare verso sigle e movimenti più radicali. A un pensionato che vive con disagio il caro vita o a un operaio che fatica ad arrivare alla fine del mese la questione palestinese appare meno urgente rispetto a quanto possa apparire ad alcuni dirigenti sindacali. Landini e la Cgil, ormai da tempo, sembrano preferire la lotta politica al vecchio mestiere del sindacalista: quanto sono lontani i tempi di Luciano Lama e di un sindacalismo che sapeva farsi interprete, con responsabilità, delle esigenze dei lavoratori anche a costo di scontrarsi con le ali più radicali del movimento operaio.

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