Un’efficace parabola contemporanea che presenta gli scompensi sociali in Romania in un’epoca di sviluppo economico disordinato, anche come conseguenza di un passato tragico di mancanza di democrazia. Nei cinema, dopo la presentazione in concorso alla 75a Berlinale 2025
di Giovanni Ottone
Dal 25 giugno scorso Kontinental ’25 è in programmazione nei cinema, in una trentina di sale in tutta Italia, dopo la presentazione fuori concorso come film di inaugurazione alla Berlinale del 2025, il Festival internazionale del cinema di Berlino. E finora, in pochi giorni, ha raggiunto un buon risultato come film d’autore: circa 9.000 spettatori e un incasso totale pari a circa 50mila euro. L’undicesimo lungometraggio del quarantasettenne Radu Jude, che ha ottenuto l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura del suo film, è un eccellente tragedia contemporanea, scritta e diretta con il consueto stile radicale, contundente ed estremamente efficace del regista romeno. Utilizzando un mix di dramma e di satira, con spunti polemici, assurdi e slapstick, Jude conferma la sua coerenza nel rappresentare, con un approccio amaro, le contraddizioni patologiche nel vissuto delle persone nell’attuale epoca di sviluppo economico disordinato e di scompensi sociali, anche come conseguenza residuale di un passato tragico di costrizioni di ogni tipo dovute alla mancanza di democrazia. Racconta la terribile sventura di un emarginato, alcolizzato e senza fissa dimora, sfrattato dal suo rifugio nella cantina di una casa. E presenta la lucida disanima del senso di responsabilità, e di colpa, di una funzionaria degli organi giudiziari dello stato coinvolta in prima persona nella tragica vicenda. Durante la macro sequenza che costituisce l’incipit, durante l’inverno, compare Ion Glanetasu (Gabriel Spahiu), un ex atleta quarantenne molto trasandato che, da qualche anno, vive come un vagabondo a Cluj – Napoca, il capoluogo della Transilvania, una città romena moderna sede di molte attività e con una presenza della minoranza ungherese. Viene mostrato senza falsa pietà: gironzola qua e là, si ubriaca, defeca e orina all’aperto, in strada, e causa altri lievi fastidi quando viene insultato per i suoi modi scontrosi. Per ripararsi dal freddo ha occupato illegalmente il locale delle caldaie di un edificio ancora solido, ma destinato alla demolizione per costruire, al suo posto, un hotel di lusso. Lo hanno già identificato e localizzato e l’autorità locale comunale gli ha anche offerto il trasferimento e una sistemazione fuori città, ma lui ha rifiutato. Un mattino, poco dopo il rientro nel suo rifugio, la quarantenne Orsolya Ionescu (Esther Tompa), l’ufficiale giudiziario incaricata di espellerlo da quel locale e accompagnata da un paio di vigili urbani, gli notifica l’ingiunzione di sfratto. La donna cerca di persuaderlo con un discorsetto pacato, ma risoluto, ricordandogli che non può concedergli un’ulteriore proroga, di fronte al suo atteggiamento di rifiuto, bofonchiato con poche parole. Orsolya, quindi gli concede venti minuti per coprirsi, raccattare le sue cianfrusaglie e andarsene ed esce sul pianerottolo lasciandolo solo. Ma quando ritorna lo trova morto. Ion si è suicidato con una modalità assurda: si è legato a un tubo dell’impianto del riscaldamento inserendo il collo nel cappio ricavato da una fil di ferro e si è impiccato. L’atto atroce è stato è stato registrato poco prima fuori campo durante un piano sequenza che esplorava il locale, lasciando trapelare solo alcuni rumori e quello che poteva essere un tonfo sordo. Successivamente, Orsolya, una funzionaria ligia al dovere, che tiene molto alla propria rispettabilità e al giudizio degli altri, ma anche una donna conformista e moralmente ambigua, che vorrebbe essere alla moda e raggiungere al più presto il marito e i figli già arrivati a Rodi per una vacanza, entra in crisi. In effetti, pur non essendo oggetto di alcuna accusa formale da parte dei suoi superiori, diventa vittima di feroci critiche da parte della canea di haters che si scatena sui social media. La donna in cerca di conforto, e forse di un’assoluzione, incontra un suo superiore e si confida con un’amica, poi con un suo ex brillante studente, disoccupato dopo la laurea e costretto a lavorare come rider e infine cerca risposte e consigli conversando con un pope ortodosso, ma non riesce a trovare alcuna rassicurazione o modalità di espiazione.
Si tratta comunque di dialoghi oltremodo illuminanti perché in essi non si parla solo del tragico evento, ma gli interlocutori ragionano anche su contraddizioni e problematiche urgenti e negative presenti attualmente in Romania. Le lacrime di rimorso risultano crude nella misura in cui sono sterili. Ciò che provoca in lei vergogna, senso di colpa e un grave tormento non sembra il fatto di avere, in qualche modo, causato la morte del poveraccio per la superficialità nel valutare la situazione, bensì l’idea di essere presentata come una persona insensibile. La situazione si aggrava quando cominciano a giungerle anche insulti razzisti e fascisti perché qualcuna ha scoperto la sua appartenenza alla minoranza etnica ungherese e non considera affatto la sua completa integrazione nella società romena. E non è certo di aiuto anche una drammatica conversazione con sua madre ottantenne, ma lucidissima (Annamária Biluska), che esercita una grande influenza su di lei e che rincara la dose. Sciorina rimproveri e previsioni pessimistiche alla luce del proprio passato, quando ha vissuto varie discriminazioni a causa della sua origine etnica magiara, e inoltre accusa la Romania di aver sottratto la Transilvania all’Ungheria e di non avere mai effettuato un atto riparatorio.
Radu Jude è indubbiamente un autore che, nei suoi film, in cui sono spesso le donne a far emergere le contraddizioni, cerca costantemente di stabilire una relazione di contatto tra le esigenze narrative e la portata teorica e didattica del racconto. Quindi sviluppa l’analisi radicale del contesto della vicenda trattata, palesandone le implicazioni storiche, sociali e politiche secondo un ricco registro che può essere tragico o farsesco oppure anche una combinazione delle due modalità. Il suo approccio diretto, viscerale, grottesco e privo di sfumature, quasi neoespressionista, segnala una precisa volontà di denuncia dei centri di potere istituzionale e politico, delle varie caste e delle gerarchie religiose del suo Paese, che sono accomunati da sclerosi e storture, ipocrisia e corruzione e incentivano la forte ondata di nazionalismo identitario e qualunquista. E che si sono resi e si rendono responsabili, nel passato e nel presente, di episodi intollerabili come la collaborazione con il nazismo o la violenta discriminazione verso le minoranze etniche e di una modernizzazione selvaggia e senza regole grazie alla mal gestione dei fondi della UE. Jude mostra quindi una propensione a investigare e a rappresentare le contraddizioni patologiche nel vissuto delle persone, conseguenza residuale, ma tuttora largamente presente, di pregiudizi e di abitudini mentali e culturali consolidatisi durante i decenni della dittatura comunista di Ceauşescu in cui dominavano i metodi di controllo poliziesco, di repressione e di corruzione delle coscienze messi in atto da parte dell’apparato statale. Nei suoi film conferma ed esalta una vocazione che lo pone in sintonia con la poetica di altri filmmaker suoi connazionali, della generazione nata tra la metà degli anni ’60 e gli anni ’70. Sono autori accomunati da esperienze di vita vissuta, da scelte narrative ed estetiche peculiari e da varie collaborazioni professionali: in primis Corneliu Porumboiu, ma anche Cristian Mungiu, Cristi Puiu, Călin Peter Netze e altri.
La filmografia di Radu Jude
Questi presupposti si ritrovano in alcuni dei film più compiuti di Jude. The happiest girl in the world (2009), il suo lungometraggio di esordio, è una commedia minimalista fresca, spiritosa e amara in cui si mescolano desideri, illusioni, presunzione, compromessi e bugie per apparire moderni e per inseguire le chimere consumistiche. Aferim!, (2015) èun “dark western” balcanico, ambientato in un’epoca cruciale nei possedimenti dell’Impero Ottomano. Un period film corrosivo con sembianze di road movie, caratterizzato da dialoghi ricchissimi e da una triste vis comica. Propone la geniale parabola di un universo feudale regolato da gerarchie feroci e da privilegi intollerabili e segnato da violenze atroci ed è3., al tempo stesso, il ritratto di un popolino dominato da superstizioni e da orribili pregiudizi razziali. E quindi manifesta l’intento di mostrare le radici a livello sociale di una tragica problematica discriminatoria che persiste tutt’oggi. I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians (2018) è un lucido e intenso dramma politico che documenta i latenti pregiudizi antisemiti e razzisti tuttora presenti in Romania. Durante l’allestimento a Bucarest di una rappresentazione teatrale outdoor, che ricostruisce fedelmente il massacro di massa degli ebrei avvenuto a Odessa nel 1941, per ordine del Presidente dittatore Antonescu, alleato di Hitler, si innesca un aspro confronto quando i figuranti romeni rifiutano di lavorare con gli attori rom. E la mediazione melliflua e ipocrita di un funzionario del municipio si rivela come un rozzo tentativo di censura nei confronti della regista della pièce, un’idealista sinceramente impegnata a salvaguardare la verità storica dei fatti. Uppercase Print (2020)è uno straordinario e avvincente dramma da camera che ricostruisce molto creativamente un fatto vero: la vicenda di un liceale sedicenne che nel 1981 fu scoperto essere l’autore di scritte che chiedevano la libertà sui muri di alcuni spazi pubblici. Venne sorvegliato dalle autorità e perseguitato fino a provocarne la morte. Jude ha potuto attingere ai documenti originali del caso custoditi negli archivi della polizia segreta. Quindi ha messo insieme footage d’epoca e una rappresentazione teatrale del dramma, incalzante e angosciosa, utilizzando le parole originali dell’informazione falsificata e totalizzante fornita dal regime dittatoriale comunista di Ceauşescu. Babardeală cu bucluc sau porno balamuc (Bad Luck Banging or Loony Porn), (2021) è una clamorosa satira sociale che si sviluppa quasi come un film – saggio contro il perbenismo, la sessuofobia e i topoi del falso moralismo, opportunista e reazionario, ben presente, specie tra i nuovi ricchi, nella Romania di oggi. Tuttavia la sferzante rappresentazione tragicomica di un campionario antropologico e sociale variamente asservito alla morale e all’ipocrisia dominanti, in un Paese in cui le stimmate, penose e mostruose, del fascismo e del comunismo, si fondono con la corruzione endemica e con il rozzo consumismo dilagante, si appesantisce progressivamenteÈ costellato da citazioni colte, beffarde e di soluzioni estetiche diverse. E sfocia in una densità disordinata di immagini pop, sketch, escamotage, citazioni di ogni genere e riferimenti didascalici e in un profluvio logorroico di dichiarazioni e di invettive.
Kontinental ’25 affronta temi scottanti, come la mancanza di alloggi, la crisi economica tuttora presente dopo oltre 30 anni dalla caduta dei regimi comunisti in Europa Orientale, la sclerosi burocratica degli apparati statali e giudiziari, nonché l’ondata crescente del nazionalismo e del razzismo nei confronti delle minoranze etniche. È un’opera che racconta il travagliato presente nell’Europa di oggi, e in particolare in Romania, e che, come ha dichiarato lo stesso Jude, si ispira esplicitamente, anche nel titolo, a Europa ’51 (1952), di Roberto Rossellini, che, come noto, riguarda ugualmente, in un’altra epoca cruciale, il dopoguerra mondiale, il senso di solitudine e di colpa di una donna. In quel caso si tratta di una condizione che ha sconvolto la protagonista dopo la morte del figlio che lei stessa aveva trascurato, e dopo la successiva scoperta del grave disagio sociale di proletari ed emarginati. Viceversa Orsolya, la protagonista di Kontinental ’25, che si trova ad affrontare un atroce dilemma, non riesce a trovare nessuno che la capisca e diventa sempre più disperata nel bisogno di rassicurazioni e di conferme esterne. Sarebbe facile giudicarla e condannarla se il suo relativismo morale non fosse un riflesso di un malessere moderno molto diffuso. Al centro del film vi è appunto il senso di colpa, in controtendenza rispetto a una forte propensione, nell’epoca attuale, dominata da bassi istinti narcisistici, di onnipotenza e di rivalsa, a negarlo o a disdegnarlo perché molte persone lo considerano, un residuo dell’educazione religiosa e degli insegnamenti morali che sarebbe meglio eliminare per dare pieno spazio alla totale libertà di iniziativa del singolo. Tuttavia, la qualità e l’integrità della poetica antiretorica di Jude è tale per cui prevale l’eccellente descrizione del contesto e l’analisi dei caratteri senza scadere mai nei meandri di uno sterile approccio psicologista e /o in una deriva piattamente didascalica o banalmente consolatoria. Difatti l’epilogo del film, a differenza di quello più emotivo della citata opera di Rossellini che lo ha ispirato, è molto significativo, Di fronte alla bufera montante di insulti e al rovello di auto recriminazioni e di possibili spiegazioni che potrebbero mettere a posto la sua coscienza Orsolya prende in considerazione un’unica possibile opzione: raggiungere la famiglia in vacanza in Grecia concedendosi quindi una pausa mentale e fisica quantunque transitoria. E, ancora, in chiusura compare una breve sfilata di inquadrature fisse in muta sequenza che mostrano la devastazione determinata da un’assurda e selvaggia speculazioni edilizia e che configurano un paesaggio urbano omogeneizzato e conforme a un’estetica disdicevole. La scrittura di Jude risulta davvero pregevole perché è concentrata su intercambi di situazioni ridotti all’essenziale. Attraverso la sfilata di personaggi – caratteri memorabili, che servono a raccontare la progressione circolare e irrisolta del “dramma” morale interiore di Orsolya, riesce a introdurre una varietà di temi che vanno ben oltre la denuncia prosaica e che colpiscono nel segno la vera sostanza delle contraddizioni sociali ed esistenziali del nostro tempo presenti nei Paesi europei. E inoltre intreccia il realismo crudo e privo di ipocrite omissioni con un immaginario grossolano e a tratti patetico, ma molto indicativo della miscellanea di subculture e di spirito qualunquista e giustificazionista. Occorre inoltre considerare la scelta voluta della limitazione virtuosa di mezzi ovvero di girare il film con iPhone, senza illuminazione, con un rodaggio durato solo 11 giorni.
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