Alejandro Amenábar trasforma gli anni della prigionia ad Algeri di Cervantes in un raffinato romanzo di formazione tra storia, immaginazione e desiderio
di Giovanni Ottone
Con Il prigioniero (El cautivo), Alejandro Amenábar ricostruisce liberamente i cinque anni trascorsi da Miguel de Cervantes nelle carceri ottomane di Algeri, trasformandoli nell’origine simbolica della sua vocazione narrativa. Presentato al Toronto International Film Festival 2025 e distribuito in Italia prima dell’arrivo su Netflix, il film è un elegante dramma storico che intreccia avventura, riflessione metanarrativa e tensione sentimentale, confermando il talento del regista spagnolo per il cinema storico e psicologico.
Un dramma storico fuori dagli schemi
L’audace e affascinante ricostruzione della storia vera di Miguel de Cervantes durante il quinquennio trascorso nella prigione dei pirati ottomani ad Algeri viene presentata come l’esperienza decisiva per il futuro del genio letterario. Dal 10 giugno scorso Il prigioniero (El cautivo, The Captive) è in programmazione nei cinema, inizialmente in una sessantina di sale in tutta Italia, dopo la presentazione nella sezione “Special Screenings” del 50° Toronto International Film Festival del settembre 2025 e l’anteprima italiana al Torino Film Festival del novembre successivo.
L’ottavo lungometraggio del cinquantaquattrenne Alejandro Amenábar, regista e compositore cileno naturalizzato spagnolo dopo l’esilio seguito al golpe di Pinochet, è una coproduzione tra Spagna e Italia in collaborazione con Netflix, RTVE e Rai Cinema. Distribuito in Spagna già nel settembre 2025, ha ottenuto un notevole successo di pubblico. In Italia ha raccolto finora circa 16.000 spettatori e un incasso complessivo di circa 80.000 euro. Successivamente sarà disponibile anche su Netflix.
Si tratta di un efficace ed elegante period drama che evita gli stereotipi del biopic puramente rievocativo. Amenábar sceglie infatti di raccontare la possibile svolta esistenziale di Miguel de Cervantes (1547-1616), autore del Don Quijote de la Mancha (1605), immaginando come proprio la prigionia abbia affinato la sua vocazione al racconto, preparando il terreno al futuro dispiegarsi del suo originale genio letterario. Il risultato è un racconto ambiguo di reciproche manipolazioni, appassionante, ironico, mai retorico né apertamente tragico, sorprendentemente moderno.
Cervantes e la prigionia ad Algeri
Nella realtà storica Cervantes proviene da una famiglia di modeste condizioni sociali. Interrotti gli studi a Madrid, è costretto a rifugiarsi in Italia dopo aver ferito un presunto calunniatore. Diventa soldato e partecipa alla battaglia di Lepanto (1571), dove una grave ferita gli compromette definitivamente l’uso della mano sinistra.
Nel 1575, mentre rientra da Napoli a Barcellona, la nave sulla quale viaggia viene assalita dal corsaro Arnaut Mami, rinnegato forse di origine albanese divenuto ammiraglio dei pirati ottomani e Bey di Algeri. Cervantes viene catturato e rimane prigioniero per cinque anni, fino all’ottobre del 1580, quando i padri trinitari riescono a riscattarlo pagando la somma richiesta.
L’efficacia e la tensione edel racconto
La vicenda cinematografica prende avvio proprio con la cattura del ventisettenne Cervantes (Julio Peña Fernández), aspirante scrittore, che si ritrova rinchiuso ad Algeri insieme a un centinaio di prigionieri cristiani di ogni estrazione sociale.
La prigione è governata con un equilibrio di violenza, paura e calcolo politico. Le punizioni sono feroci: amputazioni, impalamenti ed esecuzioni pubbliche. Miguel sopravvive inizialmente fingendosi un importante gentiluomo, pur sapendo che la propria famiglia non dispone delle risorse necessarie per riscattarlo.
Stringe amicizia con Antonio de Sosa (Miguel Rellán), anziano sacerdote umanista e appassionato di libri, che lo incoraggia alla lettura e alla scrittura. Attorno a loro gravitano personaggi pittoreschi come il fanatico Blanco de Paz (Fernando Tejero), pronto a denunciarlo all’Inquisizione, e Dorador (Luis Callejo), convertito al cristianesimo dopo essere nato musulmano.
L’ambiguo rapporto con Hasán Bajá
La libertà può essere conquistata solo pagando un riscatto, convertendosi all’Islam oppure tentando la fuga. Cervantes sceglie una quarta strada: raccontare storie. Le sue invenzioni diventano un rifugio collettivo, alimentano la speranza dei prigionieri e attirano l’attenzione del potente Hasán Bajá (Alessandro Borghi), Bey di Algeri. Nato a Venezia con il nome di Andrea Veneziano, anch’egli rapito e convertito all’Islam, Hasán rimane affascinato dall’immaginazione di Miguel.
Tra i due nasce un rapporto sempre più complesso, fatto di curiosità, attrazione, sfida intellettuale, desiderio e potere. Ogni giorno Cervantes è chiamato a inventare un nuovo racconto. Se la storia soddisfa il governatore, ottiene il privilegio di passeggiare liberamente nella città fino al tramonto. Quando il progetto di evasione viene scoperto a causa del tradimento di Blanco de Paz, Cervantes si consegna spontaneamente per salvare i compagni. Hasán tenta inutilmente di convincerlo ad abiurare e, dopo averne ordinato l’esecuzione, cambia improvvisamente decisione, trattenendolo con sé e immaginando di portarlo a Costantinopoli come compagno e protetto.
Il cinema di Amenabar tra thriller, fantasia e storia
Alejandro Amenábar ha sempre mostrato una particolare predilezione per il thriller, progressivamente arricchito da suggestioni storiche, psicologiche e fantastiche. Scrive, dirige e compone le musiche dei suoi film più significativi, distinguendosi soprattutto per il rigore della regia, la precisione della messa in scena e la cura nella costruzione dei personaggi.
Dopo l’esordio con Tesis (1996), intenso thriller sulla fascinazione della violenza, realizza Abre los ojos (1997), riflessione visionaria sull’identità e sulla percezione della realtà. Con The Others (2001) costruisce uno dei più raffinati thriller psicologici degli ultimi decenni, mentre Mar adentro (2004) affronta con sensibilità il tema dell’eutanasia attraverso la vicenda reale di Ramón Sampedro.
Con Agorá (2009), infine, firma uno dei suoi lavori più ambiziosi, raccontando il conflitto tra sapere scientifico e fanatismo religioso nell’Alessandria tardo-antica attraverso la figura della filosofa Hypatia.
Un romanzo di formazione tra verità e invenzione
Il prigioniero reinventa liberamente una vicenda storica trasformandola in un autentico romanzo di formazione. Per farlo, Amenábar adotta un espediente narrativo che richiama il fascino delle Mille e una notte: il potere delle storie diventa strumento di sopravvivenza, seduzione e libertà.
La relazione tra Cervantes e Hasán Bajá viene costruita in termini volutamente ambigui, intrecciando attrazione intellettuale, tensione erotica, confronto politico e reciproca fascinazione. Anche la celebre scena dell’hammam contribuisce a suggerire una possibile interpretazione del misterioso trattamento privilegiato riservato storicamente a Cervantes durante gli ultimi mesi della prigionia, senza mai ridurre tale ipotesi a semplice provocazione scandalistica. La splendida fotografia di Álex Catalán valorizza la materialità degli ambienti, dei costumi e delle architetture, mentre la regia costruisce un continuo dialogo tra la concretezza della prigionia e il potere immaginifico della parola. Il risultato è una sontuosa ricostruzione storica, ricca di fascino visivo e di intensità drammatica, capace di alternare spettacolarità, ironia e poesia, pur concedendosi talvolta alcune licenze esotiche e qualche forzatura nella caratterizzazione dei personaggi.
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