L’emendamento di Fratelli d’Italia e Noi Moderati per la reintroduzione delle preferenze nella legge elettorale è stato affossato per un solo voto alla Camera. Ecco perchè non è un bene per la nostra democrazia
di Mattia Pascal
Quanto accaduto alla Camera sul voto per la reintroduzione delle preferenze deve far riflettere perchè potrebbe avere un forte impatto sul futuro della nostra democrazia. In realtà, la portata dell’emendamento in di Fratelli d’Italia e Noi Moderati sarebbe stata assai limitata. Il metodo era semplice: capolista bloccati e solo dalla seconda posizione in poi sarebbe subentrato il sistema delle preferenze con tre scelte possibili in una lista di sei nomi. Per molti partiti di medie e piccole dimensioni, le preferenze avrebbero inciso per poco più del 5-6% degli eletti. Eppure, anche solo l’ipotesi di una reintroduzione delle preferenze, sistema adottato in tutta la seconda Repubblica, ha creato il panico in Parlamento. “Penalizza le donne”, “favorisce il voto di scambio”, “aumenta i costi della politica” le obiezioni più frequenti. Ma la realtà politica è diversa: le preferenze avrebbero fatto tabula rasa di tutta quella pletora di parlamentari che non ha consensi sul territorio e che passa gran parte del proprio tempo a cercare di ingraziarsi il leader di turno chiamato a comporre le liste. Un sistema che, a lungo andare, ha creato un vulnus democratico che oggi pesa sulla nostra democrazia: il distacco evidente tra la politica del palazzo e i cittadini che ormai da anni eleggono in Parlamento dei “nominati” che non hanno nessun collegamento con la base e dei quali nessuno ricorda il nome. Un metodo che a lungo ha fatto comodo ai leader di partito, evitando la nascita di robuste opposizioni interne, ma che col tempo sta generando nuovi mostri perché alimenta l’antipolitica e la convinzione che solo un leader forte possa cambiare le cose: prima Matteo Renzi, travolto dal referendum, poi Beppe Grillo, rientrato rapidamente nel suo blog, ancora Matteo Salvini e in futuro, chissà, gli italiani potrebbero affidarsi a Roberto Vannacci. Una valanga di meteore che quasi sempre si sono gonfiate sgonfiate nel giro di una tornata elettorale. Il punto è che gli italiani si sono stufati di consegnare una delega in bianco ai partiti: vogliono tornare a scegliere il proprio parlamentare, una persona di fiducia con la quale è possibile interloquire e alla quale poter in qualche modo mostrare i propri desiderata e le proprie priorità. Le preferenze non sono la panacea di tutti i mali, anzi hanno diversi difetti, ma contribuiscono a rendere i cittadini più partecipi della vita democratica come avviene per le Regioni e i Comuni. Purtroppo, il tentativo coraggioso di Giorgia Meloni si è scontrato con la volontà autoconservativa dei parlamentari, tutti nominati. Ma il tema non è più rinviabile e probabilmente entrerà nella prossima campagna elettorale: chi avrà il coraggio di porre questa volontà al centro del proprio impegno politico potrà probabilmente avere il favore di tanti italiani. La legge elettorale può sembrare un tema distante dalla vita dei cittadini, ma in realtà così non è: perché la qualità della democrazia dipende anche dalla capacità di Governo e Parlamento di attuare politiche pubbliche più vicine alle esigenze e alla volontà degli italiani. E questo può avvenire solo coinvolgendo al massimo grado i cittadini nel gioco democratico, compito al quale le preferenze assolvono molto bene perché danno la sensazione ai cittadini di rendere possibile astrattamente a chiunque la scalata verso il potere.
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