I prezzi dei carburanti in Italia sono tornati sopra i 2 euro al litro, spinti dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento del petrolio. Il governo potrebbe continuare con i tagli temporanei alle accise, mentre si valuta a livello europeo una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Resta aperto il problema di una soluzione strutturale per contenere i prezzi
di Alessio Ramaccioni
Non capitava dal 2022: nell’ultimo weekend di agosto la benzina è tornata stabilmente sopra i 2 euro al litro e il gasolio ha sfondato quota 2,13 euro nella rete ordinaria, con punte oltre 2,20 euro in autostrada. Secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il 23 agosto il prezzo medio del self service era di 2,010 €/l per la verde e 2,130 €/l per il gasolio, in aumento rispetto al giorno precedente e ormai vicino ai massimi storici toccati nel marzo 2022, subito dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Le cause sono note: le tensioni in Medio Oriente e le limitazioni al traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz hanno spinto le quotazioni del greggio, che a giugno avevano superato i 120 dollari al barile prima di ridiscendere. Ma il calo delle quotazioni internazionali non si è tradotto in un sollievo equivalente alla pompa, alimentando accuse di speculazione lungo la filiera della distribuzione. Per una famiglia che fa il pieno di benzina, secondo le stime di Codacons, il rincaro rispetto all’anno scorso vale oggi quasi 14 euro a rifornimento; su un viaggio Milano-Lecce andata e ritorno la differenza tra benzina e diesel dell’anno scorso e quelli attuali supera i 30-50 euro. Nel complesso, secondo le analisi di Facile.it, il maggior esborso degli automobilisti italiani per il solo mese di agosto 2026 sfiora il miliardo di euro.
Cosa sono le accise e perché pesano così tanto
Il prezzo di un litro di carburante alla pompa è la somma di quattro componenti: il costo industriale del prodotto (raffinazione e approvvigionamento della materia prima), il margine di distribuzione e trasporto, l’accisa e l’IVA al 22%, calcolata non solo sul prezzo del prodotto ma anche sull’accisa stessa, che quindi viene tassata due volte.
L’accisa è un’imposta indiretta fissa, espressa in euro per mille litri, che lo Stato applica alla produzione o all’immissione in consumo di un prodotto energetico, indipendentemente dal prezzo di mercato del petrolio. È per questo che si parla di tassazione “fissa”: che il petrolio costi 60 o 120 dollari al barile, l’accisa resta la stessa in valore assoluto, e quindi pesa proporzionalmente di più quando i prezzi sono bassi e di meno quando sono alti. In termini assoluti resta comunque un costo enorme e costante per l’automobilista. In Italia le accise sui carburanti sono storicamente tra le più alte d’Europa: secondo gli ultimi dati comparativi disponibili a livello UE erano pari a circa 728 euro ogni mille litri per la benzina e 617 euro ogni mille litri per il diesel. L’Italia risultava allora al primo posto nell’Unione per accisa sul gasolio e al secondo per quella sulla benzina, dopo i Paesi Bassi. Dal 1° gennaio 2026 il governo ha inoltre avviato un graduale riallineamento delle due aliquote, alzando di 5 centesimi al litro l’accisa sul gasolio e riducendo in modo speculare quella sulla benzina, per eliminare quello che viene considerato un sussidio ambientalmente dannoso al diesel: un’operazione non a saldo zero, che secondo le stime diffuse dagli operatori del settore genererà un gettito aggiuntivo per lo Stato di circa 600 milioni di euro nel solo 2026.
Nel complesso, tra accisa e IVA, le imposte rappresentano ancora oggi più della metà del prezzo finale di un litro di benzina in Italia. È una delle ragioni storiche per cui il nostro Paese ha prezzi alla pompa tra i più alti dell’Unione Europea, ed è anche il motivo per cui, ogniqualvolta il greggio sale, il dibattito politico si concentra sulla possibilità di intervenire proprio su questa componente fiscale.
Le misure del governo: sconti temporanei, non riduzioni strutturali
Di fronte all’impennata dei prezzi, l’esecutivo Meloni ha scelto la strada già battuta in passato dai governi precedenti: tagli temporanei e rinnovabili di mese in mese, finanziati non con nuovo debito ma con il maggior gettito IVA generato dagli stessi rincari (un meccanismo simile alla vecchia “sterilizzazione” evocata anche in campagna elettorale). Da luglio 2026 è in vigore uno sconto sull’accisa del gasolio di 17,1 centesimi al litro IVA inclusa, più volte prorogato — l’ultima volta fino al 26 agosto — con un decreto firmato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti insieme al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin. Accanto allo sconto sulle accise, è stato prorogato anche il credito d’imposta a favore dell’autotrasporto, il settore più esposto alle oscillazioni del prezzo del gasolio, e il governo ha convocato più volte le principali compagnie petrolifere — Eni, Ip, Tamoil, Q8 — per chiedere collaborazione nel contenere i rincari e scoraggiare eventuali speculazioni.
Queste misure, però, hanno un limite strutturale: sono temporanee e vanno rifinanziate di mese in mese. Secondo una stima diffusa da Legambiente, che ha sommato le proroghe dei decreti sul taglio delle accise varati tra marzo e luglio 2026, la misura sarebbe costata alle casse pubbliche quasi 2 miliardi di euro in cinque mesi; il deputato dei Verdi Angelo Bonelli ha parlato invece di 2,5 miliardi in quattro mesi. Si tratta di stime di parte, diffuse da soggetti critici verso l’impostazione del governo, ma che convergono su un ordine di grandezza: quello di un trasferimento di risorse pubbliche — pagate da tutti i contribuenti attraverso il gettito fiscale — verso il prezzo alla pompa, senza intaccare i margini industriali lungo la filiera.
Il nodo degli extraprofitti e la partita europea
È proprio su questo punto che si è riacceso lo scontro politico. Negli ultimi giorni Giorgetti ha firmato, insieme ai ministri economici di Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, una lettera alla presidenza di turno irlandese dell’Ecofin per chiedere di aprire un confronto europeo su una tassa comune sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, sul modello di quanto fatto dal governo Draghi nel 2022 con il contributo di solidarietà straordinario. Il tema dovrebbe arrivare sul tavolo dei ministri delle finanze dell’Unione a metà settembre, a Dublino.
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha colto l’occasione per chiedere all’esecutivo di anticipare l’iniziativa a livello nazionale, senza attendere l’accordo europeo che richiederebbe comunque diversi mesi prima di tradursi in norme operative. Le opposizioni sostengono che le sole misure “tampone” sulle accise non bastino più e che serva una strategia più strutturale, capace di intervenire sui margini industriali e non solo sul carico fiscale. Il governo, dal canto suo, ha finora preferito muoversi nella cornice europea, anche per evitare il rischio di contenziosi legali e di disincentivare gli investimenti delle compagnie energetiche nel Paese.
Quali sono le possibilità reali di abbattere i costi
Guardando alla sostanza tecnica, gli spazi di manovra reale sono più limitati di quanto il dibattito politico lasci intendere:
- Il taglio delle accise è l’intervento più immediato e visibile, ma è anche il più costoso per le casse pubbliche e, non modificando la struttura del mercato, va costantemente rinnovato: se il governo smettesse di prorogarlo, l’effetto sui prezzi si annullerebbe nel giro di pochi giorni.
- Una tassa sugli extraprofitti, come quella ipotizzata a livello europeo, potrebbe generare risorse da redistribuire verso famiglie e imprese più esposte, ma il precedente 2022 mostrò le difficoltà applicative di questo strumento: definire cosa sia un “profitto straordinario”, evitare contenziosi e ricorsi, e impedire che il costo venga comunque scaricato sui consumatori.
- Un tetto ai prezzi (price cap), più volte evocato anche a livello europeo per il gas, è tecnicamente complesso da applicare ai carburanti liquidi in un mercato globale e rischia di generare carenze di approvvigionamento se fissato in modo troppo aggressivo.
- La riduzione strutturale della dipendenza da petrolio e gas, attraverso l’accelerazione delle rinnovabili e dell’elettrificazione dei trasporti, è la leva che gli analisti indicano come l’unica realmente in grado di rendere l’Italia meno vulnerabile agli shock geopolitici nel medio-lungo periodo, ma richiede anni di investimenti e non offre alcun sollievo immediato.
- Maggiore trasparenza sui prezzi e controlli sulla filiera distributiva, per verificare che i cali del greggio si riflettano davvero e rapidamente sui listini alla pompa, restano lo strumento più a portata di mano nel breve periodo, anche se il loro impatto sui prezzi finali è storicamente modesto.
Nel frattempo, con lo sconto sulle accise del gasolio destinato a scadere a fine agosto e i prezzi ancora sui massimi dell’anno, il governo si trova a dover decidere in tempi rapidi se prorogare ancora una misura che pesa sui conti pubblici o accettare un nuovo rincaro alla pompa proprio mentre si discute, a livello europeo, di una soluzione più strutturale che però non arriverà prima di settembre inoltrato.
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