L’83ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è stata caratterizzata da una selezione ufficiale ricca di film dedicati a temi esistenziali, familiari, sociali e politici. La Mostra ha confermato la forte presenza del cinema d’autore americano, del cinema asiatico e soprattutto di quello francese, insieme a numerosi documentari di rilievo. Particolare attenzione è stata dedicata anche al cinema italiano, con film che affrontano la solitudine, le difficoltà familiari, l’immigrazione, il lavoro e le crisi personali. Tra le opere apprezzate vengono citati Scherzetto, I figli della scimmia e Una storia, mentre Nessun dolore è una fiaba sociale distopica e umanistica, piuttosto problematica
di Giovanni Ottone
In sede di bilancio si deve riconoscere che la 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ha presentato una selezione ufficiale interessante e stimolante, con numerose opere riguardanti tematiche esistenziali, rispetto alle crisi famigliari e ad adolescenti e giovani, sociali, rispetto al lavoro, e politiche, rispetto a eventi storici e a tragici conflitti contemporanei non privi di risvolti delicati e controversi. La selezione ufficiale ha quindi compreso alcuni lungometraggi eccellenti, in termini di scrittura e di messa in scena originali, ma anche opere non prive di forti accenti didascalici e di stereotipi “politicamente corretti”.
Forte presenza del Cinema d’autore americano
Il Festival ha riconfermato solidi legami con il cinema d’autore americano, nonostante la presenza di 2 soli feature films in Concorso, realizzati da filmmakers statunitensi, Company, di Casey Affleck, un arzigogolato e noioso apologo dark con presenza di vampiri “filosofici” e Primetime, una pretenziosa e sensazionalista opera di esordio del documentarista Lance Oppenheim, che diventa un pamphlet contro l’abuso del diritto di cronaca attraverso le montature di un giornalismo televisivo d’inchiesta senza scrupoli, e nonostante l’assenza di grandi registi di Hollywood. Una carenza compensata dalla presenza, nella sezione Fuori Concorso, di coraggiosi documentari di qualità, realizzati da alcuni tra i più noti e affermati registi di cinema non fiction del mondo. Musk, di Alex Gibley, analizza compiutamente l’impero aziendale e finanziario del controverso imprenditore miliardario Elon Musk, privilegiando l’articolazione delle questioni nodali rispetto a una semplicistica condanna didascalica. Union Town, della ottantenne Barbara Kopple, conclude la sua trilogia dedicata ai diritti dei lavoratori, descrivendo le lotte sindacali dei lavoratori dell’industria e di quelli del commercio, impiegati nelle consegne a domicilio, per ottenere diritti e condizioni di lavoro inalienabili di fronte a imprese, spesso multinazionali, che tendono a negarli per non intaccare i loro profitti. E, in aggiunta, sempre nella sezione Fuori Concorso, è stato presentato The Basics of Philosophy, dell’ottantenne Paul Schrader, che risulta coerente con la sua poetica che privilegia personaggi enigmatici e controversi, con un oscuro passato e con sensi di colpa, ma senza possibilità di vera redenzione. Propone il ritratto doloroso, ma anche sottilmente sarcastico, di un professore universitario che affronta una crisi di identità personale e sessuale dopo anni di finzione e di adeguamento a modelli comportamentali di apparente “normalità”. Al tempo stesso la Mostra ha ribadito la sua vocazione di vetrina di una quota significativa del miglior cinema d’autore e indipendente mondiale, soprattutto di quello presente in Europa e in Asia. Rispetto alla produzione asiatica si segnala una costante attenzione e capacità di proposta che ha consistito la presenza nella selezione ufficiale di: 6 film di autori e produzione dal Giappone, 2 da Hong Kong, 1 da Taiwan, 1 dalla Sud Corea, 1 dall’Iran, 1 dalle Filippine, 1 dall’India, 1 dal Bangladesh e 1 dalla Thailandia.
Ampio spazio al cinema francese
Inoltre, si è rinnovata la consueta presenza del cinema francese. La sezione Concorso, di cui abbiamo già scritto, considerando i migliori film presentati, e di cui abbiamo commentato successivamente i film premiati, ha annoverato 4 film francesi. I premiati Un bon petit soldat, di Stéphane Brizé e 15 /18 di Cédric Kahn. Bunker, terzo lungometraggiodel drammaturgo e romanziere Florian Zeller, che racconta, con incertezze di toni e con stereotipi rispetto alla gelosia, le divergenze in una coppia di agiati professionisti, marito e moglie, interpretati da Javier Bardem e da Penelope Cruz, rispetto alle opportunità di lavoro, alla fiducia nei confronti degli altri, ai pericoli per la sicurezza personale e all’educazione dei figli preadolescenti. Un peu avant minuit, quarto lungometraggio di Nicolas Pariser, è un incerto dramma esistenziale. Léo (Melvil Poupaud) è un giornalista quarantanovenne, piuttosto irresoluto ed egocentrico. Trovandosi a Parigi per qualche giorno, ove in gioventù ha vissuto un’epoca soddisfacente, si dedica a un bilancio della propria vita incontrando vecchi amici, le donne con cui ha avuto relazioni di vario tipo e sua figlia ventenne, che vive con la madre ed è una femminista e un’attivista militante della estrema sinistra. Nella sezione Fuori Concorso segnaliamo altri 2 film. Jupiter, opera prima di Alexandre Smia, è un efficace ed emozionante chamber drama politico, con un cast di ottimi attori, fra cui Denis Menochet, André Dussollier, e Reda Kateb. Smia e Thomas Finkielkraut, autori della sceneggiatura, immaginano, con grande simulazione realistica della contingenza geopolitica attuale, le fasi di un drammatico gabinetto di crisi in cui il Presidente della Repubblica francese, un politico di orientamento molto simile a quello di Macron, deve confrontarsi con i vertici del governo e con quelli militari. Deve decidere come rispondere quando il Presidente della Russia, modellato sulla figura di Putin invasore della Ucraina, dopo aver subito quello che sembra essere stato un attentato, da cui è miracolosamente uscito incolume, infine fa lanciare un missile nucleare che è diretto nel Mar Nero. Un bon avocat, sesto lungometraggio di Tristan Séguela, è un incalzante commedia drammatica, con venature thriller, ma è anche buddy movie, in cui si intrecciano toni angosciosi e sarcastici. Racconta la tragica vicenda di Léonard Landry (Laurent Lafitte), un affermato avvocato penalista parigino cinquantenne, brillante e senza scrupoli, tossicodipendente da cocaina e alcolista e difensore di alcuni tra i peggiori narcotrafficanti. Dopo essere svenuto a causa di una overdose nel corso di un’udienza in tribunale, deve affrontare un processo penale come imputato di vari reati contrari all’etica professionale con grande probabilità di essere radiato dalla professione e di essere condannato ad alcuni anni di carcere. E si trova a poter contare solo sull’aiuto di un giovane e perspicace stagista alla vigilia dell’esame finale per diventare avvocato, per architettare, nel corso di una settimana, una serie di abili ricatti al fine di condizionare a proprio favore l’esito del processo.
I documentario e la sezione “Orizzonti”
Rispetto al cinema non fiction si segnalano, considerando in primis la sezione Fuori Concorso, diversi documentari significativi e interessanti. Ne citiamo alcuni. Oasis Don’t Look Back in Anger, dei britannici Dylan Southern e Will Lovelace, è dedicato alla reunion della notissima rock band Oasis e al trionfale tour” Live ‘25” con i fratelli Liam e Noel Gallagher, di nuovo insieme dopo anni di liti e di contrasti. Si concentra sulle prove e sui concerti, offrendo ottime sequenze, ma senza ulteriori approfondimenti. My Unesirable Friends: Part II Exile, della documentarista americana, di origine russa ed ebrea, Julia Loktev, è la seconda parte di un dittico, della durata complessiva di 11 ore e 19 minuti, girato a Mosca nel 2021 e poi in dodici Paesi, nei successivi quattro anni e mezzo. Racconta le vicende di un gruppo di giovani giornalisti russi, in prevalenza donne, oppositori del regime, costretti a vagabondare dopo il forzato esilio dalla Russia per effettuare il loro lavoro di inchiesta e di controinformazione sulla guerra in Ucraina e sulla politica criminale di Putin. Shumei. The Living Legacy of Kabuki, primo documentario realizzato dal noto regista giapponese Takashi Miike, offre un bellissimo ritratto intimo del quarantottenne Ichikawa Danjūrō XIII Hakuen, uno dei più prestigiosi attori del teatro Kabuki, la forma classica di teatro giapponese, che mescola la recitazione drammatica con la danza tradizionale. Ichikawa Danjūrō appartiene ad una una famiglia di attori, che ha iniziato l’attività artistica nel 1660, con la fondazione della casa di recitazione Naritaya. Miike ha documentato, nell’ottobre 2022, la cerimonia Shumei, ovvero la successione di Ichikawa Danjūrō con acquisizione di un nuovo titolo e nome, documentando sia la grandiosità dell’evento sia le responsabilità personali, le pressioni e i sacrifici che comporta l’attività artistica del protagonista.
Nella sezione Orizzonti segnaliamo 2 eccellenti film. Moragheb (Falling House), terzo lungometraggio di Mohsen Gharaei, ha ottenuto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile attribuito a Laleh Marzaban. Questo piccolo capolavoro, ambientato i un quartiere popolare alla periferia di Teheran, è un dramma familiare molto duro, realistico e convincente, con precisi risvolti sociali, culturali, esistenziali e psicologici. Racconta la vicenda di una famiglia di condizione modesta comprendente Rashid (Farhad Aslani), un agente penitenziario del carcere locale, sua moglie, Zirat (Rima Raminfar), sarta a domicilio, Ensi (Laleh Marzban) la figlia ventenne e Janan (Elena Khakbazan), l’altra figlia adolescente. Da un lato il pacioso Rashid, che intrallazza con i detenuti, viene accusato di corruzione e di aver favorito l’evasione di un carcerato e viene sospeso con la prospettiva di perdere il lavoro. Dall’altro l’intera famiglia è oppressa da una terribile evenienza: entro pochi giorni devono traslocare perché la casa verrà demolita per consentire l’avanzare di un enorme progetto di riqualificazione urbana per far posto a un’autostrada. In effetti i bulldozer lavorano a pieno ritmo, con un rumore assordante, realizzando le demolizioni previste. Ma quando scopre che Ensi sta per recarsi in aereo in Turchia per intraprendere una carriera come modella, senza intenzione di tornare a Teheran e che sua madre e sua sorella ne sono al corrente, Rashid subisce un trauma. E, nonostante tutti i guai e i debiti relativi all’imminente trasloco, si trasforma in aguzzino, precipitando la vita di moglie e figlie e anche la propria in un incubo di paura, ricatti e disperazione. Tra bugie, orgoglio ferito, accuse reciproche e irresponsabilità, la spirale di rovina affettiva, morale e materiale della famiglia si avvita in una tragedia angosciante. Per altro Mohsen Gharaei non vuole prospettare una dicotomia definitiva tra il Bene e il Male. E anche l’epilogo non è affatto catartico. Perché il regista, pur senza tralasciare i particolari della gravissima frattura familiare e delle azioni distruttive e autodistruttive di Rashid, ma anche la determinazione assoluta delle figure femminili, non giudica o incasella i personaggi, né orienta strumentalmente la narrazione con il fine di influenzare lo spettatore con un intento didascalico. Lovers in The Blue Night, opera seconda della regista indiana, bengalese, Anuparna Roy, è un convincente dramma esistenziale e sociale. Racconta con grande realismo e credibilità, le vicende di due immigranti bengalesi, sfuggiti a una devastante alluvione, e di due piccoli furfanti che sopravvivono in uno slum sovraffollato e miserabile, ai margini di Mumbai, la grande e sfavillante metropoli. La trama esplora temi cruciali: la solitudine, le caste, l’immigrazione, la sessualità, la povertà, il desiderio e il bisogno di affetto e di appartenenza, che può determinare anche dolore e tradimento. Tra sfruttamento del lavoro, mercificazione del sesso, piccole attività criminali, illusioni e delusioni, i problematici legami affettivi, che si sono stabiliti tra i protagonisti, vengono meno, fino a un sorprendente epilogo.
Il cinema italiano tra conferme e nuovi autori
Rispetto ai film italiani, avendo già recensito in un precedente articolo dedicato alla Mostra le opere in Concorso (Ritorno a Buenos Aires, di Marco Bechis, Succederà questa notte, di Nanni Moretti, Il fuoco che ti porti dentro, di Edoardo De Angelis, L’estranea, di Paolo Strippoli e The Echo Chamber, di Andrea Pallaoro), ne segnaliamo alcuni della selezione ufficiale presenti nelle altre sezioni, tenendo presente che tutti questi lungometraggi vengono distribuiti nelle sale italiane tra fine settembre e dicembre.
Nella sezione Fuori Concorso sono stati presentati due film, che raccontano la solitudine dei rispettivi protagonisti, ma che sono molto diversi. Scherzetto, di Mario Martone, adatta l’omonimo romanzo di Domenico Starnone. È un film semplice, ma ricco di sensibilità. E contiene anche un riferimento alla poetica di Eduardo De Filippo rispetto alle relazioni tra generazioni diverse, ai fantasmi e all’orgoglio per il proprio lavoro. Descrive il confronto, dolce e burbero al tempo stesso, tra un nonno settantenne e vedovo, Daniele (Toni Servillo, particolarmente spontaneo e perfettamente nella parte), già pittore famoso e noto disegnatore e illustratore di libri, che vive da solo a Milano e il nipote di 5 anni, Mario (Lorenzo Perrotta), che vive a Napoli con i genitori. Daniele è un poco misantropo ed è tormentato da dubbi e da una crisi creativa che influisce sul suo rapporto con la casa editrice con cui collabora. Betta (Serena Rossi), la madre di Mario, ha chiesto a suo padre di tornare a Napoli, nella casa di famiglia, un antico appartamento in un condominio popolare vicino alla stazione centrale, per occuparsi di Mario, per qualche giorno, mentre lei e il marito (Leonardo Lidi) devono assentarsi per partecipare a un convegno. Nel corso di 72 ore nonno e nipote condividono la quotidianità, non senza piccole incomprensioni e sorprese nello sviluppo di una nuova conoscenza reciproca, dovuta al fatto che si vedono raramente. Per Daniele si tratta di una prova ardua, tra ricordi deformati della propria infanzia trascorsa tra quelle stanze, ove riaffiorano, diventando visibili, i fantasmi di sua nonna e del fratello, piccoli incidenti, fragilità e la scoperta “amara” che un bambino affettuoso e sincero, ma saccente e, a volte, impertinente, può sviluppare un genio artistico innato e può disegnare meglio di lui. Nessun dolore, di Gianni Amelio, è una fiaba sociale distopica, costruita come un pamphlet umanistico, emotivo e tragico, per mostrare una spiccata empatia nei confronti dei migranti, presentati come gli ultimi nella scala sociale, diversi, ma pacifici e meritevoli di aiuto. Davide (Alessandro Borghi), un quarantenne appassionato di libri, gestisce un chiosco per venderli in una piazza del centro di Roma. Un giorno in strada viene perseguitato dall’insistenza questuante di un bambino nordafricano. Non capisce cosa voglia da lui e lo scaccia. Ma poi assiste al suo tragico investimento da parte di una motocicletta. Lo veglia in ospedale. Poi, quando il bambino muore, Davide, tormentato dai sensi di colpa, offre ospitalità nel suo appartamento a una giovane donna algerina incinta. Ma, nel giro di pochi giorni, ritrova la propria abitazione trasformata in un rifugio notturno con decine di migranti sconosciuti, di vari Paesi, che cucinano, mangiano e dormono. Tra rappresentazione semplificata delle iniquità del mondo moderno, non caratterizzazione dei personaggi migranti e confusa crisi di coscienza, Amelio configura un ritratto del contesto poco credibile, in cui la carica drammatica di denuncia diventa progressivamente debole e inefficace. Nella sezione Orizzonti sono stati presentati 2 film interessanti.
I figli della scimmia, opera prima di finzione di Tommaso Landucci, ha ottenuto sia iI Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura, assegnato allo stesso Landucci e a Damiano Femfert, sia il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile, attribuito a Riccardo Scamarcio. La vicenda di questo dramma familiare, il cui titolo è ispirato da una fiaba di Esopo, si svolge in un’imprecisata località, quantunque il film sia stato girato in vari luoghi della provincia di Torino. Dario (Riccardo Scamarcio) e Ginevra (Lidiya Liberman) sono una coppia di quarantenni, genitori di Enrico (Andrea Aggio), un bambino disabile di 10 anni, tetraplegico e sofferente anche di crisi di spasticità motoria, a cui riservano tutte le attenzioni e le attività di aiuto e di tutela necessarie. Dario si occupa del figlio con estrema dedizione: lo nutre imboccandolo, lo veste, lo lava e lo accompagna ogni giorno in auto alle sedute di fisioterapia in ambulatorio e in piscina. Lavora in una grande agenzia assicurativa con il fratello maggiore, Roberto (Fausto Russo Alesi). Tuttavia, le differenze caratteriali li portano spesso a discutere apertamente: il primogenito è un uomo piuttosto rigido, diffidente circa novità e rischi da affrontare e abituato ad accusare Dario di essere superficiale. In particolare, Roberto, sposato con Linda (Cristina Odasso), è rigoroso nella educazione di suo figlio Giacomo (Tancredi Naldini), un adolescente aperto e ottimista, che, invece, ha stabilito un ottimo rapporto con Dario. In occasione di una riunione familiare nella villa di campagna di Enzo (Luigi Diberti), padre dei due fratelli, per festeggiare il compimento di 14 anni di Giacomo, Dario riscopre la sua vecchia moto da trial fuoristrada. Riesce a rimetterla in funzione per poi regalarla al nipote. Da quel momento Dario si impegna a insegnare a Giacomo come guidare la moto e lo tratta con molta simpatia considerandolo come un figlio ideale. Tuttavia, questo avvicinamento tra Dario e Giacomo crea una forte tensione tra i due fratelli perché Roberto non accetta l’intrusione nelle sue funzioni paterne. Landucci costruisce una narrazione priva di enfasi retorica e di deriva psicologista, caratterizzando bene il gioco di proiezioni e di sentimenti dei protagonisti. La regia privilegia scene concise e un’articolazione efficace dei dialoghi.
Una storia, opera di esordio dell’attrice Anna Foglietta, propone il dramma della crisi di una coppia di lavoratori quarantenni che abitano in una località di provincia in Lazio. Mauro (Guido Caprino) lavora come operaio elettricista nella piccola ditta di suo padre che non lo stima e, nel tempo libero, allena i ragazzi di una scuola calcio. Erika (Alba Rohrwacher) è la cassiera di un supermercato. Lui è un uomo non particolarmente soddisfatto della propria via, ma ama far sapere agli altri che tiene tutto sotto controllo, mentre lei è schiva e riservata, ma sempre disponibile a svolgere le faccende di casa, ponendosi al servizio del marito e dell’anziana madre. Apparentemente sembra una coppia solida e priva di tensioni, ma quando la loro unica figlia si allontana da casa per intraprendere gli studi universitari fuori sede, emerge un senso di vuoto e la comunicazione e l’intesa tra i due coniugi entrano in crisi. Foglietta racconta, attraverso vari dettagli e rituali quotidiani, lo sviluppo della loro crisi. Fino a quando, in inverno, Erika non riesce più a gestire la crescente malinconia e un’incipiente nevrosi depressiva che la portano a non poter più svolgere compiutamente i lavori in casa e a dimenticarsi gli impegni che la attendono. Mauro subisce un trauma quando suo padre vende l’azienda senza informarlo e lui si trova disoccupato. Riemergono antichi dissapori tra i due. L’uomo inizialmente non dà peso e attenzione al disagio di sua moglie, ma poi i due devono faticosamente iniziare a parlarsi e a spiegare i rispettivi stati d’animo ed esigenze. Nonostante un’efficace descrizione del contesto nella prima parte del film, purtroppo la qualità drammatica appare incerta soprattutto perché la crisi di coppa si sviluppa con stilemi che appaiono piuttosto alieni all’ambiente proletario in cui si svolge la vicenda. Purtroppo, l’alienazione di Erika appare descritta in termini non molto credibili e l’epilogo conciliatorio appare piuttosto dissonante.
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