Sciopero, manifestazioni e scontri, l’opinione di Francesco Bucci: «Il diritto di manifestare è sacrosanto, ma chi aggredisce le forze dell’ordine attacca lo Stato»

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Su Pubblica Now intervista a Francesco Bucci, esperto di sicurezza, sui gravi episodi di violenza verificatisi nella Capitale nella giornata di venerdì 30 ottobre, sul ruolo delle forze dell’ordine e sulla necessità di garantire sicurezza, legalità e libertà di manifestazione

Bucci, ieri Roma è stata teatro di scontri e momenti di forte tensione tra manifestanti e forze dell’ordine. Qual è la sua valutazione di quanto accaduto?

«Le immagini che abbiamo visto sono preoccupanti e meritano una riflessione seria. Il diritto di manifestare rappresenta uno dei pilastri della nostra democrazia e deve essere sempre garantito. Ma esiste una linea di confine molto chiara tra la libera espressione del dissenso e la violenza. Quando si passa dalle parole al lancio di oggetti, dalle rivendicazioni alle aggressioni contro gli operatori di polizia, non siamo più nell’ambito della protesta democratica. Siamo di fronte a comportamenti che devono essere condannati senza esitazioni. Roma non può diventare il teatro di una guerriglia urbana».

C’è chi sostiene che alcune reazioni delle forze dell’ordine siano state eccessive. Cosa risponde?

«Credo che sia necessario evitare giudizi sommari, soprattutto quando si parla di situazioni operative estremamente complesse. Le forze dell’ordine intervengono in contesti nei quali le decisioni devono essere assunte in pochi istanti, spesso in condizioni di grande pressione e pericolo. Ogni intervento deve naturalmente rispettare i principi di legalità, necessità e proporzionalità, ma non possiamo dimenticare che gli operatori hanno il dovere di tutelare l’incolumità delle persone e impedire che la violenza degeneri. Eventuali comportamenti non conformi alle regole devono essere accertati nelle sedi competenti, senza però trasformare automaticamente chi garantisce l’ordine pubblico nel responsabile delle tensioni».

Qual è il suo messaggio agli agenti che ieri hanno affrontato una giornata così difficile?

«Il mio primo pensiero va alle donne e agli uomini della Polizia di Stato e a tutti gli operatori impegnati nei servizi di ordine pubblico. A loro desidero esprimere solidarietà, vicinanza e gratitudine. Dietro ogni uniforme ci sono persone, famiglie, professionisti che ogni giorno scelgono di servire lo Stato. Troppo spesso ci si dimentica che chi indossa una divisa non è un bersaglio, ma un servitore delle istituzioni. Aggredire un poliziotto significa colpire chi è lì per garantire la sicurezza collettiva, anche di chi sta manifestando».

Quanto conta, in situazioni come queste, il lavoro di coordinamento delle autorità di pubblica sicurezza?

«È assolutamente determinante. Desidero sottolineare l’importanza del lavoro svolto dal Prefetto e dal Questore di Roma, insieme a tutti i dirigenti e agli operatori coinvolti nella gestione dell’ordine pubblico. Governare una manifestazione in una città complessa come Roma significa trovare un equilibrio delicatissimo tra la tutela dei diritti costituzionali e la sicurezza dei cittadini. È un lavoro che comincia molto prima dell’arrivo dei manifestanti nelle piazze, attraverso attività di analisi, prevenzione, pianificazione e coordinamento. Si tratta di professionalità che meritano rispetto e riconoscimento».

Secondo lei, dietro questi episodi c’è il rischio che alcune manifestazioni vengano strumentalizzate da gruppi interessati esclusivamente allo scontro?

«È un rischio che non possiamo sottovalutare. Dobbiamo distinguere nettamente la grande maggioranza delle persone che scende in piazza pacificamente da chi utilizza quelle occasioni per cercare lo scontro con le istituzioni. La violenza finisce per danneggiare innanzitutto le ragioni di chi manifesta legittimamente, perché sposta l’attenzione dalle rivendicazioni ai disordini. Saranno naturalmente gli accertamenti delle autorità competenti a stabilire le responsabilità individuali e l’eventuale presenza di condotte organizzate. Non bisogna generalizzare, ma nemmeno minimizzare».

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha più volte richiamato l’importanza della prevenzione e della fermezza nella gestione dell’ordine pubblico. Condivide questa impostazione?

«Ritengo che prevenzione e fermezza debbano procedere insieme. La prevenzione serve a ridurre i rischi, a individuare tempestivamente le criticità e a creare le condizioni affinché le manifestazioni possano svolgersi pacificamente. La fermezza, invece, è necessaria quando qualcuno decide deliberatamente di oltrepassare i limiti della legalità. Non significa comprimere il dissenso, ma impedire che la libertà di alcuni venga utilizzata per mettere in pericolo quella degli altri. Lo Stato deve essere autorevole, equilibrato e capace di intervenire nel rispetto delle regole».

Lei si occupa da tempo di sicurezza. Cosa bisognerebbe fare concretamente per evitare il ripetersi di episodi simili?

«Occorre continuare a investire nella formazione degli operatori, nelle tecnologie, nelle dotazioni di protezione e soprattutto nella capacità di prevenzione. La gestione dell’ordine pubblico richiede preparazione, esperienza e un coordinamento sempre più efficace tra le diverse istituzioni. Ma serve anche una maggiore responsabilità collettiva. La sicurezza non può essere considerata esclusivamente un problema delle forze dell’ordine: è un valore che riguarda l’intera società. Chi organizza una manifestazione, chi vi partecipa e chi ricopre responsabilità pubbliche deve contribuire a creare un clima di rispetto delle regole».

C’è anche un tema di rispetto verso le istituzioni e verso chi rappresenta lo Stato?

«Assolutamente sì. Credo che negli ultimi anni si sia progressivamente indebolita, in alcuni contesti, la percezione del valore delle istituzioni e del ruolo di chi quotidianamente le rappresenta. La divisa non deve essere considerata un elemento di contrapposizione, ma un simbolo di servizio alla collettività. Naturalmente il rispetto deve essere reciproco e deve sempre accompagnarsi alla trasparenza e alla responsabilità. Ma non possiamo accettare che l’aggressione a un appartenente alle forze dell’ordine venga banalizzata o giustificata come una normale espressione del conflitto sociale».

In conclusione, quale messaggio vuole lanciare dopo quanto accaduto ieri nella Capitale?

«Vorrei ribadire un concetto semplice: la libertà di manifestare e il diritto alla sicurezza non sono valori contrapposti. Sono entrambi fondamentali e devono essere tutelati con la stessa determinazione. Roma è la Capitale della Repubblica, il cuore delle nostre istituzioni, e non può diventare ostaggio di chi sceglie la violenza. Dobbiamo difendere il diritto di chi protesta pacificamente e, allo stesso tempo, sostenere concretamente chi ogni giorno lavora per garantire la sicurezza dei cittadini. La democrazia si rafforza attraverso il confronto, non attraverso le aggressioni. E uno Stato democratico deve saper ascoltare il dissenso senza mai arretrare davanti alla violenza. Questo è il principio che, a mio avviso, deve guidare ogni riflessione su quanto accaduto».

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