Il caso Youssef Siher: le accuse di terrorismo, la scarcerazione e i nodi ancora aperti dell’inchiesta

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Dagli scontri di piazza del Duomo al fermo per istigazione con finalità di terrorismo, fino alla scarcerazione decisa dalla gip: la ricostruzione di una settimana che ha acceso lo scontro tra governo e magistratura

di Alessio Ramaccioni

Tutto comincia sabato 17 ottobre in piazza del Duomo, a Milano. Un corteo contro il carovita e i bassi salari, convocato online da un movimento che si definisce apartitico e lontano dai sindacati tradizionali, richiama circa cinquemila persone. Nel pomeriggio la manifestazione degenera: gruppi di giovani, molti col volto coperto, lanciano pietre contro la polizia, danno fuoco a un bagno chimico e saccheggiano alcuni negozi. La piazza viene chiusa, le forze dell’ordine intervengono con gli idranti e gli scontri si allargano a piazza dei Mercanti, corso Vittorio Emanuele e San Babila. Disordini più contenuti si registrano lo stesso giorno a Torino e a Bologna.

La domenica successiva la scena si ripete, con vetrine sfondate e negozi svuotati. Il bilancio diffuso dalla Questura per i due giorni è pesante: 271 persone identificate, di cui 220 minorenni, 174 trattenute con il fermo di prevenzione previsto dal decreto sicurezza, 34 arresti e 14 agenti feriti. Il governo annuncia l’invio di altri 500 militari a Milano per rafforzare l’operazione “Strade sicure”.

È in questo clima che, la sera di domenica 18 ottobre, alle 19:58, nasce su Telegram il canale “Movimento 17 ottobre”, affiancato da una pagina Instagram con lo stesso nome. A gestirli risultano essere Youssef Siher, un ricercatore trentenne, e la moglie. Molti media iniziano a descrivere da subito l’uomo come la “mente” dei disordini. Il dettaglio cronologico, sopratutto per gli sviluppi giudiziari della vicenda, è decisivo: i canali sono stati creati a scontri ormai conclusi, ed è un particolare che nei giorni successive diventerà molto rilevante.

Chi è Youssef Siher

Siher ha 30 anni, è nato in provincia di Brescia da una famiglia di origine marocchina. Si è laureato in Scienze della comunicazione alla Statale di Milano, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze politiche e nel 2024 ha svolto un tirocinio all’ISPI, nell’area dedicata a Medio Oriente e Nord Africa. Alcune fonti lo indicano come studioso di islamismo politico, con un passato nella politica studentesca milanese in una lista moderata.

Nei giorni successivi i canali aperti da Siher crescono rapidamente e sembrano diventare il punto di riferimento per una nuova giornata di mobilitazione, fissata per il sabato successive, 24 ottobre, in otto città. Proprio quel giorno, nel quartiere Milanese Corvetto, la polizia ferma Siher in un appartamento. Il provvedimento è disposto dalla Procura di Milano, con l’inchiesta coordinata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi. Sul suo computer la polizia postale trova e blocca due messaggi programmati per le 14:31 e le 15:31, che avrebbero dovuto indicare ai manifestanti nuovi punti di ritrovo.

Le ipotesi di reato sono due, punite con pene da uno a cinque anni: l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, contestata anche alla moglie, e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, un reato nuovo introdotto dall’ultimo decreto sicurezza, che punisce chi promuove un gruppo destinato poi ad agire violentemente in piazza. A sostegno dell’accusa i pm portano i dati dell’account Telegram, ottenuti dal centro di sicurezza cibernetica della polizia di Firenze grazie alla collaborazione della piattaforma, che ha fornito indirizzi IP e numero di telefono. Citano poi un post su Instagram in cui si dichiara “guerra” alle politiche del governo, alcuni messaggi del gruppo, come quello di un utente secondo cui attaccare le banche sarebbe giustificato, e l’invito a “seguire l’esempio della Francia”.

Al centro dell’impianto accusatorio c’è anche un vademecum intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso“, con consigli su come vestirsi per proteggersi dai lacrimogeni e l’indicazione di forzare i cordoni se il corteo fosse stato bloccato, ma senza inviti espliciti alla violenza. Secondo la Procura, Siher avrebbe sfruttato le proteste precedenti per dare vita a un «progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive», alimentando una grave tensione sociale: è su questo che si regge l’aggravante del terrorismo. I pm chiedono la custodia in carcere, sostenendo il pericolo di fuga e quello di reiterazione del reato. Martedì 27 ottobre, all’interrogatorio di garanzia nel carcere di San Vittore, Siher si avvale della facoltà di non rispondere e non fornisce il codice di sblocco del telefono.

La decisione del Gip

Il giorno dopo arriva la decisione che ribalta il quadro. Mercoledì 28 ottobre la gip Tiziana Landoni respinge sia la convalida del fermo sia la richiesta di custodia cautelare, e intorno alle 16:30 Siher esce da San Vittore, accolto dagli applausi di familiari e sostenitori. Per la giudice mancano i «gravi indizi di colpevolezza» su tutti i capi d’accusa. Quanto all’aggravante del terrorismo, l’ordinanza osserva che i messaggi miravano a «promuovere la formazione di una coscienza collettiva», non ad «arrecare un grave danno allo Stato» né a «intimidire la popolazione». Manca inoltre, scrive la gip, un pericolo «concreto» per l’ordine pubblico, come richiede l’articolo 414 del codice penale: frasi come «lo Stato ci piscia addosso» sono critiche dure e volgari, ma non contengono indicazioni pratiche a commettere reati. Anche il reato di violenza organizzata cade, perché i post esprimono «forme di protesta» e inviti alla «disobbedienza civile», ovvero «la mera organizzazione di manifestazioni settimanali».

La giudice smonta anche gli altri pilastri dell’accusa. Il vademecum non contiene strumenti offensivi né istruzioni per attaccare le forze dell’ordine, e al contrario invita i manifestanti a non rispondere con la violenza, nemmeno ai lacrimogeni; il file con indicazioni più dettagliate, trovato nel computer, non risulta mai pubblicato nella chat. Quanto al pericolo di fuga, non c’è alcuna prova che Siher volesse rendersi irreperibile: la sera prima del fermo si trovava da un’amica in vista del corteo del giorno dopo, e il suo rifiuto di consegnare la password del telefono viene definito «un dato di per sé neutro». I suoi avvocati, Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, sostengono che abbia esercitato libertà costituzionali senza mai incitare alla violenza. La scarcerazione, però, non chiude il caso: Siher resta indagato per entrambi i reati e l’inchiesta prosegue. E poi, c’è il particolare, già citato, dell’incongruenza temporale: Siher ha aperto i canali social dopo gli scontri, e per questo non può essere considerato responsabile per gli scontri del 17 e 18 ottobre.

La reazione politica

La reazione politica è immediata. In un video sui social Giorgia Meloni definisce la scarcerazione «una decisione vergognosa» e «un affronto insopportabile» alle forze dell’ordine e al Viminale. Antonio Tajani descrive Siher come «uno dei principali fautori delle violenze», un’affermazione che non trova riscontro negli atti, dato che le accuse non riguardano gli scontri del 17 e 18 ottobre. I vertici degli uffici giudiziari milanesi, Fabio Roia ed Ezia Maccora, rispondono definendo «irricevibili» le dichiarazioni, frutto a loro dire di una scarsa conoscenza degli istituti di uno Stato di diritto. Gran parte dei consiglieri togati del Consiglio superiore della magistratura, insieme a tre membri laici, chiede l’apertura di una pratica a tutela della gip Landoni.

Restano ora diversi punti aperti. La Procura deve decidere se presentare ricorso al Tribunale del Riesame entro la fine della prossima settimana, ma secondo Il Giorno sembra orientata a non farlo. Il telefono di Siher resta sotto sequestro e gli inquirenti continuano a cercare nuovi elementi e a ricostruire la sua rete di contatti, mentre la difesa potrebbe chiederne la restituzione. Alcune testate hanno infine parlato di presunti legami con ambienti radicali o con una rete di finanziatori di Hamas già sotto inchiesta: si tratta però di ipotesi investigative riportate dalla stampa, perché nessuna accusa di questo tipo risulta formalmente contestata a Siher.

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