Censura social, braccio di ferro per la libertà di parola tra politica e aziende

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L’Unione Europea sta portando avanti la sua battaglia per l’inasprimento della censura sui social. La sorveglianza sui contenuti illegali diffusi dai social media e dalle Big Tech preoccupa al punto da aver indotto la Commissione a discutere di una nuova legge destinata alle aziende del settore.

Per loro si preventiva l’obbligo di fornire alle autorità europee l’accesso ai dati anche online, degli utenti, valutando l’opzione di creare un organismo indipendente al monitoraggio.

Dal canto proprio sono insorte le aziende di settore, invocando la privacy degli utenti e la loro libertà di espressione, mentre i sostenitori Ue caldeggiano nuove misure per proteggere i cittadini europei da contenuti dannosi o illegali.

Al momento esiste una messa in discussione della legge vigente, anche se l’Ue si sta arrovellando per capire come proteggere i diritti dei cittadini, garantendogli contemporaneamente sicurezza online.

L’omogeneità della discussione riguarda anche gli Stati Uniti e dunque tutti gli utenti, non solo quelli europei.

Lo dimostra il fatto che che sull’argomento censura dei social, una decisione della Corte Suprema è prevista negli Usa, entro la fine di giugno, nei mesi che precedono le presidenziali americane.

Oggi la Corte Suprema ascolterà le argomentazioni orali per determinare la costituzionalità della legge che vieta alle piattaforme di sospendere gli account dei politici o dei media.

Per l’industria tecnologica ed i suoi ricercatori, la limitazione di controllo data alle aziende social sui contenuti da divulgare, potrebbe spianare la strada alla disinformazione, al terrorismo e ad altre attività dannose. Naturalmente Donald Trump non è affatto d’accordo con questa opinione, tanto da presentare una memoria sulla censura, condividendo il parere dei legislatori di Florida e Texas che temono l’ingerenza dei social media sulla politica.

La posta in gioco è alta. Esiste un braccio di ferro tra politici e media. Si tratta di stabilire chi tra i governi statali e le aziende tecnologiche avrà il potere di fissare le regole secondo cui potranno apparire i post sui social.

Nel 1997, la Corte Suprema aveva stabilito che una legge che regolava i discorsi indecenti online era incostituzionale, mentre il governo ha continuato ad imporre standard di decenza alle trasmissioni televisive e radiofoniche.

La legge Sezione 230 del Communications Decency Act, stabilisce invece che le piattaforme social non sono ritenute responsabili per la maggior parte dei contenuti pubblicati sui loro siti. A questo punto la sentenza della Corte potrà fare chiarezza su quale atteggiamento sia più opportuno adoperare, sempre nel rispetto della democrazia, influenzando eventualmente, le scelte di altri governi. Nello specifico Usa, in assenza di norme federali, gli stati repubblicani promuovono leggi che limiterebbero le aziende nella rimozione di contenuti dalle loro piattaforme, mentre gli stati democratici, come la California e New York, hanno approvato misure di trasparenza affinchè le stesse aziende siano incentivate a rimuovere contenuti violenti e altri post dannosi, tanto che fino ad oggi, si è attestata “palla al centro” nell’alterco tra libertà di espressione e controllo, sia negli Usa che in Europa.

 

Pina Stendardo
Pina Stendardo
Giornalista attenta ai fermenti quotidiani, raccontati con umanità. Convinta che scrivere sia un atto d’amore e responsabilità, ama divulgare il bello dell’Arte e del sociale, proponendo una narrazione alternativa sullo spaccato culturale.

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