di Giovanni Ottone
La Giuria premia il sesto lungometraggio del rumeno Christian Mungiu. Tra gli altri film spiccano “Hope”, del Coreano Na Hong-jin e Minotaur, sesto film del dissidente russo Andrey Zvyagintsev
Tra i tre film del concorso ufficiale al Festival di Cannes la Palma d’Oro la conquista Fjord, sesto lungometraggio del rumeno Christian Mungiu, e primo girato fuori dal suo Paese, è un eccezionale dramma esistenziale e sociale. Un racconto in cui l’ideologia fideistica laica e statalista rischia di stravolgere l’identità e l’armonia di un contesto familiare. I coniugi quarantenni Gheorghiu sono cristiani evangelici, ma non bigotti.
Mihai rumeno e Lisbet, norvegese, si trasferiscono in un piccolo centro in Norvegia, con lo scopo di offrire ai loro cinque figli, due bambini, due adolescenti tredicenni e un piccolo di pochi mesi una vita, più serena e sicura. Mihai é assunto come informatico nella scuola locale e Lisbet lavora come infermiera in un ospizio per anziani.
Si integrano molo bene, frequentano la loro piccola chiesa locale e fanno amicizia con i vicini Halbergs, Mats, il professore di matematica e Frida un avvocato. Poi, un giorno, vengono sospettati ingiustamente di aver sottoposto i due figli adolescenti, Emmanuel ed Elia, a punizioni corporali. La potente e inflessibile organizzazione statale norvegese di assistenza alla infanzia ottiene che i cinque figli vengano allontanati dai genitori e collocati in tre diverse famiglie affidatarie fino a che le inchieste, civile e penale sui fatti addebitati, non vengano concluse.
Trascorrono settimane e la vicenda diventa per loro un calvario. Fino al processo penale in cui i Gheorgiu subiscono insinuazioni e accuse discriminatorie violente di ogni tipo da parte del pubblico ministero, essendo difesi da Frida, la loro vicina. A partire da un’eccellente sceneggiatura, Mungiu conferma l’interesse bei confronti delle divisioni culturali e ripropone il suo approccio molto efficace, configurando il dramma interiore dei personaggi e lavora per sottrazione. La narrazione simula il tempo reale e sfrutta benissimo gli spazi interni. In aggiunta mostra una fine ironia, non essendo mai didascalico.
Minotaur
Minotaur, sesto film del russo Andrey Zvyagintsev, fuoriuscito e residente in Francia.
È un convincente e prezioso dramma – thriller esistenziale nel quadro del profondo malessere della società russa, tra corruzione e degrado delle coscienze. Gleb, quarantenne benestante, amministratore delegato di un’azienda di trasporti, vive con la moglie Galina e un figlio quindicenne in una cittadina di provincia. La sua esistenza meticolosa entra in crisi quando, nel 2022, l’inizio della invasione in Ucraina coincide con un problema professionale, costringendolo a licenziare alcuni dipendenti. E, al tempo stesso, è obbligato a fornirne altri 14 come contingente richiesto dallo stato per andare a combattere in Ucraina.
Inoltre, durante gli stessi giorni, scopre che sua moglie lo tradisce, intrattenendo una relazione con Anton, un fotografo trentenne.
Ne deriva un atto estremo compiuto istintivamente dal disperato e cinico “antieroe”, che comunque mostra piena coscienza di potersi garantire l’impunità.
Minotaur rivisita il thriller domestico “La femme infedele”, di Claude Chabrol, ma va ben oltre la storia di un crimine passionale. Zvyagintsev inserisce il dramma tragico all’interno di una lucida rappresentazione dello stato attuale della Russia dominata dal regime di Putin, tra violenza disinvolta, agghiacciante banalità e spunti di tesa ironia. Il ritmo narrativo, la messa un scena, con precise inquadrature e piani sequenza, e l’interpretazione degli attori garantiscono grande qualità.
Hope
Hope, del coreano Na Hong-jin, già autore di thrillers incalzanti, è un unicum nel concorso del Festival di Cannes. Un horror, ma anche un disaster movie fantascientifico. E inoltre è chiaramente il primo episodio di una saga. Un’opera che apparterebbe alla categoria dei film di mezzanotte perché nettamente di genere a dedicato a un pubblico di entusiasti e adolescenti.
Nel villaggio rurale di Hope Harbour, presso la frontiera calda demilitarizzata con la Corea del Nord si verifica un’escalation misteriosa di violenza e terrore. Finché compare una banda di alieni alti tre metri, a metà strada tra Alien e uomini primitivi. Sono invincibili, devastano e uccidono. E corrono come cani velocissimi. A fronteggiarli il solito gruppo di ardimentosi che sparano all’impazzata. Poi si scopre che sono sbarcati da una nave spaziale e guidati da una principessa aliena. Molti effetti speciali e un ‘interessante paesaggio boschivo. Un esempio della vitalità del cinema di genere blockbuster horror coreano, costruito con precisa intenzione di essere attrattivo anche per il pubblico occidentale.


