“No Good Men” è il terzo lungometraggio di finzione della regista e attrice afghana trentaseienne Shahrbanoo Sadat. Il film racconta di una ragazza che sfida i pregiudizi nell’Afghanistan prima del secondo avvento dei Talebani. La pellicola è una moderna parabola di identità femminile in un contesto che precede l’imminente tragedia della perdita della libertà e dei diritti individuali
di Giovanni Ottone
È in programmazione nei cinema, dopo la presentazione fuori concorso come film di inaugurazione alla Berlinale, Il Festival internazionale del cinema di Berlino dello scorso febbraio, No Good Men, terzo lungometraggio di finzione della regista e attrice afghana trentaseienne Shahrbanoo Sadat, residente in Germania dal 2021, dopo la fuga da Kabul. Si tratta di una commedia drammatica con venature romantiche, di derivazione autobiografica. È un’opera empatica, sincera e sostanzialmente priva di fini didascalici, ma con una narrazione irregolare. Pur essendo stato girato interamente in Germania, per ovvie esigenze, con una produzione congiunta tedesca, francese, danese, norvegese e della Wolf Pictures, fondata nel 2013 dalla stessa Sadat, ricostruisce scenograficamente e meticolosamente Kabul durante la primavera – estate del 2021.
Si svolge appunto durante i mesi precedenti il brusco e tragico ritorno al potere delle armate dei guerriglieri islamisti Talebani avvenuto il 15 agosto 2021. Propone il ritratto di Naru (la stessa Shahrbanoo Sadat), una trentenne, madre di un bambino, che lavora professionalmente come cameraman in una televisione a Kabul. Si sente soffocata in un matrimonio con un marito infedele e non può chiedere il divorzio senza perdere l’affidamento di Liam (Liam Hussaini) il suo bambino che ha solo quattro anni. Dopo essere stata assegnata alla redazione dei reportages, un giorno convince il suo responsabile a utilizzarla come cameraman in ausilio al giornalista di punta dell’emittente, Qodrat Qadiri (Anwar Hashimi), un cinquantenne sposato, serio e ossessionato dal lavoro. Il loro primo incontro sembra prospettare il peggio perché l’uomo, non aspettandosi di stare in équipe con una donna sconosciuta vorrebbe liquidarla immediatamente, considerandola inadatta e incompetente. Ma Naru, determinata e volonterosa, resiste. Quodrat, non essendoci alternativa, la porta con sé per registrare un’intervista, programmata da tempo con cura e infine ottenuta, con un politico sessantenne che appoggia i guerriglieri Talebani. Ma la presenza di una donna diventa un pretesto da parte del leader fondamentalista per interrompere le riprese e l’intervista. Tuttavia Quodrat, più tardi, la invita in un ristorante affollato dove, sfidando i pregiudizi, si siedono in una saletta appartata piena di uomini. L’iniziale scetticismo del giornalista si trasforma in rispetto, seppur a malincuore, quando Naru rivela il suo talento nell’intervistare le donne dal vivo in strada. Alla fine, i due lavorano spesso insieme e la loro sintonia determina la nascita di alcuni pettegolezzi. Gradualmente la loro relazione amichevole si approfondisce e la donna è costretta a riconsiderare la sua convinzione che non esistano più uomini per bene nel mondo. Fino all’epilogo in cui Quodrat dimostra il suo coraggio e il suo impegno nei confronti di Naru.
“No good men”, terzo film basato sull’opera dello scrittore Hashimi
Shahrbanoo Sadat, attiva dal 2010, ha programmato di scrivere e di dirigere cinque lungometraggi dedicati alle dinamiche esistenziali nel suo Paese, l’Afghanistan, spaziando dalle provincie rurali a Kabul. Sono ambientati nel corso degli ultimi decenni dall’epoca del dominio sovietico fino a prima dell’instaurazione del regime teocratico dei Talebani. Finora ne ha realizzati tre grazie a un accordo produttivo multiplo. I suoi film denotano un singolare connubio tra realismo e suggestioni di vario genere , drammatico, fiabesco e umoristico. E, finora, presentano un singolare denominatore comune: propongono cronache ed esperienze tratte dalla vita e dalla creatività dello scrittore e attore Anwar Hashimi, che ha anche recitato in questo ultimo film. Shahrbanoo Sadat ha esordito con Wolf and sheep (2016), il racconto sincero e autentico, quantunque un poco ripetitivo, della vita in un piccolo villaggio, in una regione rurale arretrata dell’Afghanistan, tra colline brulle e polverose. Si tratta di un piccolo film, onesto e abbastanza autentico, tra documentario e finzione. È evidente l’intenzione di mostrare una realtà apparentemente pacificata, con segni di piccole libertà nei comportamenti quotidiani degli adolescenti. In una regione isolata, in cui l’unica risorsa è l’allevamento delle capre e dei montoni, la gente del villaggio vive semplicemente.
Si susseguono scene quotidiane: bambine che conducono le greggi a pascolare, fumano in segreto, fantasticano il matrimonio e spettegolano su fatti “vergognosi” che coinvolgono alcune famiglie; ragazzini che si esercitano a lanciare pietre con le fionde per spaventare i lupi che si sa che possono comparire e che raccontano storie di punizioni e vendette; i bagni in una pozza d’acqua; la preparazione del pane e dei cibi; i pasti in comune dopo i rituali sgozzamenti degli animali; l’essicatura dello sterco usato come combustibile; un funerale; un anziano che racconta un’antica leggenda. Sharbanoo Sadat si sofferma maggiormente sulla tenera amicizia tra Sediqa e Qodrat, una ragazzina e un ragazzino di undici anni che riescono a incontrarsi per scherzare e giocare insieme nonostante il divieto alla mescolanza tra sessi diversi. Propone una parabola abbastanza affascinante con qualche spunto umoristico. Descrive un tranquillo microcosmo rurale tranquilla in cui persistono antichi rituali e credenze e ove anche i torti subiti trovano una risoluzione con risarcimenti in natura attraverso la cessione di pecore. Costruisce un gradevole impasto di realismo e di suggestioni fiabesche con ingenue creature surreali, compone belle immagini e si avvale della fotografia di qualità di Virginie Surdej. Inoltre è senza dubbio da sottolineare l’impegno dei non attori che verosimilmente recitano sé stessi. Tuttavia il ritmo narrativo sconta un’eccessiva dilatazione, con episodi prolissi o risolti troppo affrettatamente e la caratura drammatica è a volte incerta e spesso ripetitiva. Parwareshgah (The orphanage) (2019) è un piccolo romanzo di formazione. È ambientato a Kabul, alla fine degli anni ’80, durante il governo dei comunisti afghani sostenuti dall’URSS. Il quindicenne Quodrat (Quodratollah Qadiri) vive in strada vendendo portachiavi e facendo il bagarino davanti al un cinema. Fermato dalla polizia, è internato in un orfanatrofio. In quel luogo i ragazzini si azzuffano, ma imparano anche a essere solidali. Sadat propone una narrazione fresca ed efficace, utilizzando giovani non attori. Tuttavia l’ambientazione è abbastanza di maniera e la credibilità del contesto rappresentato sembra essere frutto di una memoria abbastanza edulcorata, sebbene non mistificante. Entrambi i suddetti film sono stati presentati nella sezione indipendente “Quinzaine des Réalisateurs”, delle edizioni del 2016 e del 2019 del Festival di Cannes e sono poi stati anche distribuiti nei cinema italiani
No Good Men, frutto di un lavoro durato ben sei anni, è una moderna parabola di identità femminile in un contesto che precede l’imminente tragedia della perdita della libertà e dei diritti individuali. Racconta l’impegno di Naru per ottenere la propria emancipazione sia in campo professionale sia dal legame con un coniuge infedele, in una società in cui, nonostante la modernizzazione crescente, vigeva una consolidata cultura patriarcale che favoriva un pervicace machismo, protetto anche dal codice civile. La protagonista è una donna volitiva e audace: non ha paura di esprimere le proprie opinioni e vuole essere considerata sulla base della propria capacità lavorativa qualificata. Per altro la sua vita personale e sentimentale è travagliata. Il film inizia il giorno di San Valentino e i sentimenti romantici rappresentano un elemento importante nella storia. Naru, interpretata con evidente sincerità da Sadat, è una madre single, dopo che è finalmente riuscita a cacciare da casa il marito violento e economicamente dipendente da lei. È ambiziosa, intraprendente ed esperta: indossa robuste giacche di jeans e sciarpe. È apparentemente spensierata, ma deve stare molto attenta rispetto ai propri comportamenti ed evitare di giungere al divorzio se vuole tenere suo figlio, il piccolo Liam, con sé. Come viene ripetutamente ricordato nel corso del film, la legge afghana dà al padre il diritto di reclamare a suo piacimento la patria potestà, e di portare via i figli alla coniuge per farli vivere con sé, a suo piacimento. Il contesto è quello di Kabul durante l’occupazione militare americana e accadono molte cose sorprendenti. Le donne lavorano in una stazione televisiva come presentatrici di telegiornale. Sempre decisa e intransigente, Naru rimprovera aspramente un poliziotto per non averle controllato la borsa in cerca di una bomba, e non succede nulla. Nel corso della narrazione Sadat evita i facili stereotipi, ovvero che ogni piccolo atto di trasgressione femminile sia seguito da una qualche rapida punizione. No Good Men propone una netta svolta di tono quando, il 14 aprile 2021, avviene il fatidico storico annuncio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan da parte del presidente Joe Biden. La descrizione del caotico epilogo, in agosto, risulta non perfettamente riuscita, ma evita la deriva sensazionalistica e spettacolare. Nel corso di una specie di parziale rievocazione, certamente non voluta, del tragico epilogo di The Year of Living Dangerously (1982), il capolavoro di Peter Wier, Sadat propone un esito sommessamente melodrammatico con un sacrificio dal sapore classico, non eclatante né retorico, ma che, alla fine, commuove. Una menzione di merito deve andare alla scenografa Pegah Ghalambar che, insieme alla esperta Virginie Surdej, abituale collaboratrice di Sadat, che ha curato la colorata e variegata fotografia, rende credibile l’ambientazione di una lontana Kabul che è stata ricreata in Germania. Molte scene sono state girate ad Amburgo, dove ora vive, così come a Berlino, Brandeburgo, Rostock e Hannover. Le scene finzionali sono abilmente intrecciate con filmati reali di repertorio di Kabul, in modo che lo spettatore non abbia mai l’impressione che la storia del film non si svolga in Afghanistan. Sadat ha scelto un cast di attrici e attori tutti afghani. La ricca colonna sonora, curata da Kristian Eidnes Andersen, è composta da brani musicali in stile Bollywood, che a tratti risultano troppo intrusivi, ma che coadiuvano bene il ritmo narrativo in cui si susseguono scene singolari e una certa inquietudine che prepara il tragico finale. In poche battute si passa dall’esotismo di una festa di matrimonio scintillante allo shock di una colonna di fumo grigio che si alza pochi minuti dopo, quando una kamikaze si fa esplodere uccidendo sette invitati. Gli eventi più violenti del film sono basati su attentati dinamitardi realmente accaduti e conferiscono un’atmosfera di cupo realismo all’intera storia.
Rimani aggiornato su Pubblica Now


