Midterm, l’onda blu travolge Trump: i Democratici conquistano il Congresso e trasformano il presidente in un’anatra zoppa

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La conquista della Camera e del Senato segna una battuta d’arresto per Donald Trump, che perde il controllo del potere legislativo dopo due anni di governo. Dalle roccaforti repubblicane espugnate dai Democratici alle possibili ripercussioni sulle guerre in Ucraina e in Iran, il voto apre una nuova fase per gli equilibri politici americani e per la politica internazionale di Washington

Negli Stati Uniti esiste un’espressione che, più di ogni altra, descrive il destino politico di un presidente quando perde il sostegno del Congresso: lame duck, letteralmente «anatra zoppa». È la condizione di un capo della Casa Bianca che, pur conservando formalmente tutti i poteri della presidenza, vede drasticamente ridotta la propria capacità di governare, perché non dispone più di una maggioranza parlamentare disposta a sostenerne l’agenda. È proprio questo lo scenario che si apre per Donald Trump dopo le elezioni di midterm, trasformatesi in una pesante sconfitta per il Partito repubblicano e in una significativa rivincita per i Democratici.

L’onda blu ha investito Washington, consegnando all’opposizione il controllo di entrambe le Camere del Congresso. Non soltanto la Camera dei Rappresentanti, dove i Democratici hanno superato la soglia dei 218 seggi necessaria per ottenere la maggioranza, ma anche il Senato, conquistato strappando almeno cinque seggi agli avversari. Un risultato che ribalta gli equilibri istituzionali e interrompe la fase in cui Trump aveva potuto contare su un Congresso politicamente allineato alla Casa Bianca.

Il significato del voto va dunque oltre la semplice alternanza parlamentare. Le elezioni di metà mandato sono tradizionalmente un referendum sull’operato del presidente in carica: gli elettori non scelgono un nuovo inquilino della Casa Bianca, ma esprimono un giudizio sui primi due anni della sua amministrazione. E il messaggio arrivato dalle urne, questa volta, è particolarmente netto.

La caduta delle roccaforti repubblicane

A sorprendere non è stata soltanto l’ampiezza della vittoria democratica, ma soprattutto la geografia del risultato. La mappa elettorale americana si è colorata di blu in territori che per decenni avevano rappresentato alcune delle certezze più solide del conservatorismo statunitense. Il Texas, simbolo dell’America repubblicana, è diventato il manifesto di questa inversione di tendenza.

Qui il democratico James Talarico ha sconfitto il procuratore generale Ken Paxton nella corsa al Senato, riportando un democratico nell’assemblea federale per la prima volta dal 1988. Ma il risultato più significativo è arrivato anche dalla corsa per il governatorato: Gina Hinojosa ha battuto il repubblicano Greg Abbott, diventando la prima donna latina a guidare il Texas e interrompendo il dominio repubblicano sullo Stato.

La svolta non si è fermata al Lone Star State. In Kansas, il pastore metodista Adam Hamilton ha sconfitto il senatore uscente Roger Marshall, conquistando un seggio che mancava ai Democratici da quasi un secolo. In Ohio, Sherrod Brown ha superato Jon Husted, mentre in Maine Troy Jackson ha battuto la veterana repubblicana Susan Collins. Anche la Carolina del Nord e la Carolina del Sud hanno contribuito al ribaltamento degli equilibri al Senato.

È un risultato particolarmente significativo perché coinvolge Stati che avevano sostenuto Trump alle presidenziali del 2024. Il voto di martedì dimostra che una parte dell’elettorato che aveva contribuito alla sua vittoria ha scelto, a distanza di due anni, di affidare al Partito democratico il controllo del potere legislativo.

Per i Democratici, insomma, non si tratta soltanto di aver riconquistato il Congresso: è la dimostrazione di una capacità di mobilitazione che il partito sembrava aver smarrito dopo la sconfitta del 2024. Una vittoria che, tuttavia, porta con sé anche una responsabilità. Le due anime del partito, quella moderata e quella progressista, dovranno ora trovare un terreno comune per trasformare il successo elettorale in una strategia politica condivisa.

Trump tra il compromesso e la minaccia del veto

Alla Casa Bianca la notte elettorale è stata tutt’altro che tranquilla. Trump ha seguito lo spoglio circondato dai suoi collaboratori, alternando momenti di irritazione a dichiarazioni di apertura nei confronti degli avversari. Durante le prime fasi del conteggio aveva affidato ai social una rivendicazione destinata a fotografare il suo stato d’animo: se il suo nome fosse stato sulla scheda elettorale, avrebbe vinto «a valanga».

Con il consolidarsi della sconfitta, il presidente ha cambiato registro. In un’intervista al New York Times ha dichiarato di essere disposto ad accettare il risultato, assicurando che la sua amministrazione avrebbe collaborato con i Democratici. «Congratulazioni ai democratici, non vediamo l’ora di lavorare con voi», ha detto, cercando di presentare una disponibilità al dialogo.

Ma il tono conciliante è durato poco. Su Truth Social il presidente ha pubblicato l’immagine di un berretto rosso, nello stile dei cappellini Maga, con la scritta bianca «VETO». Un messaggio tutt’altro che marginale: Trump ha già fatto capire di non avere intenzione di lasciare campo libero alla nuova maggioranza democratica e di essere pronto a utilizzare il potere di veto contro le leggi che non condividerà.

La Costituzione gli lascia effettivamente questo strumento. Il Congresso può superare un veto presidenziale soltanto con una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere, una soglia particolarmente difficile da raggiungere. Ma la nuova maggioranza democratica avrà comunque la possibilità di bloccare provvedimenti dell’amministrazione, intervenire sul bilancio federale, esercitare un controllo più incisivo sull’esecutivo e avviare indagini parlamentari.

È qui che si misura la portata della sconfitta. Trump non è stato privato della presidenza, non ha perso il comando delle forze armate e conserva le prerogative costituzionali della Casa Bianca. Ma il suo margine politico si restringe sensibilmente. Per approvare nuove leggi dovrà cercare compromessi con gli avversari; per portare avanti la propria agenda dovrà fare i conti con un Congresso che non risponde più alla sua leadership.

Il costo della vita e la guerra dietro la sconfitta

Le ragioni della disfatta repubblicana vanno cercate soprattutto nel malcontento economico e nella crescente insoddisfazione per le scelte della Casa Bianca. Il costo della vita, l’inflazione, le tensioni commerciali e le conseguenze dei dazi hanno pesato sulla percezione dell’elettorato, soprattutto tra i moderati e nei distretti suburbani.

A questi fattori si è aggiunto il peso della guerra contro l’Iran, diventata uno dei principali elementi di contestazione dell’amministrazione. Trump aveva costruito una parte importante della propria immagine politica sulla promessa di riportare stabilità internazionale e prosperità economica. Il protrarsi del conflitto e le sue ricadute sui mercati energetici hanno però alimentato dubbi sulla strategia presidenziale.

La sconfitta sembra quindi restituire un messaggio preciso: una parte consistente degli americani non ha espresso soltanto un giudizio negativo sull’economia, ma ha chiesto anche un maggiore controllo sull’azione del presidente. Il voto ha trasformato la protesta contro le politiche dell’amministrazione in un cambiamento concreto degli equilibri istituzionali.

Le conseguenze sulla politica estera: Ucraina e Iran sotto osservazione

Se sul fronte interno Trump dovrà fare i conti con un Congresso ostile, le conseguenze della sconfitta potrebbero estendersi anche alla politica internazionale. Il presidente conserva infatti ampi poteri in materia di diplomazia e sicurezza nazionale, ma la perdita della maggioranza parlamentare riduce la sua libertà di manovra, soprattutto quando le decisioni richiedono finanziamenti, nuove autorizzazioni legislative o il sostegno del Senato.

Per gli alleati e gli avversari degli Stati Uniti si apre una fase di incertezza. La Casa Bianca continuerà a rappresentare il centro decisionale della politica estera americana, ma dovrà confrontarsi con un Congresso che avrà maggiori strumenti per controllarne le scelte.

Il primo dossier riguarda la guerra in Ucraina. Nei due anni precedenti Trump aveva progressivamente ridimensionato il sostegno americano a Kiev, privilegiando la ricerca di un’intesa con Vladimir Putin e facendo pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché accettasse un compromesso. La nuova maggioranza democratica potrebbe tentare di invertire questa direzione, riportando al centro del dibattito gli aiuti militari e finanziari all’Ucraina e rafforzando le pressioni per una linea più severa nei confronti di Mosca.

Non significa, tuttavia, che Washington tornerà automaticamente alla strategia dell’amministrazione Biden. I Democratici potranno promuovere nuovi stanziamenti, organizzare audizioni e mettere in discussione le scelte della Casa Bianca, ma dovranno comunque fare i conti con il potere di veto presidenziale e con la necessità di costruire maggioranze sufficienti a superarlo. Deutsche Welle+1

Anche l’Europa guarda con attenzione al nuovo scenario americano. Una maggiore presenza democratica nelle istituzioni federali potrebbe favorire il dialogo transatlantico e rendere più difficile per Trump procedere senza contrappesi sulle questioni di sicurezza. Ma sarebbe un errore interpretare il risultato come il ritorno automatico degli Stati Uniti a una politica estera più vicina alle posizioni europee.

La Casa Bianca mantiene infatti il controllo della diplomazia e dispone di ampi margini nella conduzione delle operazioni militari. Per Bruxelles e per le principali capitali europee resta quindi prioritario rafforzare la propria autonomia strategica, senza affidare il futuro della sicurezza continentale ai soli equilibri politici americani.

Il secondo fronte è quello mediorientale, dove la guerra con l’Iran rappresenta uno dei principali fattori di pressione sull’amministrazione. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani, ha avuto conseguenze anche sul piano economico, contribuendo ad alimentare le preoccupazioni per i prezzi dell’energia e per la stabilità dei mercati.

È proprio su questo terreno che la nuova maggioranza democratica potrebbe esercitare una pressione significativa. Attraverso il controllo dei finanziamenti e le iniziative parlamentari, il Congresso potrà chiedere conto delle scelte militari della Casa Bianca, mettere in discussione ulteriori stanziamenti e tentare di impedire un’escalation.

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