Emergency all’inizio non era un sostantivo, era un aggettivo e in 30 anni di esistenza ha dimostrato che non esistono scommesse impossibili pur diventando la sintesi di un’urgenza umanitaria. Con sé reca l’eredità di Gino Strada, medico-chirurgo che ha incarnato nel suo operare il concetto di missione, scegliendo proprio di fondare a tale scopo, Emergency nel 1994.
Il desiderio era quello di curare gratuitamente vittime delle guerre, delle mine e della povertà. Nella storia personale di Gino in realtà questo cammino era già tracciato.
Fu il primo a laurearsi in famiglia e si avvicinò per la prima volta alla realtà di dolore che la guerra portava con sè, attraverso i racconti del padre sui bombardamenti di Sesto (Milano), nel 1944. Gino era nato a Sesto San Giovanni nel 1948 e seppur ancora piccolo, stava apprendendo l’importanza di parole quali lavoro, dignità e solidarietà.
Diventarono valori pregnanti della sua persona e alla fine degli anni Ottanta, nella maturità della sua carriera, scelse di fare un’esperienza in un ospedale di un Paese del “Terzo mondo”. Dopo solo due settimane arrivò in Pakistan, a Quetta. Con l’ospedale della Croce Rossa di Ginevra iniziò a lavorare proprio con i feriti di guerra.
Da quel momento scelse di piantare un seme, di provare a farlo per garantire umanità attraverso le cure. È quello che il mondo ci chiede anche oggi se guardiamo oltre i nostri confini ed è ciò che Gino Strada ha cercato di far arrivare alle nostre orecchie, a quelle dei potenti che parlano ancora di “guerre necessarie” mandando armi da un lato, pur facendosi garanti dall’altra parte di aiuti umanitari e di messaggi di pace.
Come se la pace e l’umanità fossero utopia! Eppure anche al riguardo, Gino Strada aveva ribadito la sua: “Utopia è soltanto qualcosa che ancora non è successo”. Fino al 13 agosto 2021, anno del suo decesso, ha cercato di mostrare al mondo la guerra così come era: come una lesione alle vite e ai diritti degli altri.
Prima di andarsene via, ha però chiesto alla consorte Simonetta Gola, di aiutarlo a raccontare quello che i suoi occhi avevano visto in un libro: ‘Una persona alla volta’, edito Feltrinelli. Non voleva che fosse un’autobiografia, ma semplicemente una testimonianza sul mondo dilaniato dalle guerre, e sulla lotta contro il tempo, contro la storia, fatta negli ospedali da medici e volontari che hanno cura semplicemente delle persone.
Indignazione e partecipazione sono i due perni di sollecitudine che la storia di Gino Strada ispira: la prima per le condizioni disumane delle vittime di guerra; la seconda per la condivisione di scelte che chiedono un coinvolgimento di massa.
La sua campagna contro le mine antiuomo, il suo intervento nella guerra in Afghanistan nel 2001, voleva dimostrare che la ragione del più forte non doveva per forza stare in modo esclusivo nell’uso della violenza gratuita ad oltranza. Gino faceva da contraltare alle parole dell’allora presidente Usa George W. Bush, che dopo gli eventi dell’11 settembre aveva dichiarato: “La guerra al terrorismo durerà cinquant’anni”. Scelse allora di condividere le parole di uno storico americano radicale, Howard Zinn, che scriveva: “All’inizio della guerra si fa una scelta: che la tua parte è buona e l’altra è cattiva”.
Voleva stare dalla parte buona, democratica nel senso reale della parola, dicendo ‘No alla guerra’ curando tutti. E per far capire agli altri quanto fosse facile poter appianare i contrasti, semplicemente ammorbidendosi, quando era in difficolta in un Paese straniero per poter avere il lasciapassare per andare ad operare, ricorreva al calcio, lo sport che mette d’accordo tutti.
Esibiva la fotografia di un abbraccio tra lui e Roberto Baggio, per appianare qualsiasi incomprensione in un attimo. Il calcio per lui era meglio dell’intervento di un’ambasciata! E in corsia si metteva all’opera dando testimonianza di un volto dell’Occidente che non si era dimenticato di una parte del mondo lasciata in pasto alle bombe.
Con il suo operato Emergency era diventata testimone dei disastri, ma anche di umanità ancora esistente e tangibile. Anche quando nello scenario geopolitico mondiale si era affacciato l’Isis, Strada scelse da che parte stare dando un futuro a chi sembrava non averne più diritto.
Così ha continuato a lavorare e a parlare di civili, per il 90% vittime di tutte le guerre del Globo. Si tratta sempre di innocenti, di bambini e donne che non hanno nulla a che fare con la politica delle armi. I suoi racconti dal fronte hanno descritto un’Apocalisse che stava mettendo in moto il proprio ingranaggio in un orologio che continua ad andare avanti.
“La guerra non funziona”, ha sempre ribadito Gino Strada chiedendo di sviluppare politiche e sistemi sanitari basati sui principi EQS (Eguaglianza, Qualità e Responsabilità), invitando i governi a considerare come prioritari la salute e il benessere dei propri cittadini, destinando loro risorse umane ed economiche necessarie.
Nella frase ‘I diritti degli Uomini devono essere diritti di tutti gli uomini, sennò chiamateli privilegi’, c’è l’essenza della sua filosofia di vita che continua a persistere nell’operato di Emergency e in un libro che racchiude tutta la verità degli esseri umani.


