La 21ª Festa del Cinema di Roma ha presentato 18 film internazionali dedicati a temi sociali ed esistenziali, come migrazione, precarietà lavorativa, rapporti familiari e condizione femminile. Il premio per il miglior film è andato a “I See Buildings Fall Like Lightning” di Clio Barnard, mentre “Ceniza en la boca” di Diego Luna ha vinto per la migliore sceneggiatura. Nessun premio per alcuni film molto convincenti come “The Guest”, “Dua, “Ulya”, “Fruit Gathering” e “Voilà, C’est finì”
di Giovanni Ottone
La “Festa del Cinema di Roma”, è un evento “sui generis” nel panorama internazionale e italiano dei Festival di cinema. La sua pima edizione si è svolta nel 2006 ed è stata riconosciuta ufficialmente dalla FIAPF (Fédération Internationale des Associations de Producteurs de Films), che quest’anno le ha concesso lo storico riconoscimento ufficiale come Festival competitivo.
La sezione “Concorso Progressive Cinema” della 21ª Festa ha presentato 18 lungometraggi. In massima si tratta di drammi esistenziali, dedicati ai giovani, alle donne e alle problematiche di coppia e anche a questioni cruciali come le condizioni di lavoro e gli scontri etnici. Ma vi sono anche alcune opere di genere: thriller e commedie. Le anteprime mondiali sono state tre, quelle dei film italiani: Brianza, opera seconda del regista e produttore lombardo Simone Catania; Giorni felici, sesto lungometraggio di finzione della romana Susanna Nicchiarelli; Mustang, opera seconda, documentario, della nota attrice polacca, naturalizzata italiana, Kasia Smutniak. Tutti gli altri film del concorso erano stati presentati in precedenza, in anteprima mondiale, in altri Festival internazionali. Ben sei film sono stati selezionati e presentati al Festival de Cannes del maggio scorso: Ceniza en la boca, quarto lungometraggio di finzione del regista e attore messicano Diego Luna del messicano Diego Luna; Congo Boy, opera prima dell’africano, della Repubblica Democratica del Congo, Rafiki Fariala; I See Buildings Fall Like Lightning, quarto feature film della britannica Clio Barnard; Ulya, sesto lungometraggio di finzione del lettone Viesturs Kairišs; Dua, opera seconda della kosovara Blerta Basholli; Yesterday the Eye Didn’t Sleep. opera di esordio del palestinese, nato in Germania e residente a Bruxelles, Rakan Mayasi. Due film sono stati presentati, ed entrambi premiati, al Karlovy Vary International Film Festival del luglio scorso, nella Repubblica Ceca: Thit – Thee khu (Fruit Gathering), opera prima della birmana Aung Phyoe e Gæsten (The Guest), opera prima del danese Mads Mengel.
Voilà, c’est fini, primo film dell’attore e regista francese, nato nell’arcipelago Mauritius, Gustave Kervern, e diretto da solo, senza il suo storico co-regista Benoît Delépine, è stato presentato al Festival du Film Francophone d’Angoulême dell’agosto scorso, in Francia, e ha anche vinto il prestigioso Premio Jean Vigo 2026, uno dei più prestigiosi riconoscimenti del cinema francese. Eurotrash, terzo lungometraggio di finzione della tedesca Frauke Finsterwalder, è stato presentato al Filmkunstmesse di Leipzig del settembre scorso, in Germania. Sants, secondo lungometraggio dello spagnolo, basco, Mikel Gurrea, è stato presentato al San Sebastian Film Festival del settembre scorso, in Spagna. The Life and Deaths of Wilson Shedd, sesto lungometraggio del regista, e noto attore del cinema indipendente americano, Tim Blake Nelson, è stato presentato al Toronto International Film Festival del settembre scorso, in Canada. Skejtanieto ne e za devojčinja (Skateboarding Is Not for Girls), terzo lungometraggio della macedone Dina Duma, è stato presentato e premiato al Tribeca Film Festival, di New York, del giugno scorso. Closure, quarto documentario del polacco Michał Marczak, è stato presentato al Sundance Film Festival dello scorso gennaio, in Utah. I Love Boosters, opera seconda dell’americano Raymond Lawrence “Boots” Riley, che è anche un compositore e un cantante rapper, è stato presentato al South by Southwest Film Festival del marzo scorso, a Austin in Texas.
Premiati due film di qualità
La “21ª Festa del Cinema di Roma” si è conclusa sabato 24 ottobre con la proclamazione dei film vincitori della sezione competitiva “Concorso Progressive Cinema” da parte della giuria presieduta dal regista e sceneggiatore polacco Jan Komasa. Due tra i Premi più prestigiosi sono stati attribuiti a film che mostrano con efficacia i contesti sociali delle loro storie, senza deriva retorica o politicamente corretta, e che caratterizzano i personaggi protagonisti senza ricorrere a stratagemmi sensazionalisti, mettendo a fuoco contraddizioni esistenziali e culturali verosimili. I See Buildings Fall Like Lightning, della britannica Clio Barnard, ha ottenuto sia il Premio al miglior film, sia il Premio ex aequo al miglior attore, l’irlandese Anthony Boyle. Adatta l’omonimo romanzo di Kieran Goddard. Ambientato a Birminghan, la grande città inglese della regione delle Midlands occidentali, racconta le traiettorie esistenziali di cinque amici appena trentenni, cresciuti in famiglie proletarie: Rian (Joe Cole), Patrick (Anthony Boyle), l’unico con un’istruzione universitaria, Oli (Jay Lycurgo), Conor (Daryl McCormack) e Shiv (Lola Petticrew). Descrive i loro problemi lavorativi, le dinamiche familiari, le fragilità, la complessità delle amicizie maschili e i momenti di stravolgimento liberatorio nelle discoteche o nei pub. Clio Barnard sceglie un approccio sincero, empatico e schietto e dirige al meglio il cast di interpreti convincenti. Realizza una messa in scena energica e accattivante, con primissimi piani pregnanti, inserti a montaggio rapido di demolizioni di palazzoni che spesso interrompono l’azione e una stimolante colonna sonora in cui spiccano i brani di “The Streets”, una band di musica garage attiva nei primi anni 2000. Alterna aspetti osservazionali autentici e momenti melodrammatici, ma anche situazioni prevedibili e qualche passaggio enfatico di critica al liberismo capitalistico.
Ceniza en la boca, del messicano Diego Luna, ha ottenuto il Premio alla miglior sceneggiatura, attribuito a Abia Castillo, Diego Rabasa e allo stesso Diego Luna. È un dramma esistenziale credibile, con una venatura malinconica, basato sull’omonimo romanzo della scrittrice messicana Brenda Navarro. Racconta la vicenda di Lucila (Anna Díaz), una ventunenne che, quando era ancora adolescente, è stata abbandonata, insieme al fratello minore Diego (Sergio Bautista), dalla madre Isabel (Adriana Paz), fuggita in Spagna per essere indipendente. Rimasti a Ciudad De Mexico, i due raggiungono la madre otto anni dopo a Madrid. Lucila, che ha maturato forza interiore e responsabilità, inizia a darsi da fare lavorando come baby sitter, mentre il quattordicenne Diego non riesce ad adattarsi, è scontroso e litiga frequentemente con i compagni di scuola. Poco a poco la giovane si stanca di fare le veci di genitore del fratello, visto che Isabel convive con Nelly (Celeste Beas) ed è sempre impegnata con il lavoro, e di sopravvivere con lavoretti mal pagati. Quindi, stimolata dalle insistenze della sua amica cubana Jimena (Laura Gómez), si trasferisce a Barcelona. Lucila abita con altre amiche e lavora come badante di un’anziana signora e anche come rider, con consegne di cibo a domicilio. E cerca di consolidare la relazione con Tom (Charlie Rowe) un giovane universitario inglese, mentendogli rispetto alla sua condizione precaria. Ma una tragedia improvvisa la costringe a tornare in Messico e a sperimentare il clima oppressivo e misogino presente nella casa del nonno (Guillermo Ríos) che è un militare di carriera. A partire da una sceneggiatura che lavora per sottrazione ed evita accuratamente la deriva melodrammatica e i toni stereotipati e didascalici, Diego Luna mostra un lucido approccio immersivo rispetto ai temi della emigrazione, delle relazioni familiari e della precarietà lavorativa per i giovani e realizza una messa in scena sobria, rigorosa e impreziosita da spunti documentaristici.
Gli altri premi
Gli altri Premi principali sono stati assegnati ai seguenti film, che, in una forma più o meno evidente, propongono un approccio retorico e didascalico, con problematicità nella scrittura e nella messa in scena. The Life and Deaths of Wilson Shedd, scritto e diretto dall’americano Tim Blake Nelson, ha ottenuto il Gran Premio della Giuria. È un soffocante dramma – thriller carcerario caratterizzato da una forte vocazione didascalica riguardo la violenza maschilista nei confronti delle donne e l’opposizione alla pena di morte. Ambientato in Oklahoma, è liberamente ispirato a fatti realmente accaduti, attraverso la combinazione di due vicende. Descrive lo sviluppo di un’intensa empatia tra due quarantenni: Wilson Shedd (Scoot McNairy) un assassino, già condannato, e Karen (Amanda Seyfried). Quest’ultima, vittima di gravi atti di violenza corporale da parte del marito nullafacente e alcolizzato, è docente di un corso di scrittura creativa nel carcere locale e Wilson è il suo migliore studente, intelligente, astuto e seduttivo. Poco a poco la donna, completamente travolta dal legame sentimentale, lo individua come suo salvatore e collabora attivamente al suo piano di fuga, attuato insieme ad altri due galeotti. Tuttavia, durante la fuga, i tre evasi uccidono ancora, in particolare una coppia di black americans e i loro due figli adolescenti. Wilson, unico superstite, viene catturato. E nell’epilogo si assiste alla sua terribile sofferenza durante la cruda e dettagliata rappresentazione della maldestra e macabra esecuzione mediante iniezione letale. Nonostante l’approccio morale e le lodevoli intenzioni di denuncia di Tim Blake Nelson, la narrazione è faticosa, la caratterizzazione dei personaggi è del tutto mediocre, le azioni di Karen e il contesto della evasione sono ben poco credibili, la regia è grossolana e persino viziata da errori di continuità e il lungo epilogo sensazionalista diventa emotivamente ricattatorio.
Congo Boy, del congolese Rafiki Fariala, ha ricevuto il Premio alla miglior regia e ha ottenuto anche il Premio del Pubblico ex aequo. Ambientato a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, è un prevedibile e “ottimistico” romanzo di formazione. Racconta la storia di Robert (Bradley Fiomona), un ambizioso rifugiato congolese diciassettenne che sogna di affermarsi come musicista, compositore, cantante e strumentista. Quando entrambi i suoi genitori finiscono in prigione a causa di un oscuro pasticcio burocratico legato ai loro documenti d’identità, il giovane deve prendersi cura dei suoi quattro fratelli minori, destreggiandosi tra scarsi mezzi, varie beghe quotidiane, lavoretti, esami scolastici e presenza ai concerti – competizioni notturni, spesso interrotti dall’irruzione di milizie armate che si combattono in una strisciante guerra civile. Sfidando l’ira di suo padre (Hubert Ngbolo), un infermiere in pensione che si spaccia per medico e gli intima di laurearsi in Medicina, Robert continua ad esibirsi, passando con disinvoltura dallo speed-rap ai ritornelli da cantare in coro. Nonostante un’atmosfera briosa e alcuni aspetti autentici, prevale un’ostentata sottolineatura dell’esemplarità della vicenda, con banali stratagemmi per suscitare l’empatia degli spettatori. La sceneggiatura, curata dallo stesso regista e dallo scrittore francese Tommy Baron, giustappone malamente toni comici e drammatici e presenta non poche lacune e momenti noiosi, mentre la regia presenta troppi clichés visivi. Sants, scritto e diretto dal basco Mikel Guerra, ha ricevuto il Premio alla miglior attrice, la spagnola Victoria Luengo. È un dramma – thriller con un’originle venatura sociale. Ambientato nel quartiere Sants di Barcelona, che presenta tuttora una forte identità di comunità derivante dal passato di polo industriale e operaio, racconta la storia di Lali (Victoria Luemgo). È una trentenne che rifiuta le convenzioni e che da tempo girovaga in Spagna vivendo di espedienti, tra lavoretti occasionali e piccoli furti di arte sacra, sculture lignee e arredi preziosi. Un giorno riceve una telefonata da sua madre Gloria (Ariadna Gil) che le rivela di essere affetta da un tumore. Quindi torna nell’appartamento di famiglia a Sants e la assiste senza riuscire a contrastarne la depressione ingravescente. Ben presto entra in contatto con un banda organizzata di ladri specializzati in furti di arte sacra e di quadri e iconografie religiose in chiese, conventi e cimiteri, guidata da Rosario (Eulàlia Ramon), una ex suora sessantenne, dura e carismatica. Un vero capo che gestisce il racket redditizio dei furti e della vendita della merce rubata a collezionisti esteri, ma che finanzia anche una rete di solidarietà per le persone malate e povere del quartiere, che quindi le sono molto fedeli. Dopo un periodo di prova Lali diventa una zelante e capace integrante della banda – comunità, che si basa su un lavoro di squadra, con una rigida catena di comando e un’assoluta obbedienza al capo. Si è convinta anche perché Rosario ha saputo gestire al meglio l’assistenza palliativa a Gloria. Ne segue l’efficace narrazione delle dinamiche del gruppo, dei contrasti tra Lali e i membri più rozzi della banda, e dei furti, secondo i canoni del genere di cinema giallo dedicato a furti e rapine. Fino a una grande operazione notturna in un famoso santuario che segna la separazione di Lali da Rosario. La sceneggiatura è davvero interessante ed efficace, quantunque non manchino incertezze nella caratterizzazione dei dilemmi esistenziale e morali delle due protagoniste. Anche la narrazione è spesso disomogenea nell’intreccio tra melodramma e thriller, mentre la regia riesce solo in parte a creare una vera suspense.
Brianza, di Simone Catania, ha ottenuto il Premio ex aequo al miglior attore, Paolo Pierobon. È una commedia – thriller fortemente satirica. Ambientata tra il 2009 e il 2010, è ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto nella provincia di Como. Giorgio Farina (Fausto Russo Alesi) ha ereditato dal padre una rinomata armeria in un centro della Brianza. Tuttavia l’incapacità gestionale, il progetto velleitario e molto costoso di aprire un altro negozio nel centro di Lugano, dettato da una patologica vanagloria, e la crisi finanziaria hanno portato la squinternata famiglia Farina a dover fronteggiare una montagna di debiti. Alberto Fumagalli (Paolo Pierobon), un eccentrico ed equivoco imprenditore, proprietario di una stazioni di servizio, cinico e maniacale, si offre di aiutare Giorgio, rendendolo partecipi di un piano di appropriazione indebito attraverso un inghippo finanziario. Ma in cambio gli impone di occultare il denaro contante nell’armeria prima di trasferirlo clandestinamente in Svizzera. Una spirale assurda, rocambolesca e criminale di avvenimenti travolge Giorgio determinando un confuso carosello di segreti, ricatti e malintesi che lo conducono a commettere un omicidio per nascondere il proprio fallimento economico e per preservare le apparenze. Il tentativo di proporre una gustosa farsa che metta alla berlina la becera alterità del contesto antropologico della Brianza, tra avidità, subcultura e paure, si traduce i un approccio bozzettistico, con caratterizzazione stereotipata dei personaggi e una messa in scena ondivaga, che depotenzia l’efficacia della vis comica.
Yesterday the Eye Didn’t Sleep, del palestinese Rakan Mayasi, ha ricevuto il Premio speciale della Giuria, attribuito alla famiglia Al Mawla, che nel film interpreta la famiglia protagonista, appartenente a una piccola comunità di beduini. La vicenda si svolge nella valle della Beka in Libano, al confine con la Siria. La ventenne Gamra è improvvisamente scomparsa. Nel corso di una discussione si apprende che era innamorata di un uomo sposato, e che è sospettata di aver incendiato un’auto. e di essere poi fuggita in Siria. Tutti ne parlano e la sua famiglia la cerca affannosamente per evitare lo scandalo. Mentre è alla guida della propria auto, suo cugino Yasser Yasser Al Mawla), incaricato di rintracciarla, investe per errore un uomo appartenente a un clan rivale, provocandone la morte. La situazione degenera. La famiglia del defunto chiede di applicare la legge del taglione: una vita per una vita. Quando la famiglia di Yasser lo obbliga a fuggire si impegna anche a pagare il fio mettendo il destino delle sue due sorelle, Rim (Rim Al Mawla), dall’indole ribelle e impegnata nel lavoro nei campi, e Jawaher (Jawaher Al Mawla), un’esperta infermiera, a disposizione del clan della vittima, che considera l’incidente alla stregua di un crimine. Rakan Mayasi descrive il contesto di complesse relazioni nella famiglia di Yasser e tra i clan che compongono la comunità, mettendo a fuoco soprattutto le reazioni delle due sorelle diventate l’offerta sacrificale per evitare uno scontro tribale violento. Una dovrebbe sposare un uomo sconosciuto mentre l’altra è destinata a una pena non ben precisata. Mayasi si è proposto di realizzare un’opera finzionale con una spiccata caratterizzazione documentaristica. In effetti il cast comprende attori non professionali che vivono nella regione, e la location principale è lacasa in cui abitano Rim e Jawaher. Il film è stato girato in Libano durante un fase di cessate il fuoco, in un Paese tormentato, da decenni, da continui scontri armati tra fazioni e dalla presenza di campi profughi e di continue emergenze economiche e politiche. Tuttavia la trama contiene ellissi e passaggi narrativi criptici, la caratterizzazione psicologica dei personaggi è incerta e vi è un mix di spunti realistici, immagini poetiche del paesaggio, suggestioni e intenti didascalici, non sempre credibili rispetto alla condizione delle donne, risultandone una narrazione disomogenea e solo a tratti efficace
I film migliori, esclusi dai premi
Proponiamo una sintesi critica dei cinque film che consieriamo tra i migliori del concorso, ma che purtroppo non hanno ottenuto alcun Premio. Gæsten (The Guest), del danese Mads Menge, è un eccellente commedia drammatica familiare con deriva malinconica. Ripropone un genere molto presente nel cinema scandinavo e si caratterizza per l’approccio empatico, onesto, incisivo e privo di sentimentalismo e per la capacità di mostrare le dinamiche tra i personaggi e i loro diversi punti di vista. Durante un fatale weekend estivo in un lussuoso hotel sul mare in cui si celebra, con parenti e amici, il battesimo “laico” di Elliott, il primo figlio dei trentenni perbenisti Karl (Simon Bennebjerg) ed Emilie (Mette Klakstein), giunge anche Vibeke (la magnifica Trine Dyrholm), una cinquantenni che presenta una psiconevrosi autoreferenziale border line. Tensioni, rancori e traumi del passato riemergono. Karl non accetta quella madre eccentrica, indisciplinata e imprevedibile, ma non mal disposta, che non vede da tempo. E, dopo vari episodi,alla fine, la umilia e la discrimina.
Dua, della kosovara Blerta Basholli, è un convincente romanzo di formazione, pervaso da un clima di insicurezza e di tensione costante a causa delle aggressioni razziste e delle molestie sessuali subite dalla popolazione locale di etnia albanese ad opera della popolazione e dei paramilitari serbi. Ambientato nella seconda metà degli anni ’90 a Priština, la capitale del Kosovo, alla vigilia della sanguinosa guerra, scoppiata nel 1998, tra :la Repubblica Federale di Jugoslavia e l’UÇK (Esercito di Liberazione del Kosovo), racconta, con un’efficace messa in scena, la maturazione e le difficoltà di Dua (Pinea Matoshi). È una vivace tredicenne kosovara, che vorrebbe realizzare i suoi sogni di romantica normalità. Poi diventa amica di Maki (Vlera Bilalli), una coetanea fiera e resiliente, e frequenta con lei lezioni di judo. Ma la situazione degenera, con scontri violenti e chiusura delle scuole, e la famiglia di Dua deve decidere come affrontare l’esilio. Ulya, del lettone Viesturs Kairišs, è un biopic drammatico, girato in uno splendido bianco e nero e dedicato a Ulyana Semyonova, la leggendario giocatrice di basket lettone, alta m, 2,13. Durante gli anni dal 1968 al 1985 è stata considerata la più importante del mondo, avendo ottenuto, con il club ITT Riga, 15 Coppe dei Campioni in Europa, e vinto, con la nazionale femminile dell’URSS, 2 medaglie d‘oro alle Olimpiadi, nel 1976 e nel 1980, 3 Campionati del mondo e 10 Campionati europei. Viesturs Kairišs offre, con grande sensibilità, il ritratto di Ulya (l’attore e co-sceneggiatore Kārlis Arnolds Avots), mettendo a fuoco soprattutto i dilemmi psicologici ed esistenziali della giovane, nata e cresciuta in un villaggio rurale e appartenente alla tradizionale minoranza russa insediata da tre secoli nella regione orientale della Lettonia. Thit – Thee khu (Fruit Gathering), della birmana Aung Phyoe, è un suggestivo dramma esistenziale. Racconta lo sviluppo della relazione lesbica tra due giovani operaie, la timida San Kyi (Nandar Myat Aunge) e la più pragmatica Theint Theint Oo (Nandar Myint Lwin,) che lavorano in una fabbrica tessile a Yangon. Aung Phyoe descrive con efficacia il contesto sociale e culturale, tra sfruttamento e precarietà lavorativa, pregiudizi e convenzioni familiari. E, al tempo stesso, compone, con perspicacia, attraverso sguardi, piccole gesti ed emozioni comuni, il ritratto intimo delle controverse dinamiche dei desideri e dei sentimenti che legano le due protagoniste. Voilà, c’est fini del francese Gustave Kervern, propone, con empatia e ironia agrodolce, il ritratto della relazione tra la popolazione locale delle attraenti isole Mauritius, nell’Oceano Indiano sud – occidentale, e i turisti. In particolare racconta la fragile relazione romantica che si sviluppa tra due ventenni: Pierre (Loïc Mandere), il timido e insoddisfatto dipendente locale di un grande resort turistico e Louise (Suzanne Lindon), una turista francese anoressica e complessata, figlia di una coppia di buffi e sbadati cinquantenni, interpretati da Mathieu Amalric e da Léa Drucker Gustave Kervern mostra un sorprendente e originale approccio documentaristico e una sottile vena malinconica. E realizza una regia ricca di dettagli e priva di elementi prosaici e un’eccellente direzione degli attori.
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